Free tour nel cervello di una svarionata (e lo so che "dull" non vuole la esse…)

sproloquio

Decisioni decise

Si dice “prendere il toro per le corna”.
Io l’ho preso per le palle, letteralmente, e pur stando male nel farlo, mi sto allontanando da lui. Non serve aspettare nessun momento buono: ogni momento è quello buono.
Però fa un male cane andarsene con il sentimento nel cuore e sapere di dover ucciderlo prima che si radichi troppo.
Fa
un
male
CAAAANEEE!!!

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Go straight to the point

Ci sto provando con tutta me stessa. Prendere l’energia e impacchettarla, veicolarla verso il punto in cui ho deciso che debba andare. Perché il percorso l’ho stabilito, da prima di questi ultimi giorni, anche se l’ho formulato chiaramente all’inizio della settimana. In cuor mio sapevo e so dove devo andare. E lì vado, con quello che mi costa in termini di ferite e delusioni.
Faccio come dal dentista: tolgo il dente marcio. Ci metto un po’ di anestesia, che è questo tempo che mi concedo e mi è concesso per prepararmi all’azione, ma di fatto non so se l’anestetico copre almeno una buona parte del dolore. Con il precedente rapporto, se così lo si può considerare, mi aspettavo una separazione più complicata e invece rompere è stato surrealmente facile. In questo caso ne dubito ma credo anche nell’imprevedibilità delle cose e in essa ci sguazzo. Fa bene anche quella, eccome se fa bene.

C’è da dire che, nonostante il periodaccio che vivo, sto reagendo meglio di quello che credevo. O la psiche mi ci illude. Il corpo ancora non risponde ma ci sto lavorando. La calma, e soprattutto la costanza, portano risultati incredibili. Io a costanza sto a zero; mi armerò di una dose doppia di calma.

Intanto affronto le cose al meglio che posso. Sono fatta di carne, mannaggia a me.


When I’ll see the light

Nemmeno le lacrime riescono a scorrere.
Oggi sono andata troppo oltre.
Resta il pugno allo stomaco, il bluff con lui, la consapevolezza che non c’è, non esiste nulla tranne quello che ho creato con le mie mani.

Credo che dovrei fermarmi davvero stavolta, stopparmi prima che tutto crolli, mettermi da parte.
Lui dice che se ne andrebbe se lo amassi; forse dovrei dirglielo, incassare il suo sguardo fintamente sconvolto (perché anche un cieco vede questo sentimento), allargare le braccia e avvolgermi come in una coperta nella sua freddezza, nell’espressione semi-schifata (perché non sono una strafica come piacciono a lui), probabilmente, se sono fortunata, sentirmi chiamare traditrice, falsa sorella e amica, confidente imbrogliona, sentirmi dire sei come tutte. E forse sono la peggiore di tutte quante. Io mi sento la peggiore, disonesta per amore fin da principio, carnefice di me stessa.

Sì, penso che dovrei. Il prima possibile. Mi sto consumando, ognuno di loro mi consuma: quanto ancora resta di me stessa? Di quanta materia sono ancora fatta? Ma non smetterò domani. Presto, molto presto, con mia somma tristezza so che sarà prima di quanto la parte più forte di me voglia. E poi sarò libera. Di piangere, solo di questo. I sentimenti sono strane piante che attecchiscono di frequente dove non dovrebbero. E io ho la jella infinita di avere un pollice troppo verde…


Che tu sia per me il coltello…

Ho conosciuto una persona ormai più di un anno fa. Mi ha insegnato a guardarmi dentro e sistemare qualche piccola parte di me che non andava, mi ha aiutato quando sedevo a terra, da sola, abbattuta. Mi sono lasciata filtrare, lui è entrato in me e io in lui. Con la fatica che una come me può fare, mi sono lasciata guardare nuda, per come sono sotto i miei mille strati, e io ho visto lui. Le cose sono cambiate, in qualche modo ho sentito che le mie vene erano legate alle sue e le sue alle mie. Forse non mi sono mai sentita così con nessuno e, pur nelle asperità delle reciproche vite, è stato qualcosa di straordinario.

