Free tour nel cervello di una svarionata (e lo so che "dull" non vuole la esse…)

Metafisica fedelmiana

When I’ll see the light

Nemmeno le lacrime riescono a scorrere.
Oggi sono andata troppo oltre.
Resta il pugno allo stomaco, il bluff con lui, la consapevolezza che non c’è, non esiste nulla tranne quello che ho creato con le mie mani.

Credo che dovrei fermarmi davvero stavolta, stopparmi prima che tutto crolli, mettermi da parte.
Lui dice che se ne andrebbe se lo amassi; forse dovrei dirglielo, incassare il suo sguardo fintamente sconvolto (perché anche un cieco vede questo sentimento), allargare le braccia e avvolgermi come in una coperta nella sua freddezza, nell’espressione semi-schifata (perché non sono una strafica come piacciono a lui), probabilmente, se sono fortunata, sentirmi chiamare traditrice, falsa sorella e amica, confidente imbrogliona, sentirmi dire sei come tutte. E forse sono la peggiore di tutte quante. Io mi sento la peggiore, disonesta per amore fin da principio, carnefice di me stessa.

Sì, penso che dovrei. Il prima possibile. Mi sto consumando, ognuno di loro mi consuma: quanto ancora resta di me stessa? Di quanta materia sono ancora fatta? Ma non smetterò domani. Presto, molto presto, con mia somma tristezza so che sarà prima di quanto la parte più forte di me voglia. E poi sarò libera. Di piangere, solo di questo. I sentimenti sono strane piante che attecchiscono di frequente dove non dovrebbero. E io ho la jella infinita di avere un pollice troppo verde…


Timeless

Le cose cambiano talmente tanto in fretta che quando ti volti indietro a prendere coscienza del tempo che è trascorso da quel cambiamento ti accorgi che non hai sentito abbastanza le emozioni che la mutazione ha portato con sé ma, peggio ancora, che vivi un tempo immensamente più rapido di quanto il tuo cuore e la tua mente possano tollerare.


Take easy and go slow

Il caso mi concede un po’ di più tempo di quello preventivato e sfruttarlo al meglio anzichè mettermi, come al solito, nel mezzo della spirale e farmi sballottare mi è parsa la soluzione migliore.
Da qualche giorno lavoro su me stessa, apro le porte alla parola e rendo tangibili i pensieri con la mia voce.  SimoSimo mi ha “sgridato” giusto qualche giorno fa dicendomi che dovrei parlarne di più, non tenere i sentimenti, qualunque essi siano, incatenati a me, imbavagliati se non sono ricambiati, se mi sembrano banali. I sentimenti non lo sono mai: ogni espressione del sentire è degna e di valore e ad essa devo imparare a tributare l’onore che merita.
Così parlo, mi lascio scorrere, prendo confidenza con l’ascoltare me stessa, non solo gli altri, permettendo alla voce di compiere il viaggio, di costruire il cerchio,
dalle labbra
all’aria
alle orecchie
al cervello
al cuore
ai polmoni
al respiro
alla gola
e di nuovo alle labbra.
Nel frattempo sedimento, impacchetto la roba sporca e indossa una maglietta fresca di bucato. Mi prendo una serata per interrompere la sequenza di immagini di un unico soggetto maschile che la mente rimanda agli occhi e porre un altro viso, quello di un uomo che non so ancora se chiamare amico. Usciamo insieme, un appuntamento a mezza via, in tutti i sensi,  a cui vado senza impegno, senza aspettative e, pertanto, senza possibilità di delusione. Lascio fare al destino, che venga come deve venire, nel bene, nel male e in ogni modo possibile.

Non dire che sai come va a finire.
Non dire che te lo senti.

Ok, sto zitta e la sentenza al post serata. Alla fine non mi importa come potrebbe andare: ho fin troppo da tenere a bada e a cui pensare. Mi prendo la sorpresa e scopro a poco quel che c’è in serbo per me. In fin dei conti non vado a senso unico, stavolta.

Concentrandomi su altri lidi, l’elemento musica pare trovarsi particolarmente in sintonia con me negli ultimi tempi: dopo Il Violoncellista, allievo di un gran pezzo di musicista internazionale, che a tempo perso suona con Zublin Mehta, oggi ho scoperto di avere un altro amico ganzissimo, il TastiFonico che frequenta Ludovico Einaudi. Frequenta… lo conosce bene il suo capo, compositore di rilievo nel suo campo, e gliel’ha presentato. Cioè io rincorro Einaudi per mari e monti e questo gli ha stretto la mano.

