Free tour nel cervello di una svarionata (e lo so che "dull" non vuole la esse…)

telecronaca del giorno prima

Ci vediamo presto. Tra cinque anni.

Inizio di settembre anomalo per l’intensità e le coincidenze bizzarre che vanno creandosi. Giusto qualche giorno fa pensavo a Davide, il mio amico musicista, la scuffietta delle medie  quando ancora pensavo a Simone il piastrellista ma era lui la mia aspirazione; rivalutando col senno di poi le cose credo che già al tempo lo avevo scelto per me ma l’amicizia aveva avuto più peso e le marachelle, le sciocchezze fatte insieme a 13 anni erano più cariche di adrenalina di una pomiciata impacciata tra adolescenti. Che poi magari lui ci sapeva pure fare e a me non è che mi fosse mancato l’esercizio preparatorio ma vabeh, altri tempi…
Comunque sia pensavo a lui una decina di giorni fa, così, per un lampo che ha acceso una luce sui miei ricordi della scuola, saettando attraverso il passato, dalle medie all’università. L’ultima volta che l’ho visto ero in piena sessione, estiva se non mi si confonde la memoria: di ritorno da un appello con l’Orso Bruno che mi ci aveva accompagnato, ci siamo incrociati fuori dalla stazione dopo cinque anni dall’ultima volta. Imbarazzo, sorrisi ebeti, un abbraccio caloroso forse un po’ troppo, forse troppo poco. Poche parole che mi son sembrate durare secoli e un’iniezione di pazza beatitudine che mi ha tolto la ragione per quei minuti condivisi: convinta di rivederlo ancora in stazione, visto che pure lui faceva su e giù, anche se su un’altra tratta, non ho chiesto alcun contatto. Niente FB, non si usava; niente mail, odio scriverle, niente cellulare, tanto lo rivedo.

E invece non l’ho più visto.

Ho cominciato dopo un paio di mesi a mangiarmi i gomiti per esser stata tanto scema da non avergli chiesto uno straccio di riferimento, fosse stato anche solo chiederli se ancora vive dove stava da ragazzo. Per qualche giorno avevo anche pensato di mettermi a fare la posta al Conservatorio dove studiava ma l’università mi impegnava al massimo, non avevo una macchina e andare fin in treno no, proprio no, non mi andava per niente.

Schifosa pigrizia!

A distanza di forse un anno ho visto in giro, non ricordo dove, l’annuncio del suo diploma (laurea? Come si chiama il titolo finale dopo dieci anni di Conservatorio???). Ho sorriso, di quel sorriso che ti piglia quando la tenerezza degli anni passati insieme ti viene a stringere le braccia come un vecchio maglione, mi sono lasciata condurre nella danza del piacere al pensarlo, perfetto e potente, con quel suo sguardo appena socchiuso, di un azzurro scurito dall’ombra delle ciglia, con quel ghignetto di celata soddisfazione che ha quando è sereno. E poi è morta lì. Me ne sono andata con l’anima appena un po’ brilla di contentezza e basta. Qualche pensiero sporadico i giorni seguenti e la luce, sull’espressione di Davide, che nel frattempo era diventato un gran bel pezzo d’uomo (era bonazzo pure da tredicenne eh), s’è spenta per riaccendersi ad inizio di questo mese. Che poi, a dirsela tutta, c’ho pensato così, senza impegno, parlandone con mia madre en passant. Non ho concentrato nessuna energia su di lui.

Eppure è comparso.

Fuori dal centro commerciale, mercoledì mattina. Stavo con mia madre, giretto non preventivato, deciso alla mattina per uscire un po’ insieme, distrarci in reciproca compagnia. Si era deciso di andare a vedere le stoffe per i cuscini del divano nuovo, pagare un paio di bollette, magari un aperitivo prima di pranzo.
Dai che sei carina col taglio nuovo! perché ho tagliato i capelli, corti, considerando che mi arrivano a metà schiena; ne è uscito una cosa alquanto ganza, che mi gratta via quei tre-quattro anni di difficoltà e delusioni che mi porto addosso. Ho messo su una canotta, jeans e tacchi. Tredici centimetri. Non li porto mai perché mi sembra che mi abbiano invertito la gamba destra con quella sinistra quando cammino ma la scelta era funzionale al sentirsi supergnocca, dato la nuova mise capellosa.
Me ne stavo andando alla macchina, giusto quattro o cinque passettini avanti mia madre per riuscire ad arrivare allo sportello in un tempo umano, visto i trampoli che avevo. Al che me lo trovo davanti, fulminato dalla sottoscritta alta quasi quanto lui che ancheggia (in verità mi stavo ammazzando…), che a sua volta aveva avuto un colpo di emozione all’anima.

