Free tour nel cervello di una svarionata (e lo so che "dull" non vuole la esse…)

incontri ravvicinati del quarto

Sfogatoio di oggi

Da un po’ sono iscritta ad un siti d’incontri (ma come? Tu? La Dura e pura che non cede a queste bassezze?), uno di quelli non di moda, cercato appositamente di nicchia, gratis, che non calcola nessuno e sto relativamente bene. Ho conosciuto quello che credevo il mio specchio ed era il suo opposto, che s’e sposato un’altra pochi mesi dopo avermi dato il benservito, l’agente immobiliare quasi medico che mi portava in montagna, galante, compiaciuto, zero conversazione che non fossero i “fatti suoi”, l’insegnante integerrimo, la copia di qualcuno troppo vicino a me, tenerissimo, affettuoso, quasi ci andavo all’altare peccato che psicologicamente non fosse stato per nulla stabile e abbia destabilizzato anche me, che oggi mi ritrovo a 9 mesi dalla rottura a cercare di rimettere in pezzi i cocci mentali, emozionali e psicologici con la pazienza di Giobbe e una stanchezza inimmaginabile. Sottile come se il cristallo fosse più sottile di una velina.

Ad ogni modo, lasciato il prof., sono tornata dopo l’estate a dare un occhio al sito perchè di amore ne ho bisogno come l’aria che respiro, ora più che mai, quasi fosse uno di quegli impiastri che si mettevano sulle ferite un tempo. O forse un tappo, per non sentire il male che mi scombina ancora sul fondo di me stessa.
Ho trovato un sacco di porcheria, il pacchetto classico delle più note piattaforme di dating che tanto vengono pubblicizzate, quella rosa e bianca per capirci: sesso, sesso, sesso. E ho cestinato con meticolosa attenzione questi aspiranti (e aspiratori) di Triangoli di Bermuda, restando con in mano quattro gatti così lontani da me fisicamente o emozionalmente che alla fine ho fatto collezione di amici più che di amori.
Ometto il duo da Follilandia, il fisioterapista prossimo ad essere assunto al Cielo per la sua immensa fede che manda foto “in estensione” e in déshabillé per appurare che la consistenza c’è, eh, che non si metta in dubbio, e il magazziniere con l’ufficio che prima parte in quinta su “cosa ti farei” ad un’annoiata me che torna a casa da un viaggio di tre ore (a tratta) per una visita medica poco confortante, al mio riferirgli che la sua idea era partita da come apprezza il sesso, non come lo avrebbe messo in atto sulla sottoscritta che ha visto, di squincio, in foto, con gli occhiali da sole pure, tanto per. La sera mi rianimo dal viaggio e, realizzando quanto detto, lo mando a pascolare con i suoi degni compari assettati di f (e non intendo la Ferrarelle).

