Free tour nel cervello di una svarionata (e lo so che "dull" non vuole la esse…)

pubblicit tutt altro che occulta

Uscite e appuntamenti

E’ finalmente ufficiale: LuBo odia Davide (e Davide se ne frega).
Due giorni fa LuBo, in pieno scazzo pre-weekend, se ne esce con questa cosa che per lui ha il sapore dello sfogo e per me è la conferma di un sospetto che ho da mesi. Dove passa Davide per LuBo non c’è più terreno e gli rode da morire. Lo capisco pure, povera anima, son la prima che c’è cascata (e come fai a non cascarci con uno così?) ma non è una giustificazione per prendere di peso l’attenzione di qualsiasi femmina Davi-adorante e trascinarla via: il risultato è lo stesso che si otterrebbe se cercassero di spostare la sottoscritta da un museo per portarla ad un rave party; come mi lasci libera, torno al museo. Pure se è notte. Tanto domani riaprono.
LuBo da questo orecchio non ci sente proprio eppure lo sa, è cosciente che è una battaglia persa se combattuta con la brutta copia delle armi di Davide. Ma lui continua. Applica un modus operandi simile, ricava poco o nulla e si incavola a morte.

L: Quelle che ho frequentato dicono che sono un ottimo amico…
F: E’ vero…
L: …e che non vogliono andare oltre per non rovinare l’amicizia…
F: Ma se non sono andate oltre, come hai fatto a frequentarle? O_o
L: <sguardo di gelo> Voi donne dovete sempre catalogare tutto???

E io ci provo a spiegargli che come fa non funziona, che deve valorizzare i suoi punti forti e non quelli di altri. Lui mugugna, lascia perdere e si concentra su di me…

L: Vabeh… quando usciamo io e te? U_U
F: ?
L: Ti ho chiesto quando usciamo insieme. U_U
F: Ehm…
L: Non è una risposta…
F: :S
L: Cos’è? Ti faccio schifo?

Non mi fai schifo LuBo! Hai proprio cannato la tattica!
E continua per tutta sera e manda messaggini e Mi hai pensato? Dove sei? Quando passi di qua?

MAI!

Certi giorni non lo reggo proprio. Dov’è Davide quando serve???

A proposito di musei…
Klimt è ancora lì che mi aspetta dal 24 marzo a Venezia e ancora non ho avuto modo di andare a vederlo. Quando mi ricapita di ammirare tutto quel bendiddio insieme in un luogo solo senza dover finire a Vienna e fare il tour delle collezioni private e pubbliche del globo per sbavare selvaggiamente davanti alle sue opere?

Uffina….

L’8 luglio chiude e tutta la prossima settimana sono impegnata. Forse, e dico foooooorse, riesco ad organizzare per sabato 7 ma sento il rumore familiare dell’intoppo e del cambio di programma.
Io me mi sa che me la perdo… 😦

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Questioni di ordinaria follia

Smaltire. Questo il verbo di questa settimana.
Smaltire un cazzotto nello stomaco, un’informazione non richiesta, una dichiarazione improvvisa, la rabbia di un momento e la confusione di tre giorni. Venerdì avrò da smaltire anche un bel po’ di alcol e risate, o almeno spero vista la festa di laurea alla quale sono stata caldamente invitata…

Alcune faccende non si vorrebbero mai affrontare ma te le trovi davanti a tradimento e per quanto ci sbatti contro, o le risolvi e passi avanti o restano lì, perennemente, a farti muro. Ho scelto di prendere quanto più posso con filosofia, almeno a livello di cuore: non posso risolvere e allora andiamo di muro di gomma; c’è ma perlomeno non mi ci faccio male. Spero.

LuBo se n’è uscito con la centesima trovata del mese: marpioneggia pesantemente. Una cosa tipo Prima o poi ti innamorerai di me invece di quel Carciofazzo! ma non ha inteso che è senza speranza, da qui all’eternità. Eppure mi fa gli occhioni da triglia, mi massacra di messaggini, grugnisce con fare più sensuale e si è pure messo a disposizione per soddisfare qualsiasi scemenza mi salti in mente.

Noneeee! Striglizzati che sei un caso perso!

A me fa pure tenerezza ma più di quello…
Il massimo è quando vede Davide: se non fossi invischiata da ‘sta cosa atroce ne riderei da restarci secca. Davide non lo calcola di striscio e LuBo gliene dice di ogni, sempre quando lui non c’è (sia mai che lo smentisce XD). Insulti in differita insomma.
Ieri per un pelo non mi invita a casa: invito declinato con un bel passettone indietro, ruota sui talloni e via a missile. Il tentennamento è letale in questo caso: quello ti acchiappa, rumoreggia contrariato ad occhi assottigliati e a stento si trattiene da legarti alla sedia.