Ho conosciuto una persona e me ne sono innamorata. Non m’è servito custodire i suoi occhi, esplodere in silenzio nel suo abbraccio. Lui era qui, dentro di me, già da prima. Mi ero fatta dei romanzi, portavo nel cuore foto di momenti non ancora vissuti ma che ero certa fossero in divenire. Ma ho sbagliato i tempi. Li sbaglio sempre. Ho un leggendario tempismo di merda. E uno schifosissimo rispetto per gli altri. Quando una storia è al capolinea, lo è e basta; per me invece resta una storia che esiste e non mi impiccio, non spingo al passo finale una coppia che ha perso questo appellativo. Aspetto, rispetto. E sbaglio. Ma non mi sono mai pentita, né lo farò ora, di non essermi messa in mezzo a qualcosa che era concluso per offrirmi come “quella che viene dopo”. Non l’ho mai fatto e so che per questa mia forma di sensibilità ho perso tanti rapporti. E’ andata così: forse sarebbe stata in perdita comunque, anche se mi fossi intromessa. Ma non l’ho fatto e il non aver infranto uno dei valori in cui credo mi consola dell’eventuale”fallimento”.

Ho conosciuto una persona e la amo. Quando mi fa ridere per delle stupidaggini, quando soffre per la sua quotidianità che lo ferisce, quando mi chiama per niente, quando scazza e quando stringe i denti. Io li stringo con lui e per lui, ci sono sempre, ci sarei comunque, anche quando ho dei nodi allo stomaco che sconnettono la lingua al cervello e gli racconto cavolate mentre il cuore sanguigna. Perché sanguino, tanto, interrottamente. Piango per tre giorni di fila, tra una camera di un bed and breakfast e il treno, senza orgoglio, senza amore per me stessa, fregandomene dell’immagine che dò agli altri, infischiandomene del loro giudizio. Solo in famiglia non lo faccio: la famiglia sa sfiancarti di domande, costringerti all’autoanalisi e farti capire che non c’è nessuno per cui valga la pena di piangere per amore. La famiglia è lì, al tuo fianco, e benedetta la sua presenza ma non quando vorresti stare da sola a sputar fuori lacrime per star meglio.
Ma stasera piango, e piangerò anche quando spegnerò il cellulare su cui lui chiama, quando sconnetterò il pc. Vorrei sconnettermi anche da me stessa, dio se lo vorrei stasera! E invece le lacrime sono il miglior collante delle disperazioni che la vita mi offre, le appiccica tutte assieme e alla fine sto stesa a letto a bagnare il cuscino di pianto senza sapere cosa diamine mi bruci di più nell’anima, quale delle mie disgrazie mi fa a pezzi più sottili. E in un periodo in cui sta andando tutto alla malora, la mia disgrazia più grande è lui.

Ho conosciuto una persona e la amo non ricambiata. Oh lui mi adora, mi vuole bene, è qui per me sempre, anche quando non vorrei. Anche ora, anche quando ho capito di amarlo. Non ho avuto nemmeno il tempo di gonfiarmi l’anima di energia positiva per dirglielo. All’oscuro di tutto, ha sostenuto con forza che se qualcuno si innamorasse di lui, chiunque, anch’io per dire, se mi innamorassi di lui, dovrebbe troncare tutto e allontanarsi. Sparire. Come posso dire ti amo se lui poi se ne va? E lo fa, ne ho le prove.
Ancora all’oscuro di tutto, dichiara che apprezza la vicinanza, l’affetto e la dolcezza e parlarmi di altre. Come posso tener fermo il cuore quando mi accontenterei di essere anche solo una delle tante?