Sgrunt!
Supersgrunt!

Mi torna in mente in prima media, quando avevo fatto richiesta di entrare nella classe di musica per studiare pianoforte: colloquio passato egregiamente, mille speranze in corpo e poi sdong! la mazzata del piano da prendere in affitto. Giustamente se volevo imparare lo dovevo avere in casa, dettaglio sfortunatamente trascurato all’atto della richiesta. Niente piano ma in compenso mi avevano concesso di passare con il gruppo di chitarra: quella si poteva pure acquistare, che poi torna buona alle feste, in spiaggia, agli angoli della strada quando sei povera in canna e non becchi un lavoro umano manco a morire… No grazie, nella classe di chitarra c’era la mia vicina, con la quale ho litigato qualcosa come una settimana prima dell’inizio della scuola e che tuttora mi porta rancore. Dalla classe di pianoforte a quella normale, a studiare piffero con risultati tanto terrificanti da spaventare ancora oggi la mia insegnante di musica.
Avessi rotto le scatole a nonna per farmi sganciare la pecunia per prendere il piano ora
– sarei una pianista;
– avrei fatto il conservatorio con Davide, il clarinettista, dal quale mi aspetto, a breve un’epifania con corredo di dichiarazioni musicali di sostanza (che ne so, che conosce Renzo Arbore per dire o frequenta la reincarnazione di Chet Baker);
– sarei andata a tutti quei ritrovi fiQui tra musicisti in giro per il mondo;
– avrei suonato tanti tanti tanti concerti prendendo tutte tutte tutte le note senza cannarne neanche una;
– avrei scritto km di pentagrammi capendo dove vanno le crome e le semicrome senza dovermi scrivere accanto che nota è;
ma soprattutto
– mi sarei fatta rimproverare pesantemente da Mehta (di botto sei andata al ritrovo con Il Violoncellista!);
– avrei avuto una sincope al primo contatto con la mano sacra di Einaudi.

E invece ti sei messa a sputacchiare nel piffero…

Vabeh… ad ognuno i suoi drammi. Però potrei sempre diventare un’autorità nelle percussioni: le padelle si suonano, giusto? Tanto, che me ne faccio di scatoloni su scatoloni di batterie da cucina se sono una schiappa colossale ai fornelli? XD


Mutare, andare avanti

Provare a cambiare è quanto di più difficile possa fare un essere umano.
Diventare diverso da sé.
Essere altro restando se stesso.

Non sono mai stata brava a farlo, forse non ne sarò mai capace. Rimane il fatto che la mutazione, talvolta, è necessaria. Se non la vita, sei tu a cambiarti.
Devo imparare, devo sforzarmi. Non riuscirò, probabilmente, ma voglio mettermi in gioco per l’ennesima volta e assaporare la sconfitta con la coscienza a posto, sapendo di averci messo l’anima per farcela.

Ci si scava dentro e fuori per accogliere il cambiamento.
Forza Fed, riprendi la zappa in mano…


Confessionale psicoanalitico

Quali sono le domande da fare quando l’uomo che vorresti accanto ti arriva in crisi nera a dirti che s’invaghito di un’altra?

Ogni frase che mi esce dal testone sembra esser imbottita del sentimento che provo per lui e che, a questo punto, non ho più intenzione di rivelare. Ma lui vuole risposte a domande che non esprime e delle quali lascia a me l’onere di pronunciarle.

Sì ma quali sono le domande?

Eccedere troppo è scoprirsi. Trattenersi non è di aiuto. La virtù sta nel mezzo ma io le ho perse tutte, le virtù, a favore di un’overdose di confusione che fa sfarfallare il pensiero come un televisore che perde l’aggancio all’antenna.
Così si opta per il low profile e per l’ennesima volta dacché ci conosciamo vado avanti e tengo più salda che posso le redini della mia sanità mentale: deliberatamente o meno ha il potere di farmi ammattire, rinsavire e stimolarmi una gran voglia di scomparire da qualche parte, in qualche pieguzza della stanza in cui mi trovo quando accade. In certi momenti ha un tale candore nel manifestarsi, nel darsi a me che dubito della sua onestà, quasi che fosse artefatta.

Ma a che pro?