No grazie.

Stasera voleva andare a ballare e inutile spiegargli che di lunedì manco la balera sta aperta. Poi s’è ricordato della palestra e me la sono svignata con lui una mezza dozzina di passi indietro che blaterava che la poteva rimandare, che dovevo aspettare…
Ma la perla è stata quando mi ha detto che se sparisco di nuovo per mesi mi viene a pigliare a casa.

“Ora che sei qui non ti lascio più.”

Sembra la dichiarazione di un naufrago ad uno scoglio in mezzo al mare alto. Stavolta mi lega davvero al rimorchio della sua Ford…


Troppo…

Giornata furiofastidiosa quella di ieri, difficile da metabolizzare per la troppa rabbia accumulata.
Al di fuori della dimensione naturale due sono le cose che mi fanno imbufalire a bestia: la mancanza di rispetto e l’Orso Bruno. Il caso vuole che i due fattori si siano sommati in un momento di sfasamento da calura misto a mezzo abbiocco. Volevo rilassarmi, farmelo passare senza doverci lottare contro; erano le due e mezza, pace piena dei sensi dopo una mattinata a visionare divani per il soggiorno, non ho certo in animo di andar a fare la guerra in giro. Ed infatti non l’ho fatta. Subito.
Nel senso che l’Orso Bruno ha insinuato e offeso e stabilito, tutto in autonomia, secondo punti di vista meramente suoi, non condivisibili né accettabili e a me sono letteralmente saltati i nervi in un crescendo di incazzatura che invece di svuotarmi del livore mi ha portato una contrattura gastrica ingestibile pure con i farmaci. Una specie di ariete medieval style scagliato a tutta birra da Marte verso il centro del mio torace.

Fottuto stomaco.

Qualcosa di simile, quella sorta di stritolata, l’ho provata qualche mese fa, all’inizio delle trattative per la mia nuova vita (ci sto lavorando con calma, prima o poi ogni cosa sarà chiara) ma così, esattamente come ora, saranno oltre dieci anni che non mi succede. Eppure me lo ricordo bene, quelle sensazioni le ho catalogate per bene a suo tempo, un po’ come un biologo con un nuovo virus.
Allora ricorrevo ai medicinali, due pastiglie e via che passa tutto: peccato che, invece che rilassare la muscolatura gastrica, me la irrigidiva e io ebete credevo di essere in peggioramento e proseguivo ancora con la terapia. Ero scema, sicura di me e troppo presa a far quadrare tutto per bene. L’ho capito poi che il corpo suonava a distesa le campane dello stomaco per dirmi di inchiodare e cambiare modo di fare.
Oggi niente compresse. Mollo le briglie e lascio andare. Inspiro a fondo, chiudo gli occhi e sto nel mio, augurandomi che nessuno, in primis l’Orso Bruno, venga a gironzolare nei dintorni mentre sto così. Mi ci vorranno giorni di impacchi di silenzio, indifferenza, una serie non definita di flebo di sorrisi inattesi da chi sorrisi me ne offre a tradimento, un po’ di sciroppo di sguardi. Di quest’ultimi penso non ne avrò, non da chi li attendo, ma tant’è, ci sono abituata.

Impari a fare da te quel che non trovi già pronto. Come un vassoio traboccante di sushi in un paesino di montagna.

Se non trovi una garza, strappi un pezzo di maglia e ti ci fasci con quella. Ecco quello che penso. Ecco come sono. Una che se la cava in ogni occasione. La cariola rotta che va sempre avanti. Ma non importa. Le mie ruote girano ancora. Gireranno sempre.

Ps. Ho preso in biblioteca (tocca economizzare anche sulle passioni purtroppo) il libro di Grossman. Paola, la mia bibliotecaria di fiducia, mi ha guardato come se avessi asserito di voler leggere tutto Proust al contrario.