So perfettamente che il silenzio è un buon amico, che il tempo tampona i dolori e i nuovi incontri rendono sbiaditi gli amori non corrisposti ma stasera piango, rimbalzo in gola il nodo ad ogni deglutita e sorrido al nulla immaginando il suo viso.
Ormai sta diventando quasi piacevole fallire sempre più miseramente…


Timeless

Le cose cambiano talmente tanto in fretta che quando ti volti indietro a prendere coscienza del tempo che è trascorso da quel cambiamento ti accorgi che non hai sentito abbastanza le emozioni che la mutazione ha portato con sé ma, peggio ancora, che vivi un tempo immensamente più rapido di quanto il tuo cuore e la tua mente possano tollerare.


Ci vediamo presto. Tra cinque anni.

Inizio di settembre anomalo per l’intensità e le coincidenze bizzarre che vanno creandosi. Giusto qualche giorno fa pensavo a Davide, il mio amico musicista, la scuffietta delle medie  quando ancora pensavo a Simone il piastrellista ma era lui la mia aspirazione; rivalutando col senno di poi le cose credo che già al tempo lo avevo scelto per me ma l’amicizia aveva avuto più peso e le marachelle, le sciocchezze fatte insieme a 13 anni erano più cariche di adrenalina di una pomiciata impacciata tra adolescenti. Che poi magari lui ci sapeva pure fare e a me non è che mi fosse mancato l’esercizio preparatorio ma vabeh, altri tempi…
Comunque sia pensavo a lui una decina di giorni fa, così, per un lampo che ha acceso una luce sui miei ricordi della scuola, saettando attraverso il passato, dalle medie all’università. L’ultima volta che l’ho visto ero in piena sessione, estiva se non mi si confonde la memoria: di ritorno da un appello con l’Orso Bruno che mi ci aveva accompagnato, ci siamo incrociati fuori dalla stazione dopo cinque anni dall’ultima volta. Imbarazzo, sorrisi ebeti, un abbraccio caloroso forse un po’ troppo, forse troppo poco. Poche parole che mi son sembrate durare secoli e un’iniezione di pazza beatitudine che mi ha tolto la ragione per quei minuti condivisi: convinta di rivederlo ancora in stazione, visto che pure lui faceva su e giù, anche se su un’altra tratta, non ho chiesto alcun contatto. Niente FB, non si usava; niente mail, odio scriverle, niente cellulare, tanto lo rivedo.

E invece non l’ho più visto.

Ho cominciato dopo un paio di mesi a mangiarmi i gomiti per esser stata tanto scema da non avergli chiesto uno straccio di riferimento, fosse stato anche solo chiederli se ancora vive dove stava da ragazzo. Per qualche giorno avevo anche pensato di mettermi a fare la posta al Conservatorio dove studiava ma l’università mi impegnava al massimo, non avevo una macchina e andare fin in treno no, proprio no, non mi andava per niente.

Schifosa pigrizia!

A distanza di forse un anno ho visto in giro, non ricordo dove, l’annuncio del suo diploma (laurea? Come si chiama il titolo finale dopo dieci anni di Conservatorio???). Ho sorriso, di quel sorriso che ti piglia quando la tenerezza degli anni passati insieme ti viene a stringere le braccia come un vecchio maglione, mi sono lasciata condurre nella danza del piacere al pensarlo, perfetto e potente, con quel suo sguardo appena socchiuso, di un azzurro scurito dall’ombra delle ciglia, con quel ghignetto di celata soddisfazione che ha quando è sereno. E poi è morta lì. Me ne sono andata con l’anima appena un po’ brilla di contentezza e basta. Qualche pensiero sporadico i giorni seguenti e la luce, sull’espressione di Davide, che nel frattempo era diventato un gran bel pezzo d’uomo (era bonazzo pure da tredicenne eh), s’è spenta per riaccendersi ad inizio di questo mese. Che poi, a dirsela tutta, c’ho pensato così, senza impegno, parlandone con mia madre en passant. Non ho concentrato nessuna energia su di lui.

Eppure è comparso.