Ad un certo punto arriva lui, quello che in mezzo in un bar sfiori con lo sguardo, un sorriso e un ciao, massì, tanto per, è carino, ha buone vibrazioni. Ci fai due buone parole, ti volti un attimo e svanisce e già stai col pensiero che sventola la bandiera del panta rei. Peccato, hai galleggiato in superficie invece di essere la profonda che sai di essere.
Eppure ritorna, entrata in scena inattesa: tanto riscompare, vai in relax, parli e non ti accorgi che non stai più chiacchierando perchè lo dico da sempre, del cervello ne sappiamo il 10-15%, gli intrallazzi del restante li sa solo lui, st’infame! Ma più ancora quella parte di te che ti ricordi di avere solo quando ti si sconvolge l’anima (o ti sale l’ansia) quello buono in mezzo al bar l’aveva visto prima di te.
Passi oltre, rinserri il rapporto, il numero no, troppo presto, Telegram è meglio, ti spogli tu, si spoglia lui, non sei nella nudità di un contatto fatto di numeri ma il terreno è neutrale, è vostro. Uno sfogliarsi strato a strato reciproco e un sentirsi più leggeri, più inclini al sorriso frequente, al corrugare la fronte per capire come l’altro abbia superato questo e quello, al sospiro flebile di tenerezza per i suoi lati umani, finora custoditi per non lasciare che il sito di dating li fagociti e le riduca a poco più di quattro frasi sullo schermo.
Ci pensi un po’, dai qualche spintone al sentimento infantile di innamoramento in 30 secondi che con la sua vocina eccitata e tutta cuoricini ti bisbiglia a raffica nelle orecchie, allo stomaco, alla pelle d’oca e decanti: vabbeh, il sentimento da mezzo minuto magari non c’è ma ti piace, qualcosa di non definito te lo fa avere impigliato nei pensieri, sulle labbra quando chiacchieri di qualcosa che potrebbe riguardarlo e il so nome non è più uno straniero dentro di te anche se altri del passato si chiamavano così.
Viene il momento di incontrarsi, la tensione, l’emozione, dove, quando…perchè non ora?! La pazienza non è sempre amica di chi prova dei sentimenti. Eppure ci siamo quasi…
…E invece no. Parlando del mondo e dei desideri, tu vuoi l’anello e l’eternità in uno, meglio anche di più, figli e lui no, perchè un bimbo piccolo già ce l’ha, perchè il divorzio a volte ti squarta, non si limita a ferirti e deluderti. Se vuoi questo lui non può dartelo.
Niente incontro, niente matrimonio, niente bambini, si resta amici. Tuttavia lo sai tu e lo sa lui che l’amicizia dura il tempo di qualche ciao, come stai?, Andata bene la giornata?, Che fai? e il vento si porta via ipotesi, speranze, attese e quel che era estraneo torna ad esserlo.

Francamente, in quel gap tra il non posso darti quello che vuoi e due giorni fa, ho meditato parecchio sulle mie possibilità perchè a quest’uomo credo di tenere. Si può vivere senza nozze? Sì. Si può rinunciare ad avere figli? Un pugno grosso quanto tutto il mio torace mi è arrivato secco addosso e mi son detta no, lo volevi a 20 anni, lo vuoi da matti ora, vuoi la famiglia, vuoi vita dentro di te e sono stata io a non transigere. C’è da dire che nel frattempo ci siamo anche sentiti e un minimo di apertura da parte sua c’è, esiste il forse, ora non saprei che non è un no categorico e probabilmente è stato questo a farmi dire di sì venerdì sera ad un incontro all’ultimo, io, lui e suo figlio. Ed è stato meraviglioso.

Un bimbo bello, come sono belli gli angeli, dolce e caparbio, con gli stessi occhi del padre e quella luce che a lui manca in questo momento, sono convintissima perchè l’ho vista come un guizzo mentre parlavamo. Mi è stato incollato per due ore, seduto sulle mie gambe a giocare mentre parlavamo, mi ha trattata come se fossi la sua mamma. Mi ha pure invitata a casa loro a cena con il più che felice benestare del padre. Però…

…non lo so. Premesso che siamo molto simili, riflettendoci oggi, ora, mi salgono i brividi. Un padre single, che vede per la prima volta una sconosciuta, diamo per buono una possibile amica, e si porta appresso il figlio di 4 anni che ti invita a cena…
Non riesco a togliermi dalla testa che sia prassi normale con altre donne. E quante sono state queste donne? Passiamo l’ipotesi che volesse mettermi in chiaro che quella è la sua quotidianità e che lì mi devo infilare se voglio stargi accanto, non è eccessivo presentarsi con un ragazzino che ha meno anni di quelli che conti in una mano? Che poi, forse, non si aspettasse che legassi così tanto con il piccolo può starci. Il figlio era così sicuro di sé che ammetto di non essere in grado di capire se sia spigliatezza naturale o abitudine al rondò di femmine nella vita del padre. A questo punto mi chiedo: come procedo? Cosa dovrei provare dentro? Do per buono che fosse tutto spontaneo e che il bimbo, e lui, mi avessero invitato perchè davvero faceva loro piacere? Madrenatura mi ha inserito l’indole del dubbio e del timore che quel che vedo non sia reale. Dovrei lasciarmi andare? E se invece fosse l’ennesima, schifosissima volta che mi ho ragione?
I maschi fanno schifo per quasi la totalità: cosa ho di fronte, un altro della schiatta o un’eccezione?