F: Ma l’hai letto te, questo?
P: Io…? O_O
     Guarda… la letteratura ebraica mi sta… mi sta… <gesticola mimando qualcosa di pesante tra le mani>
F: Troppo complessa?
P: Mi sta… eh, sì! Troppo… <gesticola allo stesso modo di prima>
F: Ti è pesante da digerire.
P: Ecco appunto. Io e la letteratura ebraica…
F: La letteratura ebraica ti sta sulle palle.
P: <si illumina>
F: <rido>
P: Ma poi dimmi com’è, ok? Magari lo…
F: Sì, magari lo leggi.
P: <sorride sollevata>

Ne ho letto qualche brano, a casaccio, seguendo i tratti a matita lasciati da chi l’ha letto prima di me. Mi somiglia tanto quel che ho scorso con gli occhi. Mi somiglia fin troppo.
Sapesse Paola che pure la pseudoletteratura nostrana tenta di scrivere pesantezze in modalità Grossman, forse non mi darebbe più nessun libro in prestito…


FedelQuote – 1

Ho su labbra, dita, fronte, occhi, stomaco e cuore troppe parole, un affollamento di sentimenti che voglio impetuosamente esprimere e cozza con la possibilità di venir compresi. Non posso scrivere, almeno non in questo preciso momento; risulterei fumosa, torbida, aleatoria. Non sono Joyce, non so manifestarmi nella mia immensità in declinazioni tanto perfette. Tutto è una mescolanza caotica, un confuso magma esplosivo, a stento riesco a riconoscere i frammenti di concetti che mi navigano in testa.

Forse scrivere quella sciagura di storia che sto componendo è la mia disgrazia: dar forma ad essa per dar forma a me stessa. Ma un’ameba non diventa un cerchio.
Forse sarebbe il caso di stopparsi, di smettere di dire e fare cazzate per voler seguire il proprio fiume nell’illusione di giungere a qualcosa. Fermarsi e maturare. Decidere che il tempo della libertà, del fluido sentire è finita. Diventare adulti mentalmente e sentimentalmente, non solo sulla carta.
Ma non ce la faccio. Non voglio una vita matura, non voglio liberarmi del sogno, dell’illusione, dell’ostinata malattia di farmi ferire e curare dagli eventi. Vivrò sempre in un mondo tutto mio, assurdo e astratto in qualche modo, lontano e diverso, forsanche sbagliato e insulso ma mio e quando finirà, quando metterò la testa a posto, così l’età adulta richiede, allora sarò una candela spenta, braci annacquate, mare senza onde. Sarò morta.

Fino ad allora, tuttavia, voglio sentire, voglio urlare e sussurrare con la mia voce, anche se distante miliardi di anni luce dal resto dell’universo. Voglio vivere la vita a modo mio, anche se fosse immersa nei rimpianti: nessuno di essi potrà essere tanto devastante quanto quello di non aver vissuto quel che provo.
E intanto seguito nel mio delirio, che mi annebbia la mente più spesso di quanto non mi ingarbuglia le dita sulla tastiera. Scrivo. E leggo. Poco, ultimamente: leggere sembra una delle cose più facili e immediate possibili. Niente di più falso. Devi avere il cervello collegato, altrimenti non leggi: scorri consonanti e vocali che (si spera) stiano bene insieme e non cannino la consecutio temporum.
Questa, di cui riporto alcune frasi (spaventosamente vicine a come mi sento ora), sarà la prossima lama con cui ho scelto di colpirmi e guarirmi: c’ho messo mesi a riprendermi da Questo amore di Roberto Cotroneo (che, tra l’altro, consiglia il libro di cui sotto), su questo calcolo almeno il doppio del tempo, data la condizione di scombinamento che sto vivendo.
Rischio lo sbarellamento multiplo ma darei un dito per una libreria aperta di domenica…

…..:oOOOo:…..

“Io mi rivelo solo al secondo sguardo, o al terzo, mai a quello che effettivamente mi osserva.”

“Sto parlando di cose che non hanno nome, cose che nel corso della vita si accumulano sul fondo dell’anima, sedimenti e strati di terriccio. Se mi chiedessi di descriverteli, non saprei da che parte cominciare, non avrei le parole adatte. Solo una stretta al cuore, un’ombra passeggera, un sospiro.”

“Vivo soprattutto in quello che non ho.”

“Bisognerebbe capire e chiarire una volta per tutte perché “un brutto momento” può andare avanti per mesi, mentre un momento di grazia dura sempre e soltanto un momento.”

“A volte tocchi contemporaneamente il punto dove provo dolore e piacere.”

“Per un po’ forse continuerò ad urlare il tuo nome a me stesso, nel cuore. Ma alla fine la ferita si cicatrizzerà.”