E la scena, altri cinque anni dopo, si ripete…

Quattro chiacchiere, sorrisi ebeti, balbetti, miei e suoi, Cosa fai? Dove sei? Ma no, dai! il tutto gesticolando, lui con gli occhiali da sole, io con il cellulare, che poteva pure essere il più letale dei coleotteri nordasiatici e non me ne sarebbe fregato di meno. E infatti, pur avendo il telefonino in mano, mi son scordata, per la seconda volta di chiedergli il numero…

Ebete deficiente, cretina intergalattica, imbecille stratosferica! Hai il cellulare in mano e non gli chiedi il numero???

Eh… certi giorni la mia scemenza raggiunge limiti che voi umani non avete mai immaginato…
E infatti l’ho salutato, satura di emozione più che di lui, e me ne sono andata, per giunta con le guance alla Heidi per averlo beccato a rimirarmi il lato B quando mi son voltata. E che faccio? Torno indietro tutta bella paonazza a chiedergli il cell???

Ma tanto è su FB. L’ho avvertito che lo contatto.

Felice come due Pasque quando sono rientrata, alla faccia dell’essere femmina e del fare la preziosa, connessione attiva e login su FB. A quel paese l’aspettare! Dovevo chiedergli l’amicizia subito. Solo che lui su FB non c’è più. Sparito. Cancellato. Inesistente.
E lì mi è partita un’imprecazione contro Zuckerberg che poraccio non c’entra nulla accompagnata da una travasata infinita di disperazione e delusione che avrebbe abbattuto un bisonte. Sono stata uno zombie depresso per tutto mercoledì, il benessere di averlo rivisto annullato con azione retroattiva sino al giorno in cui l’ho conosciuto. Pomeriggio a scandagliare ogni più minuscola informazione che lo riguarda in rete, tutte notizie datate, progetti abbandonati. Ho trovato il nome del gruppo con cui suona, dove ha lavorato; qualche numero, qualche riferimento c’era ma mi aveva detto che erano tutte cose concluse o non andate a buon fine. Poi l’illuminazione.

Lo cerco alla scuola dove lavorava.
In fondo scrivo per un giornale, posso fingere di volerlo intervistare.

Quando mi vengono queste idee balzane è un guaio serio perché faccio danni, sparo cazzate a nastro, sono incontenibile e più vedo che le balle vengono credute più le gonfio. Sono delirante, pazza e il problema è che me ne rendo conto eppure vado avanti. Cioè non è che mi fermo e pace. Noooo! Continuo! O_O
Così ho chiamato e via con la manfrina di Saaalve, sono la Strega Comanda Colori del Giornale dei Ragazzi, cercavo il professor Davide MicioMiao… Sono drammaticamente convincente al telefono, riuscirei a mettermi in contatto con il Papa passandomi per Vladimir Putin e per l’appunto mi hanno messo in attesa dell’addetta al personale che s’è presa il mio numero, non potendo rendere noti i dati personali dei professori, assicurandomi che avrebbe contattato Davide appena possibile. Ma a me non bastava.
Avendo il numero dell’associazione dove aveva suonato con il suo gruppo ho chiamato pure lì perché aspettare non è il mio forte e volevo un cellulare, lo volevo subito. Dopo un giro di chiamate, sempre con la balla dell’intervista (che non è una balla perché ci scrivo davvero per quella schifezza di giornale!), ho recuperato la sua mail perché la tipa aveva il numero di tutti gli altri diciottomila componenti ma non il suo.
Che soddisfazione! Già mi vedevo come ora, alla tastiera, a litigare con le frasi per scriverne di belle e piacevoli da leggere, a replicare la simpatia che suscito di solito nelle persone ma in forma scritta. Una drogata di compiacimento, ecco che ero mentre componevo per la terza volta il numero della scuola (ho chiamato tre volte sì U_U) per avvertire che non serviva più rompere le scatole a Davide via telefono, che mi sarei arrangiata via mail.