Intanto mi torturo al solito..

 

Ps. Lui porta il nome di uno che voleva sposarmi, il figlio quello del mio fratellone e migliore amico ma, peggio ancora, il nome del primo figlio maschio che avrei avuto con il mio ex… Vico, fanculo con amore va’!

Aria – Giovanni Allevi

 

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Ci vediamo presto. Tra cinque anni.

Inizio di settembre anomalo per l’intensità e le coincidenze bizzarre che vanno creandosi. Giusto qualche giorno fa pensavo a Davide, il mio amico musicista, la scuffietta delle medie  quando ancora pensavo a Simone il piastrellista ma era lui la mia aspirazione; rivalutando col senno di poi le cose credo che già al tempo lo avevo scelto per me ma l’amicizia aveva avuto più peso e le marachelle, le sciocchezze fatte insieme a 13 anni erano più cariche di adrenalina di una pomiciata impacciata tra adolescenti. Che poi magari lui ci sapeva pure fare e a me non è che mi fosse mancato l’esercizio preparatorio ma vabeh, altri tempi…
Comunque sia pensavo a lui una decina di giorni fa, così, per un lampo che ha acceso una luce sui miei ricordi della scuola, saettando attraverso il passato, dalle medie all’università. L’ultima volta che l’ho visto ero in piena sessione, estiva se non mi si confonde la memoria: di ritorno da un appello con l’Orso Bruno che mi ci aveva accompagnato, ci siamo incrociati fuori dalla stazione dopo cinque anni dall’ultima volta. Imbarazzo, sorrisi ebeti, un abbraccio caloroso forse un po’ troppo, forse troppo poco. Poche parole che mi son sembrate durare secoli e un’iniezione di pazza beatitudine che mi ha tolto la ragione per quei minuti condivisi: convinta di rivederlo ancora in stazione, visto che pure lui faceva su e giù, anche se su un’altra tratta, non ho chiesto alcun contatto. Niente FB, non si usava; niente mail, odio scriverle, niente cellulare, tanto lo rivedo.

E invece non l’ho più visto.

Ho cominciato dopo un paio di mesi a mangiarmi i gomiti per esser stata tanto scema da non avergli chiesto uno straccio di riferimento, fosse stato anche solo chiederli se ancora vive dove stava da ragazzo. Per qualche giorno avevo anche pensato di mettermi a fare la posta al Conservatorio dove studiava ma l’università mi impegnava al massimo, non avevo una macchina e andare fin in treno no, proprio no, non mi andava per niente.

Schifosa pigrizia!

A distanza di forse un anno ho visto in giro, non ricordo dove, l’annuncio del suo diploma (laurea? Come si chiama il titolo finale dopo dieci anni di Conservatorio???). Ho sorriso, di quel sorriso che ti piglia quando la tenerezza degli anni passati insieme ti viene a stringere le braccia come un vecchio maglione, mi sono lasciata condurre nella danza del piacere al pensarlo, perfetto e potente, con quel suo sguardo appena socchiuso, di un azzurro scurito dall’ombra delle ciglia, con quel ghignetto di celata soddisfazione che ha quando è sereno. E poi è morta lì. Me ne sono andata con l’anima appena un po’ brilla di contentezza e basta. Qualche pensiero sporadico i giorni seguenti e la luce, sull’espressione di Davide, che nel frattempo era diventato un gran bel pezzo d’uomo (era bonazzo pure da tredicenne eh), s’è spenta per riaccendersi ad inizio di questo mese. Che poi, a dirsela tutta, c’ho pensato così, senza impegno, parlandone con mia madre en passant. Non ho concentrato nessuna energia su di lui.

Eppure è comparso.