“Dopo aver fatto l’amore, dormiremo abbracciati. La tua schiena contro il mio ventre. E io stringerò le dita dei piedi attorno alle tue caviglie, come delle mollette, perché tu non possa volar via la notte. Saremo come un’immagine in un libro di scienze: un frutto tagliato a metà, tu la buccia e io il torsolo.”

Amore è il fatto che tu sei per me il coltello col quale frugo dentro me stesso.


Terremoto: quando a far tremare i muri non è solo la crosta terrestre…

Mattinata tragicomica ma più comica che tragica.
Prima il terremoto: appena terminato di riempirmi il bicchierone di semenze varie (sì, faccio colazione come una gallina: con i semi U_U), stavo riannodando il sacchettino dell’uva passa quando inizia a tremare il trespolo su cui siedo. Sulle prime credo sia uno scarico di tensione delle mie cosciotte da prosciuttara in attesa del riconoscimento del DOP, poi alzo gli occhi alle luci che ondeggiano, sposto lo sguardo ai pensili che tremolano e chiamo il Giulietto per esser pronta ad evacuare (dalla casa, non dal mio corpo U_U) in caso di pericolo. E lì si ferma tutto.
Se mi toccava di uscire come stavo in quel momento era un problema: con addosso una delle seicento vecchie T-shirt della manifestazione (non si logorano maaaaaaiiiii!!! Ormai è diventata la mia divisa estiva =_=) e i pantaloni del pigiama più grande di almeno tre taglie, se finivo in strada mi pigliavano per un clown mandato dal Comune per distogliere la cittadinanza…
Tempo di acciuffare il telefono, chiamo Nonna per vedere se sta bene: cardiopatica, un filino ipocondriaca e ansiosa, ovvio che mi preoccupo.

F: L’hai sentito?
N: Chi?
F: Il terremoto U_U
N: Quando?
F: Vabeh lasciare stare. C’è appena stata una scossa e bla bla bla…

Cioè io vado in panico per l’ottuagenaria e lei non ha sentito nulla. Poi mi dice che sìsìsì, c’è il lampadario che dondola. E ben svegliata nonni’!

Dopo un giro di chiamate tra parenti stretti e amici per assicurarmi che stiano tutti bene, in piedi e respiranti, mi metto al lavoro seriamente. Nel frattempo mia madre si dà alle pulizie di primavera (aka Prima Vera Pulizia [dell’anno]): ha già messo a soqquadro mezza casa, lavato anche le tende che non ci sono, lustrato pile di servizi che non abbiamo mai usato, bicchieri che non hanno mai conosciuto acqua o vino e fatto il restyling al frigo. Oggi tocca alla pareti.
Armata di pennello da rifinitura (ma un pennello normale no??? Vabeh…) è lì che pittura il muro dello studio dove lavoro con sottofondo di musica dal pc e, stando sulla scala, inizia a canticchiare.

M: Ma ti piacciono veramente ‘ste canzoni o le metti perchè ci sono io?
F: No, Ma’. Mi piacciono. Mi ci sto facendo un’endovenosa da quasi una settimana. Ma che non mi senti che le canto ogni tanto?
M: <non mi sente, canta>
F: Ma’?
M: Belle, belle… <espressione sognante> Ma io non le posso sentire se vado di là, giusto?
F: Eh no. Ma posso farti un cd al volo?
M: Sì??? <occhietti a cuore>
F: Dammi cinque minuti e te lo fo.
M: <se ne va saltellando>

C’ho messo un po’ più di cinque minuti. Scegliere musica per lei non è semplice: ti dice che le va bene tutto ma poi critica questo e quello, che Sìsì bello a parte X, Y, W, Z… Mi è piaciuto tanto tranne quella che… quindi si va con cautela e si fa la cernita serrata.
Eppure mi restavano otto disgraziatissimi minuti e diciotto secondi che non sapevo come impegnare.

F: Ma’? Ho otto minuti che non so che mettere…
M: Metti quella di quello che si sporca… quello che si pittura tutto quanto… (<- “Somebody that I used to know” di Gotye ft. Kimbra)
F: Ma è un cd di musica italiana!… Ce lo metto lo stesso?
M: Sì. E poi metti quella che mi avete messo come suoneria. Quella che fa Tumtumtumtum… (<- “We are young” dei Fun)

Questa è mia madre. E poi mi chiedo come mai son venuta fuori sballata…
Comunque, le faccio il cd, lo inserisco in filodiffusione e l’avverto. Mi sta pittando camera su due macchiettine che ho fatto ammazzando un paio di volatili ronzanti dopo aver subito senza autorizzazione le analisi del sangue e pomfo conseguente. Mugugna che ha capito, mi sorride e continua a dar la tinta.

