Free tour nel cervello di una svarionata (e lo so che "dull" non vuole la esse…)

momento aforisticoso

Troppo…

Giornata furiofastidiosa quella di ieri, difficile da metabolizzare per la troppa rabbia accumulata.
Al di fuori della dimensione naturale due sono le cose che mi fanno imbufalire a bestia: la mancanza di rispetto e l’Orso Bruno. Il caso vuole che i due fattori si siano sommati in un momento di sfasamento da calura misto a mezzo abbiocco. Volevo rilassarmi, farmelo passare senza doverci lottare contro; erano le due e mezza, pace piena dei sensi dopo una mattinata a visionare divani per il soggiorno, non ho certo in animo di andar a fare la guerra in giro. Ed infatti non l’ho fatta. Subito.
Nel senso che l’Orso Bruno ha insinuato e offeso e stabilito, tutto in autonomia, secondo punti di vista meramente suoi, non condivisibili né accettabili e a me sono letteralmente saltati i nervi in un crescendo di incazzatura che invece di svuotarmi del livore mi ha portato una contrattura gastrica ingestibile pure con i farmaci. Una specie di ariete medieval style scagliato a tutta birra da Marte verso il centro del mio torace.

Fottuto stomaco.

Qualcosa di simile, quella sorta di stritolata, l’ho provata qualche mese fa, all’inizio delle trattative per la mia nuova vita (ci sto lavorando con calma, prima o poi ogni cosa sarà chiara) ma così, esattamente come ora, saranno oltre dieci anni che non mi succede. Eppure me lo ricordo bene, quelle sensazioni le ho catalogate per bene a suo tempo, un po’ come un biologo con un nuovo virus.
Allora ricorrevo ai medicinali, due pastiglie e via che passa tutto: peccato che, invece che rilassare la muscolatura gastrica, me la irrigidiva e io ebete credevo di essere in peggioramento e proseguivo ancora con la terapia. Ero scema, sicura di me e troppo presa a far quadrare tutto per bene. L’ho capito poi che il corpo suonava a distesa le campane dello stomaco per dirmi di inchiodare e cambiare modo di fare.
Oggi niente compresse. Mollo le briglie e lascio andare. Inspiro a fondo, chiudo gli occhi e sto nel mio, augurandomi che nessuno, in primis l’Orso Bruno, venga a gironzolare nei dintorni mentre sto così. Mi ci vorranno giorni di impacchi di silenzio, indifferenza, una serie non definita di flebo di sorrisi inattesi da chi sorrisi me ne offre a tradimento, un po’ di sciroppo di sguardi. Di quest’ultimi penso non ne avrò, non da chi li attendo, ma tant’è, ci sono abituata.

Impari a fare da te quel che non trovi già pronto. Come un vassoio traboccante di sushi in un paesino di montagna.

Se non trovi una garza, strappi un pezzo di maglia e ti ci fasci con quella. Ecco quello che penso. Ecco come sono. Una che se la cava in ogni occasione. La cariola rotta che va sempre avanti. Ma non importa. Le mie ruote girano ancora. Gireranno sempre.

Ps. Ho preso in biblioteca (tocca economizzare anche sulle passioni purtroppo) il libro di Grossman. Paola, la mia bibliotecaria di fiducia, mi ha guardato come se avessi asserito di voler leggere tutto Proust al contrario.

F: Ma l’hai letto te, questo?
P: Io…? O_O
     Guarda… la letteratura ebraica mi sta… mi sta… <gesticola mimando qualcosa di pesante tra le mani>
F: Troppo complessa?
P: Mi sta… eh, sì! Troppo… <gesticola allo stesso modo di prima>
F: Ti è pesante da digerire.
P: Ecco appunto. Io e la letteratura ebraica…
F: La letteratura ebraica ti sta sulle palle.
P: <si illumina>
F: <rido>
P: Ma poi dimmi com’è, ok? Magari lo…
F: Sì, magari lo leggi.
P: <sorride sollevata>

Ne ho letto qualche brano, a casaccio, seguendo i tratti a matita lasciati da chi l’ha letto prima di me. Mi somiglia tanto quel che ho scorso con gli occhi. Mi somiglia fin troppo.
Sapesse Paola che pure la pseudoletteratura nostrana tenta di scrivere pesantezze in modalità Grossman, forse non mi darebbe più nessun libro in prestito…

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FedelQuote – 1

Ho su labbra, dita, fronte, occhi, stomaco e cuore troppe parole, un affollamento di sentimenti che voglio impetuosamente esprimere e cozza con la possibilità di venir compresi. Non posso scrivere, almeno non in questo preciso momento; risulterei fumosa, torbida, aleatoria. Non sono Joyce, non so manifestarmi nella mia immensità in declinazioni tanto perfette. Tutto è una mescolanza caotica, un confuso magma esplosivo, a stento riesco a riconoscere i frammenti di concetti che mi navigano in testa.