Fuori dal centro commerciale, mercoledì mattina. Stavo con mia madre, giretto non preventivato, deciso alla mattina per uscire un po’ insieme, distrarci in reciproca compagnia. Si era deciso di andare a vedere le stoffe per i cuscini del divano nuovo, pagare un paio di bollette, magari un aperitivo prima di pranzo.
Dai che sei carina col taglio nuovo! perché ho tagliato i capelli, corti, considerando che mi arrivano a metà schiena; ne è uscito una cosa alquanto ganza, che mi gratta via quei tre-quattro anni di difficoltà e delusioni che mi porto addosso. Ho messo su una canotta, jeans e tacchi. Tredici centimetri. Non li porto mai perché mi sembra che mi abbiano invertito la gamba destra con quella sinistra quando cammino ma la scelta era funzionale al sentirsi supergnocca, dato la nuova mise capellosa.
Me ne stavo andando alla macchina, giusto quattro o cinque passettini avanti mia madre per riuscire ad arrivare allo sportello in un tempo umano, visto i trampoli che avevo. Al che me lo trovo davanti, fulminato dalla sottoscritta alta quasi quanto lui che ancheggia (in verità mi stavo ammazzando…), che a sua volta aveva avuto un colpo di emozione all’anima.

E la scena, altri cinque anni dopo, si ripete…

Quattro chiacchiere, sorrisi ebeti, balbetti, miei e suoi, Cosa fai? Dove sei? Ma no, dai! il tutto gesticolando, lui con gli occhiali da sole, io con il cellulare, che poteva pure essere il più letale dei coleotteri nordasiatici e non me ne sarebbe fregato di meno. E infatti, pur avendo il telefonino in mano, mi son scordata, per la seconda volta di chiedergli il numero…

Ebete deficiente, cretina intergalattica, imbecille stratosferica! Hai il cellulare in mano e non gli chiedi il numero???

Eh… certi giorni la mia scemenza raggiunge limiti che voi umani non avete mai immaginato…
E infatti l’ho salutato, satura di emozione più che di lui, e me ne sono andata, per giunta con le guance alla Heidi per averlo beccato a rimirarmi il lato B quando mi son voltata. E che faccio? Torno indietro tutta bella paonazza a chiedergli il cell???

Ma tanto è su FB. L’ho avvertito che lo contatto.

Felice come due Pasque quando sono rientrata, alla faccia dell’essere femmina e del fare la preziosa, connessione attiva e login su FB. A quel paese l’aspettare! Dovevo chiedergli l’amicizia subito. Solo che lui su FB non c’è più. Sparito. Cancellato. Inesistente.
E lì mi è partita un’imprecazione contro Zuckerberg che poraccio non c’entra nulla accompagnata da una travasata infinita di disperazione e delusione che avrebbe abbattuto un bisonte. Sono stata uno zombie depresso per tutto mercoledì, il benessere di averlo rivisto annullato con azione retroattiva sino al giorno in cui l’ho conosciuto. Pomeriggio a scandagliare ogni più minuscola informazione che lo riguarda in rete, tutte notizie datate, progetti abbandonati. Ho trovato il nome del gruppo con cui suona, dove ha lavorato; qualche numero, qualche riferimento c’era ma mi aveva detto che erano tutte cose concluse o non andate a buon fine. Poi l’illuminazione.

Lo cerco alla scuola dove lavorava.
In fondo scrivo per un giornale, posso fingere di volerlo intervistare.