Il guaio è stato dopo…

Non le avessi mai acceso lo stereo in camera: Gotye non fa nemmeno in tempo ad arrivare al refrain che l’ha messo ad una tacca dal massimo e ci canta su anche lei. Le pareti che rimbombano al punto che  sento nettamente le parole stando dall’altra parte della casa.

F: Uè! E’ un pelo altina…
M: ?
F: In oltre vent’anni che stiamo qui non ho mai messo la musica così alta. E io mi ci scasso i timpani. Vedi te…
M: <sfreccia ad abbassare di un quarto di tacca>
F: Sì vabbeh… Bonanotte!

Poi ha abbassato ancora ma sicuro Gotye lo sentivano sino in piazzetta. E poi credono che sia io…


Desperately Seeking Su…per Hairdresser

Ho trovato il Parrucco della mia vita attuale (come fosse la prima volta che lo dico…)!
Mattinata in avanscoperta di un salone fiQuo, stiloso e truly trendy per una innocuissima messa in piega. A livello di umore stavo esattamente come sempre quando provo un parrucchiere nuovo: pura esaltazione controllata. Perchè ogni volta parto da casa e arrivo lì gasatissima pensando di uscire come Ziggy Stardust e invece arrivo alla cassa con la stessa pettinatura di Susan Boyle…

Ma forse stavolta forse la volta buona.

Son capitata da un tizio, tale Jonny (Johnny? Jhonny? Gionni? Jonni? Giovanni l’Ingles insomma) che sta alla quinta generazione di parrucchieri; teoricamente dovrebbe sapere quello che fa. Lavora con il padre, tra poco la sorella avvia un’attività di estetica al piano di sotto, sono in sei mila là dentro. Hai visto mai che son fortunata?
Ho appuntamento giovedì per un restyling completo di cambio colore, sopracciglia e consulenza make up (O_O). No dico, la fanno a me tutta ‘sta roba, alla donna più normale della Terra. Secondo me ho esagerato…


Piccole cose, grandi benefici

Adoro andare a zonzo in solitario. Mi piace da matti. Ubriacatemi la Dixie fino all’orlo (raga, la benza costa troppo ultimamente e il mio portafoglio si bacia da solo =_=), lasciatemi portare la mia musica e posso andare anche a NY senza traghetto e senza neanche fare plin plin (anche questo è uno dei vantaggi di essere fuori come un cammello: avere una vescica capiente).
In secondo luogo, amo la notte. La mia migliore amica, il mio mantello, il mio guscio di pensieri.

Dixie + Musica + Notte

Mi basta questo per avere il mondo in mano.  Mi accontento di poco? Forse. Ma come la bellezza è negli occhi di chi guarda, così per me la felicità è generata dalle piccole emozioni. Meno ti serve per star bene, più sono le possibilità che tu possa realizzarlo.
Quindi siamo andate, Dixie ed io, nella notte e nella musica. Personalmente devo aver sbagliato qualcosa però nel finire al solito locale, inconsuetamente scarso di elementi femminili, se mi son ritrovata a parlare con un nugolo di maschi (li conosco tutti, non li ho rimorchiati al momento U_U) in piena fase Vieni a sgranchirti le gambe?… Prendi qualcosa?… Mi fai compagnia mentre fumo?… Ridere è il minimo, inchiodarsi allo sgabello del bancone necessario per non far torto a nessuno e a tutti, favorire il barman (barista fa tanto bar di paese anni ’80), unico elemento esterno al ritrovo serale perchè lavorante in loco, quasi naturale. Poi sono iniziate ad arrivare le donne, in gruppo o accompagnate: le occhiatacce che non mi hanno indirizzato, attorniata da uomini com’ero. Buba, il titolare della mia bruschettebirrepanineriapseudolounge di fiducia, a veder ‘sti sguardi bigotti avrebbe sogghignato sino ad inciuccarsi bevendo l’ennesimo esperimento creato sul momento per poi persuadermi a berne un sorsetto dopo che ci ha sputacchiato su…

Buba! Buba!

Ecco che mi sganascio al pensiero che, tra una quindicina d’anni, si pentirà di non farsi chiamare per nome da nessuno tranne che dai suoi sottoposti. E c’è chi sta pure peggio, a soprannomi. Tipo la sottoscritta che si esalta ogni volta che vede la scritta FedEx e pensa a tutti gli amori del passato che potrebbero star chiusi nel furgoncino del corriere espresso…