E invece quella l’aveva già chiamato…

Lì ho avuto mezzo mancamento a sentirla dire che l’aveva raggiunto in Provvidetorato, dove stava aspettando la nomina per quest’anno, e che mi avrebbe cercata lui appena possibile. Non era così che volevo che andasse: era meglio se lo chiamavo io, quando ero in condizioni di rilassamento, magari dopo un tris di camomille ristrette o in piena sbornia da sonno, appena sveglia, quando il cervello ancora non se ne esce con le mie consuete perle di saggezza.
Mi ha chiamato a distanza di un’ora, con una voce timida, incerta e profondamente delusa al sentirmi dire che ero solo io, l’amica di infanzia e che l’intervista non si faceva, che era un aggancio di pro forma. Credo di non aver mai tartagliato così tanto con lui in tanti anni che ci conosciamo: due minuti di chiamata con più Occheivabene che respiri. Impacciata io, impacciato lui.

Però ho il suo numero.

Se ci penso mi sento un’insensibile arrivista che andrebbe bastonata di prima mattina per come mi sono comportata. Eppure, in giro per la mia ragione, c’è un cartello lampeggiante che mi sostiene e mi rasserena un po’. Alla fine sì, sono fondamentalmente stronzetta, ma ora ho una corda al polso che va verso il suo, ora non lo perdo più e non importa se non nasce nessun grande amore, se non diventeremo inseparabili. Nel cuore avevo smarrito un tassello che oggi sta nella mia mano e questo conta più di immensi risultati, travolgenti sensazioni. L’emozione che porta il suo nome riprende ad avere un appoggio stabile e per ora questo mi basta. Cosa ne esca poi lo sa il destino.


Con dentro il sole più grande che c’è

Sono un cuore di pessima categoria, di quelli che sembrano dimenticare con il tempo (tanto tempo) gli sguardi, i pensieri, le voci ma che di fatto cementano negli angoletti bui ogni grammo di quei ricordi che han saputo essere più persistenti degli altri. Non so fare mai a meno di cercare le tracce sparse di chi è stato dentro me, sono e rimango per mia propria volontà un’assassina che torna sempre sul luogo del delitto.

Di Fabio ho ormai perso ogni collegamento che avevo: non vive più dove stava al tempo che ci frequentavamo, non so dove lavori ora, probabilmente è sposato ed è meglio non andare a smuovere nulla per non creargli problemi. E non farmi partire la brocca se dovessi risentire la voce di cui mi ero innamorata…
Mao l’ho cercato questa primavera, più volte; tempo fa sono passata da dove lavorava e mi sono mancati un paio di battiti al ritmo cardiaco. Lui sì che è svanito ma ho ancora il suo numero nel cellulare. Grandissima tentazione…
Quanto a Lui, eh…

Lui è stato male per un lungo periodo, non so di cosa, ma bene non stava. Non potendo chiedere agli amici comuni per il rischio che venga a sapere che mi interesso e mi si accanisca nuovamente contro, l’ho seguito da lontano, in disparte. Il che fa tanto romanzo rosa, con lei che, pentita, sta spiritualmente vicino all’uomo che ha amato e che non riesce a togliersi dalla testa anche se ora è diventato un solido osso del suo corpo. Però è questo che ho fatto in questi anni, specie negli ultimi cinque.

Seguirlo da lontano. Di nascosto.

E l’altra sera, tra le foto del suo profilo facebook, finalmente sorride come quando l’ho conosciuto. Negli occhi ha di nuovo quell’esplosione di luce, di violenta voglia di vivere che era scomparsa da tanto tempo. Non importa se non sento più la sua voce, se non mi accarezza il pensiero di lui che immagina il mio viso mentre siamo al telefono o il suo modo di dirmi che non devo preoccuparmi, che si sistema tutto: in quelle foto ho ritrovato l’uomo che mi è stato accanto un secolo e sono felice. Felice di portarlo ancora nel cuore.


Fermo movimento

Per questa settimana ho deciso di scordarmi le difficoltà e affrontare, come una smemorata dimentica del suo essere, le giornate che andranno susseguendosi. Procedo su un percorso tutto buche e pozzanghere ma per i prossimi giorni sarà un bel decumano piastrellato. Niente cardi ad incrociarlo; voglio strada dritta senza intersezioni. Anche una nuova via, ultimamente, sembra buona a fungere da dardo che mi trapassa il fianco.


Mutare, andare avanti

Provare a cambiare è quanto di più difficile possa fare un essere umano.
Diventare diverso da sé.
Essere altro restando se stesso.