Quando mi vengono queste idee balzane è un guaio serio perché faccio danni, sparo cazzate a nastro, sono incontenibile e più vedo che le balle vengono credute più le gonfio. Sono delirante, pazza e il problema è che me ne rendo conto eppure vado avanti. Cioè non è che mi fermo e pace. Noooo! Continuo! O_O
Così ho chiamato e via con la manfrina di Saaalve, sono la Strega Comanda Colori del Giornale dei Ragazzi, cercavo il professor Davide MicioMiao… Sono drammaticamente convincente al telefono, riuscirei a mettermi in contatto con il Papa passandomi per Vladimir Putin e per l’appunto mi hanno messo in attesa dell’addetta al personale che s’è presa il mio numero, non potendo rendere noti i dati personali dei professori, assicurandomi che avrebbe contattato Davide appena possibile. Ma a me non bastava.
Avendo il numero dell’associazione dove aveva suonato con il suo gruppo ho chiamato pure lì perché aspettare non è il mio forte e volevo un cellulare, lo volevo subito. Dopo un giro di chiamate, sempre con la balla dell’intervista (che non è una balla perché ci scrivo davvero per quella schifezza di giornale!), ho recuperato la sua mail perché la tipa aveva il numero di tutti gli altri diciottomila componenti ma non il suo.
Che soddisfazione! Già mi vedevo come ora, alla tastiera, a litigare con le frasi per scriverne di belle e piacevoli da leggere, a replicare la simpatia che suscito di solito nelle persone ma in forma scritta. Una drogata di compiacimento, ecco che ero mentre componevo per la terza volta il numero della scuola (ho chiamato tre volte sì U_U) per avvertire che non serviva più rompere le scatole a Davide via telefono, che mi sarei arrangiata via mail.

E invece quella l’aveva già chiamato…

Lì ho avuto mezzo mancamento a sentirla dire che l’aveva raggiunto in Provvidetorato, dove stava aspettando la nomina per quest’anno, e che mi avrebbe cercata lui appena possibile. Non era così che volevo che andasse: era meglio se lo chiamavo io, quando ero in condizioni di rilassamento, magari dopo un tris di camomille ristrette o in piena sbornia da sonno, appena sveglia, quando il cervello ancora non se ne esce con le mie consuete perle di saggezza.
Mi ha chiamato a distanza di un’ora, con una voce timida, incerta e profondamente delusa al sentirmi dire che ero solo io, l’amica di infanzia e che l’intervista non si faceva, che era un aggancio di pro forma. Credo di non aver mai tartagliato così tanto con lui in tanti anni che ci conosciamo: due minuti di chiamata con più Occheivabene che respiri. Impacciata io, impacciato lui.

Però ho il suo numero.

Se ci penso mi sento un’insensibile arrivista che andrebbe bastonata di prima mattina per come mi sono comportata. Eppure, in giro per la mia ragione, c’è un cartello lampeggiante che mi sostiene e mi rasserena un po’. Alla fine sì, sono fondamentalmente stronzetta, ma ora ho una corda al polso che va verso il suo, ora non lo perdo più e non importa se non nasce nessun grande amore, se non diventeremo inseparabili. Nel cuore avevo smarrito un tassello che oggi sta nella mia mano e questo conta più di immensi risultati, travolgenti sensazioni. L’emozione che porta il suo nome riprende ad avere un appoggio stabile e per ora questo mi basta. Cosa ne esca poi lo sa il destino.


Take easy and go slow

Il caso mi concede un po’ di più tempo di quello preventivato e sfruttarlo al meglio anzichè mettermi, come al solito, nel mezzo della spirale e farmi sballottare mi è parsa la soluzione migliore.
Da qualche giorno lavoro su me stessa, apro le porte alla parola e rendo tangibili i pensieri con la mia voce.  SimoSimo mi ha “sgridato” giusto qualche giorno fa dicendomi che dovrei parlarne di più, non tenere i sentimenti, qualunque essi siano, incatenati a me, imbavagliati se non sono ricambiati, se mi sembrano banali. I sentimenti non lo sono mai: ogni espressione del sentire è degna e di valore e ad essa devo imparare a tributare l’onore che merita.
Così parlo, mi lascio scorrere, prendo confidenza con l’ascoltare me stessa, non solo gli altri, permettendo alla voce di compiere il viaggio, di costruire il cerchio,
dalle labbra
all’aria
alle orecchie
al cervello
al cuore
ai polmoni
al respiro
alla gola
e di nuovo alle labbra.
Nel frattempo sedimento, impacchetto la roba sporca e indossa una maglietta fresca di bucato. Mi prendo una serata per interrompere la sequenza di immagini di un unico soggetto maschile che la mente rimanda agli occhi e porre un altro viso, quello di un uomo che non so ancora se chiamare amico. Usciamo insieme, un appuntamento a mezza via, in tutti i sensi,  a cui vado senza impegno, senza aspettative e, pertanto, senza possibilità di delusione. Lascio fare al destino, che venga come deve venire, nel bene, nel male e in ogni modo possibile.