Eeeeh… ce ne sarebbero di motivi. In questo preciso momento direi che dipende dal fatto che non sa afferrarmi nella mia interezza (ma quando mai l’ha saputo fare?): quanto più cerchi di raccogliermi in uno spazio, tanto più mi spando e la sua naturale perspicacia deve fare appello a piccoli stratagemmi, ingenui imbrogli al fine di provocare una reazione precedentemente calcolata. Tuttavia, difficilmente ciò non accade e lo sento, lo percepisco come un pizzico su un fianco: crolla, perde in forza, si lascia fiaccare, per indolenza o per noia arretra un passo e si ritrae. Capita che ritenti ma ormai sempre più di rado.
E lo capisco pure, pur standoci male. Io qui, lui lì e troppe montagne russe in mezzo a noi. C’ho provato, c’ho creduto, ci credo e ci provo ancora. Pur nella mia fisiologica instabile incostanza non trascuro giorno e ora che si sussegue senza pensare, parlare, cercare di lui. Sforzo senza utilità fin da principio a cui mi sottopongo animata dall’infantile aspettativa che domani qualcosa cambierà se mi impegno ancora e ancora, se ho fede in abbondanza. Non cambia nulla, manco una virgola, un passo avanti e due indietro, due avanti e uno indietro. Sempre lì stiamo ma son testona e finchè non si spacca qualcosa non mi ritiro dall’impresa.

Meglio forse non fare proprio domande. Lasciare che le cose vadano da sé.

Idea saggia. Saggissima. Prendo su il mio piccolo caos e ci dormo su. Domani sarà tutto più chiaro, più semplice. Domani sarà tutto passato, compreso questo mio aggrottare la fronte, arricciare le dita nervosamente, fissarlo negli occhi mentre mi ribadisce quanto mi ami e intanto blatera di un’altra femmina, rabbrividire al tocco delle sua labbra in un qualsiasi punto del mio corpo.

Non passa un bel niente, Fed!

E se  non passa, lo si fa passare.
Un’altra volta.
Repetita iuvant (sì, come no…)


Twist in my cruelty

Mi capita di rado di sentirmi caustica e aggressiva come ora. Aspra, quasi cattiva ma di una cattiveria non nociva. E’ un qualcosa che mi prende per qualche momento, qualche ora al massimo, a livello superficiale, senza danno alcuno. Come se avessi morso tutti i limoni della costiera sorrentina all’apice del loro essere aspri: la mia lingua è un muscolo acre, ne porto il gusto addosso ma è solo una patina che mi avvolge senza penetrarmi.
Cattiveria sì ma che funge da stimolo, che mi muove dalla stasi in cui, per natura, giaccio. Staticità meramente fisica, sia chiaro; mentalmente corro su razzi e saette che governare è un’impresa.

Così parto, animata da questi bizzarri impulsi di ardore pseudocrudele, e galoppo a velocità sfalsata tra i piedi, lenti anche se rapidi nel passo, e pensiero, fulmineo e senza direzione. Mi sento le dita contrarsi allo spasimo, le labbra scoprire i denti che digrigno, un ringhio che contorce la gola e un enorme buco nero vibrante di luce malefica al centro dell’addome.

Ed è stupendo.

Non faccio male a nessuno, a me faccio un gran bene perchè è un ottimo sfogo liberare la parte più oscura di se stessi, una porzione che dovrebbe essere indomita ma che personalmente tengo a freno costantemente. Sono potenza fluida che invade quel che mi circonda e lo persuade a riempirsi di me, a lasciarsi sedurre dal proibito che mi sento addosso.
La cosa migliore è che questo stato si manifesti mentre sono in auto, possibilmente con il buio. Ok, mi piace correre con la mia Dixie però non sono folle da esagerare. E’ solamente la dominazione della strada, della notte, dello spazio tra il reale e l’irreale celato dall’oscurità che illude di essere padroni del momento, del tempo concesso, delle proprie scelte, e ti fa andare dove normalmente dimentichi di poter esistere. E’ il volume dello stereo, il volume della tua voce interiore che urla e magari stecca anche, che canta se stessa, i suoi guai, le sue gioie, e sfreccia in avanti assorbendo quella sensazione di benessere data dall’attimo in cui cedi a come sei per diventare quello che sei.