Forse scrivere quella sciagura di storia che sto componendo è la mia disgrazia: dar forma ad essa per dar forma a me stessa. Ma un’ameba non diventa un cerchio.
Forse sarebbe il caso di stopparsi, di smettere di dire e fare cazzate per voler seguire il proprio fiume nell’illusione di giungere a qualcosa. Fermarsi e maturare. Decidere che il tempo della libertà, del fluido sentire è finita. Diventare adulti mentalmente e sentimentalmente, non solo sulla carta.
Ma non ce la faccio. Non voglio una vita matura, non voglio liberarmi del sogno, dell’illusione, dell’ostinata malattia di farmi ferire e curare dagli eventi. Vivrò sempre in un mondo tutto mio, assurdo e astratto in qualche modo, lontano e diverso, forsanche sbagliato e insulso ma mio e quando finirà, quando metterò la testa a posto, così l’età adulta richiede, allora sarò una candela spenta, braci annacquate, mare senza onde. Sarò morta.

Fino ad allora, tuttavia, voglio sentire, voglio urlare e sussurrare con la mia voce, anche se distante miliardi di anni luce dal resto dell’universo. Voglio vivere la vita a modo mio, anche se fosse immersa nei rimpianti: nessuno di essi potrà essere tanto devastante quanto quello di non aver vissuto quel che provo.
E intanto seguito nel mio delirio, che mi annebbia la mente più spesso di quanto non mi ingarbuglia le dita sulla tastiera. Scrivo. E leggo. Poco, ultimamente: leggere sembra una delle cose più facili e immediate possibili. Niente di più falso. Devi avere il cervello collegato, altrimenti non leggi: scorri consonanti e vocali che (si spera) stiano bene insieme e non cannino la consecutio temporum.
Questa, di cui riporto alcune frasi (spaventosamente vicine a come mi sento ora), sarà la prossima lama con cui ho scelto di colpirmi e guarirmi: c’ho messo mesi a riprendermi da Questo amore di Roberto Cotroneo (che, tra l’altro, consiglia il libro di cui sotto), su questo calcolo almeno il doppio del tempo, data la condizione di scombinamento che sto vivendo.
Rischio lo sbarellamento multiplo ma darei un dito per una libreria aperta di domenica…

…..:oOOOo:…..

“Io mi rivelo solo al secondo sguardo, o al terzo, mai a quello che effettivamente mi osserva.”

“Sto parlando di cose che non hanno nome, cose che nel corso della vita si accumulano sul fondo dell’anima, sedimenti e strati di terriccio. Se mi chiedessi di descriverteli, non saprei da che parte cominciare, non avrei le parole adatte. Solo una stretta al cuore, un’ombra passeggera, un sospiro.”

“Vivo soprattutto in quello che non ho.”

“Bisognerebbe capire e chiarire una volta per tutte perché “un brutto momento” può andare avanti per mesi, mentre un momento di grazia dura sempre e soltanto un momento.”

“A volte tocchi contemporaneamente il punto dove provo dolore e piacere.”

“Per un po’ forse continuerò ad urlare il tuo nome a me stesso, nel cuore. Ma alla fine la ferita si cicatrizzerà.”

“Dopo aver fatto l’amore, dormiremo abbracciati. La tua schiena contro il mio ventre. E io stringerò le dita dei piedi attorno alle tue caviglie, come delle mollette, perché tu non possa volar via la notte. Saremo come un’immagine in un libro di scienze: un frutto tagliato a metà, tu la buccia e io il torsolo.”

Amore è il fatto che tu sei per me il coltello col quale frugo dentro me stesso.


Terremoto: quando a far tremare i muri non è solo la crosta terrestre…

Mattinata tragicomica ma più comica che tragica.
Prima il terremoto: appena terminato di riempirmi il bicchierone di semenze varie (sì, faccio colazione come una gallina: con i semi U_U), stavo riannodando il sacchettino dell’uva passa quando inizia a tremare il trespolo su cui siedo. Sulle prime credo sia uno scarico di tensione delle mie cosciotte da prosciuttara in attesa del riconoscimento del DOP, poi alzo gli occhi alle luci che ondeggiano, sposto lo sguardo ai pensili che tremolano e chiamo il Giulietto per esser pronta ad evacuare (dalla casa, non dal mio corpo U_U) in caso di pericolo. E lì si ferma tutto.
Se mi toccava di uscire come stavo in quel momento era un problema: con addosso una delle seicento vecchie T-shirt della manifestazione (non si logorano maaaaaaiiiii!!! Ormai è diventata la mia divisa estiva =_=) e i pantaloni del pigiama più grande di almeno tre taglie, se finivo in strada mi pigliavano per un clown mandato dal Comune per distogliere la cittadinanza…
Tempo di acciuffare il telefono, chiamo Nonna per vedere se sta bene: cardiopatica, un filino ipocondriaca e ansiosa, ovvio che mi preoccupo.