Non sono mai stata brava a farlo, forse non ne sarò mai capace. Rimane il fatto che la mutazione, talvolta, è necessaria. Se non la vita, sei tu a cambiarti.
Devo imparare, devo sforzarmi. Non riuscirò, probabilmente, ma voglio mettermi in gioco per l’ennesima volta e assaporare la sconfitta con la coscienza a posto, sapendo di averci messo l’anima per farcela.

Ci si scava dentro e fuori per accogliere il cambiamento.
Forza Fed, riprendi la zappa in mano…


Uscite e appuntamenti

E’ finalmente ufficiale: LuBo odia Davide (e Davide se ne frega).
Due giorni fa LuBo, in pieno scazzo pre-weekend, se ne esce con questa cosa che per lui ha il sapore dello sfogo e per me è la conferma di un sospetto che ho da mesi. Dove passa Davide per LuBo non c’è più terreno e gli rode da morire. Lo capisco pure, povera anima, son la prima che c’è cascata (e come fai a non cascarci con uno così?) ma non è una giustificazione per prendere di peso l’attenzione di qualsiasi femmina Davi-adorante e trascinarla via: il risultato è lo stesso che si otterrebbe se cercassero di spostare la sottoscritta da un museo per portarla ad un rave party; come mi lasci libera, torno al museo. Pure se è notte. Tanto domani riaprono.
LuBo da questo orecchio non ci sente proprio eppure lo sa, è cosciente che è una battaglia persa se combattuta con la brutta copia delle armi di Davide. Ma lui continua. Applica un modus operandi simile, ricava poco o nulla e si incavola a morte.

L: Quelle che ho frequentato dicono che sono un ottimo amico…
F: E’ vero…
L: …e che non vogliono andare oltre per non rovinare l’amicizia…
F: Ma se non sono andate oltre, come hai fatto a frequentarle? O_o
L: <sguardo di gelo> Voi donne dovete sempre catalogare tutto???

E io ci provo a spiegargli che come fa non funziona, che deve valorizzare i suoi punti forti e non quelli di altri. Lui mugugna, lascia perdere e si concentra su di me…

L: Vabeh… quando usciamo io e te? U_U
F: ?
L: Ti ho chiesto quando usciamo insieme. U_U
F: Ehm…
L: Non è una risposta…
F: :S
L: Cos’è? Ti faccio schifo?

Non mi fai schifo LuBo! Hai proprio cannato la tattica!
E continua per tutta sera e manda messaggini e Mi hai pensato? Dove sei? Quando passi di qua?

MAI!

Certi giorni non lo reggo proprio. Dov’è Davide quando serve???

A proposito di musei…
Klimt è ancora lì che mi aspetta dal 24 marzo a Venezia e ancora non ho avuto modo di andare a vederlo. Quando mi ricapita di ammirare tutto quel bendiddio insieme in un luogo solo senza dover finire a Vienna e fare il tour delle collezioni private e pubbliche del globo per sbavare selvaggiamente davanti alle sue opere?

Uffina….

L’8 luglio chiude e tutta la prossima settimana sono impegnata. Forse, e dico foooooorse, riesco ad organizzare per sabato 7 ma sento il rumore familiare dell’intoppo e del cambio di programma.
Io me mi sa che me la perdo… 😦


Procede malino raga…

Più le cose peggiorano e si complicano, più sento ovunque in me il bisogno di sentirlo, di vederlo, di fondermi, anche solo a parole, con lui.
Sto come in una grande stanza, ad una qualche festa strapiena di gente, di amici, di sconosciuti. Poca luce, tanta musica, c’è pure la strobosfera, fumo di sigaretta e forse anche di qualche canna. Tipico festino primi anni ’90, solo che ci sono adulti e non adolescenti scatenati alla prima uscita in piena libertà. Una bolgia di persone e io nel mezzo, un mezzo sui generis, al centro di una parte della stanza: di punto in bianco, quando sono in fase Vorreitantoandarviachequellicheconoscolihogiàsalutatiehofinitoleargomentazioni mescolata a Checavolocifaccioquidasolaquandosontuttiaccoppiati, la marea di gente si apre meglio che Mosè con le acque, in perfetto stile film, e compare lui, la mia Ansia, la mia Follia.

Se stessi ad una festa immaginaria con la strobosfera…

Ma non ci sto e nessun varco si crea, né di persone, né di pensieri. Mi aggomitolo con il filo lanoso e intricato della riflessione da giorni, meditando sul da farsi. E non c’è nulla “da farsi”, in verità; c’è tanto “da non farsi”, tanto “da non dirsi” e quantità spropositate “da non pensarci nemmeno”. Un accumulo, un tripudio di negatività imperante, parafrasando il buon Enzo Miccio che tanto vorrei alle mie nozze che non ci saranno mai, di questo passo.