Non dire che sai come va a finire.
Non dire che te lo senti.

Ok, sto zitta e la sentenza al post serata. Alla fine non mi importa come potrebbe andare: ho fin troppo da tenere a bada e a cui pensare. Mi prendo la sorpresa e scopro a poco quel che c’è in serbo per me. In fin dei conti non vado a senso unico, stavolta.

Concentrandomi su altri lidi, l’elemento musica pare trovarsi particolarmente in sintonia con me negli ultimi tempi: dopo Il Violoncellista, allievo di un gran pezzo di musicista internazionale, che a tempo perso suona con Zublin Mehta, oggi ho scoperto di avere un altro amico ganzissimo, il TastiFonico che frequenta Ludovico Einaudi. Frequenta… lo conosce bene il suo capo, compositore di rilievo nel suo campo, e gliel’ha presentato. Cioè io rincorro Einaudi per mari e monti e questo gli ha stretto la mano.

Sgrunt!
Supersgrunt!

Mi torna in mente in prima media, quando avevo fatto richiesta di entrare nella classe di musica per studiare pianoforte: colloquio passato egregiamente, mille speranze in corpo e poi sdong! la mazzata del piano da prendere in affitto. Giustamente se volevo imparare lo dovevo avere in casa, dettaglio sfortunatamente trascurato all’atto della richiesta. Niente piano ma in compenso mi avevano concesso di passare con il gruppo di chitarra: quella si poteva pure acquistare, che poi torna buona alle feste, in spiaggia, agli angoli della strada quando sei povera in canna e non becchi un lavoro umano manco a morire… No grazie, nella classe di chitarra c’era la mia vicina, con la quale ho litigato qualcosa come una settimana prima dell’inizio della scuola e che tuttora mi porta rancore. Dalla classe di pianoforte a quella normale, a studiare piffero con risultati tanto terrificanti da spaventare ancora oggi la mia insegnante di musica.
Avessi rotto le scatole a nonna per farmi sganciare la pecunia per prendere il piano ora
– sarei una pianista;
– avrei fatto il conservatorio con Davide, il clarinettista, dal quale mi aspetto, a breve un’epifania con corredo di dichiarazioni musicali di sostanza (che ne so, che conosce Renzo Arbore per dire o frequenta la reincarnazione di Chet Baker);
– sarei andata a tutti quei ritrovi fiQui tra musicisti in giro per il mondo;
– avrei suonato tanti tanti tanti concerti prendendo tutte tutte tutte le note senza cannarne neanche una;
– avrei scritto km di pentagrammi capendo dove vanno le crome e le semicrome senza dovermi scrivere accanto che nota è;
ma soprattutto
– mi sarei fatta rimproverare pesantemente da Mehta (di botto sei andata al ritrovo con Il Violoncellista!);
– avrei avuto una sincope al primo contatto con la mano sacra di Einaudi.

E invece ti sei messa a sputacchiare nel piffero…

Vabeh… ad ognuno i suoi drammi. Però potrei sempre diventare un’autorità nelle percussioni: le padelle si suonano, giusto? Tanto, che me ne faccio di scatoloni su scatoloni di batterie da cucina se sono una schiappa colossale ai fornelli? XD