Fuori dal centro commerciale, mercoledì mattina. Stavo con mia madre, giretto non preventivato, deciso alla mattina per uscire un po’ insieme, distrarci in reciproca compagnia. Si era deciso di andare a vedere le stoffe per i cuscini del divano nuovo, pagare un paio di bollette, magari un aperitivo prima di pranzo.
Dai che sei carina col taglio nuovo! perché ho tagliato i capelli, corti, considerando che mi arrivano a metà schiena; ne è uscito una cosa alquanto ganza, che mi gratta via quei tre-quattro anni di difficoltà e delusioni che mi porto addosso. Ho messo su una canotta, jeans e tacchi. Tredici centimetri. Non li porto mai perché mi sembra che mi abbiano invertito la gamba destra con quella sinistra quando cammino ma la scelta era funzionale al sentirsi supergnocca, dato la nuova mise capellosa.
Me ne stavo andando alla macchina, giusto quattro o cinque passettini avanti mia madre per riuscire ad arrivare allo sportello in un tempo umano, visto i trampoli che avevo. Al che me lo trovo davanti, fulminato dalla sottoscritta alta quasi quanto lui che ancheggia (in verità mi stavo ammazzando…), che a sua volta aveva avuto un colpo di emozione all’anima.

E la scena, altri cinque anni dopo, si ripete…

Quattro chiacchiere, sorrisi ebeti, balbetti, miei e suoi, Cosa fai? Dove sei? Ma no, dai! il tutto gesticolando, lui con gli occhiali da sole, io con il cellulare, che poteva pure essere il più letale dei coleotteri nordasiatici e non me ne sarebbe fregato di meno. E infatti, pur avendo il telefonino in mano, mi son scordata, per la seconda volta di chiedergli il numero…

Ebete deficiente, cretina intergalattica, imbecille stratosferica! Hai il cellulare in mano e non gli chiedi il numero???

Eh… certi giorni la mia scemenza raggiunge limiti che voi umani non avete mai immaginato…
E infatti l’ho salutato, satura di emozione più che di lui, e me ne sono andata, per giunta con le guance alla Heidi per averlo beccato a rimirarmi il lato B quando mi son voltata. E che faccio? Torno indietro tutta bella paonazza a chiedergli il cell???

Ma tanto è su FB. L’ho avvertito che lo contatto.

Felice come due Pasque quando sono rientrata, alla faccia dell’essere femmina e del fare la preziosa, connessione attiva e login su FB. A quel paese l’aspettare! Dovevo chiedergli l’amicizia subito. Solo che lui su FB non c’è più. Sparito. Cancellato. Inesistente.
E lì mi è partita un’imprecazione contro Zuckerberg che poraccio non c’entra nulla accompagnata da una travasata infinita di disperazione e delusione che avrebbe abbattuto un bisonte. Sono stata uno zombie depresso per tutto mercoledì, il benessere di averlo rivisto annullato con azione retroattiva sino al giorno in cui l’ho conosciuto. Pomeriggio a scandagliare ogni più minuscola informazione che lo riguarda in rete, tutte notizie datate, progetti abbandonati. Ho trovato il nome del gruppo con cui suona, dove ha lavorato; qualche numero, qualche riferimento c’era ma mi aveva detto che erano tutte cose concluse o non andate a buon fine. Poi l’illuminazione.

Lo cerco alla scuola dove lavorava.
In fondo scrivo per un giornale, posso fingere di volerlo intervistare.