Venerdì sera, alla festa di laurea, a guardare Marco che ad ottobre si sposa, m’è venuta una tristezza…
Gwenna ci va con Il Nano Biondo, che per lui è come un fratello. Io eviterò: probabile non mi inviti, ci conosciamo appena, ma anche se lo facesse, l’idea mi inquieta. No, niente MatriMarco.
Ero a fare bagordi, venerdì (ciucca no: due radler non fanno una sbronza e la mia patente è nuovamente salva), e pensavo a lui, da quando sono scesa dalla Dixie a quando mi sono addormentata, sfatta, rauca e ardente di caldo per essermi agitata troppo al karaoke (e anche prima, schifoso Gioca Jouer!). Un pensiero costante e così consistente da poter tranquillamente dire che lui era lì con me, che avrei potuto toccarlo, che mi avrebbe aiutato ad accendere la lanterna da lasciar viaggiare in cielo, che mi avrebbe cinto i fianchi ridendo dentro e contro la mia risata mentre al Nano Biondo facevano la messa in piega con la panna montata e il brodo.

Ma non c’era.

Meglio così. O peggio così. Non fa differenza. Lui è ovunque e in nessun luogo e sta con me anche quando non ci sono.
Per questo sono combattuta, per questo suo essermi nella fibra più profonda, nelle vene, come una malattia.

“Se il mio amore è una patologia
Saprò come estirparla via”

Questo mi ripeto ogni qualvolta mi rendo conto di quel che ho addosso ma non funziona, nemmeno se è Manuel a strillarmelo nelle orecchie. Sono parole sue, non mie, ma non è una giustificazione sufficiente per non provare a strappare le parti già lesionate dal suo esistere in me.
Eppure dovrei divellere ogni grammo di questo amore che è nato per farmi male. Ancora.


Questioni di ordinaria follia

Smaltire. Questo il verbo di questa settimana.
Smaltire un cazzotto nello stomaco, un’informazione non richiesta, una dichiarazione improvvisa, la rabbia di un momento e la confusione di tre giorni. Venerdì avrò da smaltire anche un bel po’ di alcol e risate, o almeno spero vista la festa di laurea alla quale sono stata caldamente invitata…

Alcune faccende non si vorrebbero mai affrontare ma te le trovi davanti a tradimento e per quanto ci sbatti contro, o le risolvi e passi avanti o restano lì, perennemente, a farti muro. Ho scelto di prendere quanto più posso con filosofia, almeno a livello di cuore: non posso risolvere e allora andiamo di muro di gomma; c’è ma perlomeno non mi ci faccio male. Spero.

LuBo se n’è uscito con la centesima trovata del mese: marpioneggia pesantemente. Una cosa tipo Prima o poi ti innamorerai di me invece di quel Carciofazzo! ma non ha inteso che è senza speranza, da qui all’eternità. Eppure mi fa gli occhioni da triglia, mi massacra di messaggini, grugnisce con fare più sensuale e si è pure messo a disposizione per soddisfare qualsiasi scemenza mi salti in mente.

Noneeee! Striglizzati che sei un caso perso!

A me fa pure tenerezza ma più di quello…
Il massimo è quando vede Davide: se non fossi invischiata da ‘sta cosa atroce ne riderei da restarci secca. Davide non lo calcola di striscio e LuBo gliene dice di ogni, sempre quando lui non c’è (sia mai che lo smentisce XD). Insulti in differita insomma.
Ieri per un pelo non mi invita a casa: invito declinato con un bel passettone indietro, ruota sui talloni e via a missile. Il tentennamento è letale in questo caso: quello ti acchiappa, rumoreggia contrariato ad occhi assottigliati e a stento si trattiene da legarti alla sedia.

No grazie.

Stasera voleva andare a ballare e inutile spiegargli che di lunedì manco la balera sta aperta. Poi s’è ricordato della palestra e me la sono svignata con lui una mezza dozzina di passi indietro che blaterava che la poteva rimandare, che dovevo aspettare…
Ma la perla è stata quando mi ha detto che se sparisco di nuovo per mesi mi viene a pigliare a casa.

“Ora che sei qui non ti lascio più.”

Sembra la dichiarazione di un naufrago ad uno scoglio in mezzo al mare alto. Stavolta mi lega davvero al rimorchio della sua Ford…