F: L’hai sentito?
N: Chi?
F: Il terremoto U_U
N: Quando?
F: Vabeh lasciare stare. C’è appena stata una scossa e bla bla bla…

Cioè io vado in panico per l’ottuagenaria e lei non ha sentito nulla. Poi mi dice che sìsìsì, c’è il lampadario che dondola. E ben svegliata nonni’!

Dopo un giro di chiamate tra parenti stretti e amici per assicurarmi che stiano tutti bene, in piedi e respiranti, mi metto al lavoro seriamente. Nel frattempo mia madre si dà alle pulizie di primavera (aka Prima Vera Pulizia [dell’anno]): ha già messo a soqquadro mezza casa, lavato anche le tende che non ci sono, lustrato pile di servizi che non abbiamo mai usato, bicchieri che non hanno mai conosciuto acqua o vino e fatto il restyling al frigo. Oggi tocca alla pareti.
Armata di pennello da rifinitura (ma un pennello normale no??? Vabeh…) è lì che pittura il muro dello studio dove lavoro con sottofondo di musica dal pc e, stando sulla scala, inizia a canticchiare.

M: Ma ti piacciono veramente ‘ste canzoni o le metti perchè ci sono io?
F: No, Ma’. Mi piacciono. Mi ci sto facendo un’endovenosa da quasi una settimana. Ma che non mi senti che le canto ogni tanto?
M: <non mi sente, canta>
F: Ma’?
M: Belle, belle… <espressione sognante> Ma io non le posso sentire se vado di là, giusto?
F: Eh no. Ma posso farti un cd al volo?
M: Sì??? <occhietti a cuore>
F: Dammi cinque minuti e te lo fo.
M: <se ne va saltellando>

C’ho messo un po’ più di cinque minuti. Scegliere musica per lei non è semplice: ti dice che le va bene tutto ma poi critica questo e quello, che Sìsì bello a parte X, Y, W, Z… Mi è piaciuto tanto tranne quella che… quindi si va con cautela e si fa la cernita serrata.
Eppure mi restavano otto disgraziatissimi minuti e diciotto secondi che non sapevo come impegnare.

F: Ma’? Ho otto minuti che non so che mettere…
M: Metti quella di quello che si sporca… quello che si pittura tutto quanto… (<- “Somebody that I used to know” di Gotye ft. Kimbra)
F: Ma è un cd di musica italiana!… Ce lo metto lo stesso?
M: Sì. E poi metti quella che mi avete messo come suoneria. Quella che fa Tumtumtumtum… (<- “We are young” dei Fun)

Questa è mia madre. E poi mi chiedo come mai son venuta fuori sballata…
Comunque, le faccio il cd, lo inserisco in filodiffusione e l’avverto. Mi sta pittando camera su due macchiettine che ho fatto ammazzando un paio di volatili ronzanti dopo aver subito senza autorizzazione le analisi del sangue e pomfo conseguente. Mugugna che ha capito, mi sorride e continua a dar la tinta.

Il guaio è stato dopo…

Non le avessi mai acceso lo stereo in camera: Gotye non fa nemmeno in tempo ad arrivare al refrain che l’ha messo ad una tacca dal massimo e ci canta su anche lei. Le pareti che rimbombano al punto che  sento nettamente le parole stando dall’altra parte della casa.

F: Uè! E’ un pelo altina…
M: ?
F: In oltre vent’anni che stiamo qui non ho mai messo la musica così alta. E io mi ci scasso i timpani. Vedi te…
M: <sfreccia ad abbassare di un quarto di tacca>
F: Sì vabbeh… Bonanotte!

Poi ha abbassato ancora ma sicuro Gotye lo sentivano sino in piazzetta. E poi credono che sia io…


A maggio del ricordo resta solo un raggio

Di solito maggio lo vivo malino, con l’allergia che mi toglie anni di vita ad ogni starnuto e il sonno che non è mai abbastanza ma più ancora per gli Anniversari, chiamiamoli così per includerli tutti, che mi turbano più o meno felicemente.

Anniversario di matrimonio dei miei.
Compleanno della zia preferita.
Anniversario dell’incidente dei nonni (in seguito al quale nonno è morto, pochi mesi dopo).
Anniversario di matrimonio di zio.
Compleanno di mia “sorella”.

Ma il fulcro dei problemi sta nel 7 e nell’11 maggio, rispettivamente compleanno e onomastico del primo che mi ha scombussolato per bene.