Quando mi vengono queste idee balzane è un guaio serio perché faccio danni, sparo cazzate a nastro, sono incontenibile e più vedo che le balle vengono credute più le gonfio. Sono delirante, pazza e il problema è che me ne rendo conto eppure vado avanti. Cioè non è che mi fermo e pace. Noooo! Continuo! O_O
Così ho chiamato e via con la manfrina di Saaalve, sono la Strega Comanda Colori del Giornale dei Ragazzi, cercavo il professor Davide MicioMiao… Sono drammaticamente convincente al telefono, riuscirei a mettermi in contatto con il Papa passandomi per Vladimir Putin e per l’appunto mi hanno messo in attesa dell’addetta al personale che s’è presa il mio numero, non potendo rendere noti i dati personali dei professori, assicurandomi che avrebbe contattato Davide appena possibile. Ma a me non bastava.
Avendo il numero dell’associazione dove aveva suonato con il suo gruppo ho chiamato pure lì perché aspettare non è il mio forte e volevo un cellulare, lo volevo subito. Dopo un giro di chiamate, sempre con la balla dell’intervista (che non è una balla perché ci scrivo davvero per quella schifezza di giornale!), ho recuperato la sua mail perché la tipa aveva il numero di tutti gli altri diciottomila componenti ma non il suo.
Che soddisfazione! Già mi vedevo come ora, alla tastiera, a litigare con le frasi per scriverne di belle e piacevoli da leggere, a replicare la simpatia che suscito di solito nelle persone ma in forma scritta. Una drogata di compiacimento, ecco che ero mentre componevo per la terza volta il numero della scuola (ho chiamato tre volte sì U_U) per avvertire che non serviva più rompere le scatole a Davide via telefono, che mi sarei arrangiata via mail.

E invece quella l’aveva già chiamato…

Lì ho avuto mezzo mancamento a sentirla dire che l’aveva raggiunto in Provvidetorato, dove stava aspettando la nomina per quest’anno, e che mi avrebbe cercata lui appena possibile. Non era così che volevo che andasse: era meglio se lo chiamavo io, quando ero in condizioni di rilassamento, magari dopo un tris di camomille ristrette o in piena sbornia da sonno, appena sveglia, quando il cervello ancora non se ne esce con le mie consuete perle di saggezza.
Mi ha chiamato a distanza di un’ora, con una voce timida, incerta e profondamente delusa al sentirmi dire che ero solo io, l’amica di infanzia e che l’intervista non si faceva, che era un aggancio di pro forma. Credo di non aver mai tartagliato così tanto con lui in tanti anni che ci conosciamo: due minuti di chiamata con più Occheivabene che respiri. Impacciata io, impacciato lui.

Però ho il suo numero.

Se ci penso mi sento un’insensibile arrivista che andrebbe bastonata di prima mattina per come mi sono comportata. Eppure, in giro per la mia ragione, c’è un cartello lampeggiante che mi sostiene e mi rasserena un po’. Alla fine sì, sono fondamentalmente stronzetta, ma ora ho una corda al polso che va verso il suo, ora non lo perdo più e non importa se non nasce nessun grande amore, se non diventeremo inseparabili. Nel cuore avevo smarrito un tassello che oggi sta nella mia mano e questo conta più di immensi risultati, travolgenti sensazioni. L’emozione che porta il suo nome riprende ad avere un appoggio stabile e per ora questo mi basta. Cosa ne esca poi lo sa il destino.


Una martellata in testa (fin da principio) sarebbe stata molto meglio

Dormirci su non è stata una buona idea.
Dormire sarebbe stato il massimo, magari addormentarsi subito, crollare a muscoli esausti sul cuscino e disattivare il cervello. Tutto bene sino al momento in cui ho poggiato il capo sul guanciale ma già allo svolgere il filo delle auricolari collegate all’mp3 le dita hanno cominciato ad avere la smania nervosa dell’affanno.

Metti un pezzo italiano!
Metti roba nella tua lingua così non fingi di aver stracapito!
Metti una chitarra melodica, un piano triste: metti il tuo umore e lascialo scorrere…

Ho incastrato le cuffiette nelle orecchie come se piantassi carote da metro in un terreno arido e acceso il lettore con il respiro pesante, frammentato.

Venditti, Venditti!… no, Venditti no.
Baglioni… no.