In fondo non è cattiveria, non è aggressività né corrosione crudele. Sei tu che, in qualche modo, per qualche motivo, ti liberi delle maschere e ti lasci scorrere dall’energia che possiedi dentro. Proprio come quei limoni della costiera: acerbi, immangiabili, ti annullano il gusto sulla lingua eppure li mordi e ne bevi il succo asprissimo perchè i brividi che generano son fastidiosi ma anche sadicamente piacevoli.
Eccco la verità: più che malvagia sono sadica…


FedelQuote – 1

Ho su labbra, dita, fronte, occhi, stomaco e cuore troppe parole, un affollamento di sentimenti che voglio impetuosamente esprimere e cozza con la possibilità di venir compresi. Non posso scrivere, almeno non in questo preciso momento; risulterei fumosa, torbida, aleatoria. Non sono Joyce, non so manifestarmi nella mia immensità in declinazioni tanto perfette. Tutto è una mescolanza caotica, un confuso magma esplosivo, a stento riesco a riconoscere i frammenti di concetti che mi navigano in testa.

Forse scrivere quella sciagura di storia che sto componendo è la mia disgrazia: dar forma ad essa per dar forma a me stessa. Ma un’ameba non diventa un cerchio.
Forse sarebbe il caso di stopparsi, di smettere di dire e fare cazzate per voler seguire il proprio fiume nell’illusione di giungere a qualcosa. Fermarsi e maturare. Decidere che il tempo della libertà, del fluido sentire è finita. Diventare adulti mentalmente e sentimentalmente, non solo sulla carta.
Ma non ce la faccio. Non voglio una vita matura, non voglio liberarmi del sogno, dell’illusione, dell’ostinata malattia di farmi ferire e curare dagli eventi. Vivrò sempre in un mondo tutto mio, assurdo e astratto in qualche modo, lontano e diverso, forsanche sbagliato e insulso ma mio e quando finirà, quando metterò la testa a posto, così l’età adulta richiede, allora sarò una candela spenta, braci annacquate, mare senza onde. Sarò morta.

Fino ad allora, tuttavia, voglio sentire, voglio urlare e sussurrare con la mia voce, anche se distante miliardi di anni luce dal resto dell’universo. Voglio vivere la vita a modo mio, anche se fosse immersa nei rimpianti: nessuno di essi potrà essere tanto devastante quanto quello di non aver vissuto quel che provo.
E intanto seguito nel mio delirio, che mi annebbia la mente più spesso di quanto non mi ingarbuglia le dita sulla tastiera. Scrivo. E leggo. Poco, ultimamente: leggere sembra una delle cose più facili e immediate possibili. Niente di più falso. Devi avere il cervello collegato, altrimenti non leggi: scorri consonanti e vocali che (si spera) stiano bene insieme e non cannino la consecutio temporum.
Questa, di cui riporto alcune frasi (spaventosamente vicine a come mi sento ora), sarà la prossima lama con cui ho scelto di colpirmi e guarirmi: c’ho messo mesi a riprendermi da Questo amore di Roberto Cotroneo (che, tra l’altro, consiglia il libro di cui sotto), su questo calcolo almeno il doppio del tempo, data la condizione di scombinamento che sto vivendo.
Rischio lo sbarellamento multiplo ma darei un dito per una libreria aperta di domenica…

…..:oOOOo:…..

“Io mi rivelo solo al secondo sguardo, o al terzo, mai a quello che effettivamente mi osserva.”

“Sto parlando di cose che non hanno nome, cose che nel corso della vita si accumulano sul fondo dell’anima, sedimenti e strati di terriccio. Se mi chiedessi di descriverteli, non saprei da che parte cominciare, non avrei le parole adatte. Solo una stretta al cuore, un’ombra passeggera, un sospiro.”

“Vivo soprattutto in quello che non ho.”

“Bisognerebbe capire e chiarire una volta per tutte perché “un brutto momento” può andare avanti per mesi, mentre un momento di grazia dura sempre e soltanto un momento.”

“A volte tocchi contemporaneamente il punto dove provo dolore e piacere.”

“Per un po’ forse continuerò ad urlare il tuo nome a me stesso, nel cuore. Ma alla fine la ferita si cicatrizzerà.”

“Dopo aver fatto l’amore, dormiremo abbracciati. La tua schiena contro il mio ventre. E io stringerò le dita dei piedi attorno alle tue caviglie, come delle mollette, perché tu non possa volar via la notte. Saremo come un’immagine in un libro di scienze: un frutto tagliato a metà, tu la buccia e io il torsolo.”

Amore è il fatto che tu sei per me il coltello col quale frugo dentro me stesso.