Fabio M.

Forse è noioso ricordarlo ogni anno ma non riesco a dimenticare e nemmeno voglio farlo. Riportare momenti simili alla memoria è un modo per tenerli con me mentre vivo ma più ancora concedere altra vita a qualcosa che non esiste più da tempo. E così continuo, anno dopo anno, a parlare di lui, della sua voce che ancora sento nelle orecchie, degli sguardi rubati, della tachicardia che, sotto quintali di cuore, ancora scatta al suo pensiero.
Mi ha insegnato ad amare con tante parole che la mia mente traditrice non ha saputo mettere al sicuro dalla dimenticanza. Vorrei aver avuto quei fogli su cui ha scritto tante frasi per me, averli tra le mani con il suo respiro attaccato su, il soffio d’aria che lasciava le sue labbra quando me le leggeva al telefono.
Mi ha insegnato ad essere amata al di là della fisicità, solo perchè ero io, perchè ero espressione di sentimento, anima vibrante. Sono stata così malaccorta, così crudele con lui, affettuosamente ipocrita e stilettamente appassionata. Di lui ho lasciato tracce in tutti i luoghi che sono stata in quegl’anni, anche dove trascorrevo le vacanze: è una meritata cucchiata di fiele che ingoio in silenzio quando mi capita di passare di lì. Me la ricordo ancora la panchina nel giardinetto dietro il palazzo vescovile da cui gli ho scritto la cartolina: non devo entrare dentro quel piccolo parco, so ad occhi chiusi dov’è. E ricordo anche il fugone fatto per sfuggire a nonno (sì, nonno, il mio nonnino dolcissimo che amo immensamente ancora) per correre al telefono pubblico e chiamarlo. Rari sono i giorni in cui ho mancato di farlo.

Fabio. La mia droga. Il mio pusher.

Già, sono un’ex tossicodipendente da sostanze fabiane. Che ridere! Anche il padre missionario si chiama così. Fabiano. Molto più che un caso del destino incrociare un Fabiano nel mese di Fabio dopo anni che non esiste nessuno con questo nome a correre nei sentieri che attorniano la mia collina.

Quest’anno, però, un po’ come l’anno scorso, ogni cosa è trascorsa tranquilla, placida, e il timore che si affaccia al pensiero è lo stesso di 12 mesi fa: Sto dimenticando? Mettendo in soffitta una parte di me? O piuttosto rinunciando a sentire quel pizzico di sale che le mie ferite custodiscono ancora intatto dentro di loro? Il guaio è che la mia vita è cambiata, ho altre responsabilità, tensioni, preoccupazioni, e il passato va sfumando in se stesso. Non voglio questo, non voglio abbandonare al vapore dei giorni che scorrono troppo in fretta l’intensità vissuta, quel cammino che mi ha reso la donna di oggi.
Eppure il ricordo scolora, lo sento dentro e non riesco a fermarlo. Se la sofferenza di allora si fa un mezzo sorriso triste al ritorno di maggio allora mi sto perdendo. Perdo me stessa senza acquistare nulla. Sono terra fertile che muta in zolla arida nella siccità di me stessa.


Now comes the night…

Fed in versione scialla stasera dopo una domenica trascorsa a fare l’ameba al pc.

Un grammo di ispirazione.
Un grammo di noia.
Un grammo di relax.
Un grammo di stanchezza.
Frullare bene e amalgare con olio di nausea a filo. Occhio a non far impazzire il composto.

Ma la parte migliore viene sempre dopo il tramonto, con l’aria fresca e le luci basse, la quiete che avvolge le cose e le trasport in un’altra dimensione, la mia dimensione, quella notturna. Non esiste nulla come il giorno che chiude gli occhi alla luna e dimentica se stesso per confondersi alla notte che lo abbraccia e lo culla sino a mattina.
E per coloro che credono che la notte sia buio, materia nascosta e difficoltà sappiate che noi anime di tenebra siamo diversi. I Figli della Notte sono figli della Madre Caotica nella cui oscurità nasce il Tutto.

Ed io vorrei essere Notte per vestirmi finalmente di me stessa…


Saggietà

Accetta l’errore come spazio di crescita.


Notte di S. Lorenzo

Ridatemi le stelle che nel cielo non ci son più
Ridatemi la vita che ho perso per via
Alle Oscure Valli offro il nutrimento della mia Notte
Misto al carezzevole suono del flauto irlandese

Ridatemi i pensieri e i ricordi
Gli sguardi fusi al buio che mi culla
Le ore spese alla finestra
Nelle certezze più insicure del mio cuore

Quel che dimentico forse è già passato
Ma non accetto il vuoto spento sopra la mia testa
Ho troppi sogni che attendono
Ridatemi le stelle….