Con uno spasmo d’ansia ho fatto zapping velocementissimo, con gli occhi sbarrati ai titoli che scorrevano in successione sino a Raf. Di solito lo tengo buono per ispirarmi tristezza quando scrivo; stanotte non ho avuto bisogno di stimoli allo scoramento, ne ero già piena. Ho preso a ragionare, valutare, misurare le parole e i modi di pronunciarle mentre la musica andava, cambiando brano, e con essa crescevano i dubbi, le domande, le speranze di sbagliarmi, di aver esagerato con l’immaginazione.
Mi son sentita un’ondona di fiato denso salirmi dai polmoni alla gola, bruma notturna che ti scioglie e ti rende liquido che si allarga su uno spazio immenso e si dilata ad ogni respiro profondo. Stavo come senza barriere dalla gola in giù, stesa su un fianco come unico contatto con la realtà; dalla giugulare a salire una progressiva strozzatura sino ad una pressa che mi stritolava le tempie, senza dolore, solo per spremermi le lacrime agli occhi. Lì, nel buio, con il piumino dell’Ikea che mi copriva solo una gamba, a piangere come una deficiente per un deficiente, con il fiumiciattolo che mi scorreva dall’occhio sinistro (il più vicino al cuscino) a rigarmi la guancia e a finire alla base del lobo, bagnandomi di quel liquidino appena un po’ vischioso che tanto mi infastidisce quando son vittima dei Cento Sbadigli prima di dormire.

Ho bisogno di te almeno un’ora
Per dirti che ti odio ancora
[…]
E vivrò, sì vivrò tutto il giorno per vederti andar via
Tra i ricordi e questa strana pazzia

Credo sia proprio questo quello che faccio: dall’istante esatto in cui lo vedo inizio a chiedermi quando se ne andrà. Perdo attimi distraendomi a pensare perchè e per come, subissandomi di domande se è giusto o sbagliato, se parla sul serio o sta scherzando, riacquisendo attenzione solo quando mi parla agli occhi, mi prende una mano e si socchiude in piccole confessioni a bassa voce. Parole che sono costantemente la mia rovina, che fan cedere le difese, di una semplicità e purezza che, santo cielo! se sono vere lastricano la strada di un amore ma se son fasulle distruggono un rapporto.
Questo essenzialmente mi spaventa: la verità, che temo non sia chiara nemmeno a lui, specie quando scherza e sorride lasciando andare l’espressione di un pensiero che per un uomo riempie esclusivamente lo spazio di quelle parole ma che per una donna racchiude mille fattori.
Al che mi sono fermata, ho risucchiato le lacrime e ripreso a ragionare con la mente il più sgombra possibile per quel frangente.

Pensa, pensa, pensa.

Ho ripercorso a ritroso tutto il discorso, sezionato per settori, argomenti, sensazioni, e fatto ritorno, convincendomi che non tutto era perduto. Almeno sino al momento in cui mi tornata nelle orecchie la frase di dichiarazione, lui che mi dice che vede un’altra, che mi sa che mi sono innamorato e son scoppiata, definitivamente e completamente.
Piangendo mi son appisolata per una decina di minuti di notte fondissima, svegliandomi di soprassalto con in animo la colpa di aver ceduto al sonno prima di essermi svuotata di bene e male e di quel che sta in mezzo. Nel frattempo era scattato l’autospegnimento dell’mp3: priva della compassione complice della musica, dovevo affrontare anche il silenzio greve della notte. Ho avuto una gran voglia di accendere il cellulare e chiamarlo tra mille imprecazioni o anche solo di gridare quanto volessi esplodere ma tutto attorno a me sembrava urlare molto più forte di quanto avrei mai potuto fare io. Mi son sentita zittire di paura e incertezza e a queste ho chinato il capo e deposto la rabbia.
C’ho messo un bel po’ a riaddormentarmi e il sonno è stato solo un palliativo alla mancanza della sua voce.

Oggi ho il terrore di vederlo, di sentirlo. Sto in allerta, al centro di una piazza, continuando a ruotare sui talloni per anticipare un altro colpo, per esser pronta a incassarlo dall’attimo esatto in cui verrà sferrato e non farmi trovare impreparata.
Un pugno al cuore ti toglie il fiato. Due ti tramortiscono.
Ho paura di quello che può aspettarmi.