Uscite e appuntamenti

E’ finalmente ufficiale: LuBo odia Davide (e Davide se ne frega).
Due giorni fa LuBo, in pieno scazzo pre-weekend, se ne esce con questa cosa che per lui ha il sapore dello sfogo e per me è la conferma di un sospetto che ho da mesi. Dove passa Davide per LuBo non c’è più terreno e gli rode da morire. Lo capisco pure, povera anima, son la prima che c’è cascata (e come fai a non cascarci con uno così?) ma non è una giustificazione per prendere di peso l’attenzione di qualsiasi femmina Davi-adorante e trascinarla via: il risultato è lo stesso che si otterrebbe se cercassero di spostare la sottoscritta da un museo per portarla ad un rave party; come mi lasci libera, torno al museo. Pure se è notte. Tanto domani riaprono.
LuBo da questo orecchio non ci sente proprio eppure lo sa, è cosciente che è una battaglia persa se combattuta con la brutta copia delle armi di Davide. Ma lui continua. Applica un modus operandi simile, ricava poco o nulla e si incavola a morte.

L: Quelle che ho frequentato dicono che sono un ottimo amico…
F: E’ vero…
L: …e che non vogliono andare oltre per non rovinare l’amicizia…
F: Ma se non sono andate oltre, come hai fatto a frequentarle? O_o
L: <sguardo di gelo> Voi donne dovete sempre catalogare tutto???

E io ci provo a spiegargli che come fa non funziona, che deve valorizzare i suoi punti forti e non quelli di altri. Lui mugugna, lascia perdere e si concentra su di me…

L: Vabeh… quando usciamo io e te? U_U
F: ?
L: Ti ho chiesto quando usciamo insieme. U_U
F: Ehm…
L: Non è una risposta…
F: :S
L: Cos’è? Ti faccio schifo?

Non mi fai schifo LuBo! Hai proprio cannato la tattica!
E continua per tutta sera e manda messaggini e Mi hai pensato? Dove sei? Quando passi di qua?

MAI!

Certi giorni non lo reggo proprio. Dov’è Davide quando serve???

A proposito di musei…
Klimt è ancora lì che mi aspetta dal 24 marzo a Venezia e ancora non ho avuto modo di andare a vederlo. Quando mi ricapita di ammirare tutto quel bendiddio insieme in un luogo solo senza dover finire a Vienna e fare il tour delle collezioni private e pubbliche del globo per sbavare selvaggiamente davanti alle sue opere?

Uffina….

L’8 luglio chiude e tutta la prossima settimana sono impegnata. Forse, e dico foooooorse, riesco ad organizzare per sabato 7 ma sento il rumore familiare dell’intoppo e del cambio di programma.
Io me mi sa che me la perdo… 😦


Questioni di ordinaria follia

Smaltire. Questo il verbo di questa settimana.
Smaltire un cazzotto nello stomaco, un’informazione non richiesta, una dichiarazione improvvisa, la rabbia di un momento e la confusione di tre giorni. Venerdì avrò da smaltire anche un bel po’ di alcol e risate, o almeno spero vista la festa di laurea alla quale sono stata caldamente invitata…

Alcune faccende non si vorrebbero mai affrontare ma te le trovi davanti a tradimento e per quanto ci sbatti contro, o le risolvi e passi avanti o restano lì, perennemente, a farti muro. Ho scelto di prendere quanto più posso con filosofia, almeno a livello di cuore: non posso risolvere e allora andiamo di muro di gomma; c’è ma perlomeno non mi ci faccio male. Spero.

LuBo se n’è uscito con la centesima trovata del mese: marpioneggia pesantemente. Una cosa tipo Prima o poi ti innamorerai di me invece di quel Carciofazzo! ma non ha inteso che è senza speranza, da qui all’eternità. Eppure mi fa gli occhioni da triglia, mi massacra di messaggini, grugnisce con fare più sensuale e si è pure messo a disposizione per soddisfare qualsiasi scemenza mi salti in mente.

Noneeee! Striglizzati che sei un caso perso!

A me fa pure tenerezza ma più di quello…
Il massimo è quando vede Davide: se non fossi invischiata da ‘sta cosa atroce ne riderei da restarci secca. Davide non lo calcola di striscio e LuBo gliene dice di ogni, sempre quando lui non c’è (sia mai che lo smentisce XD). Insulti in differita insomma.
Ieri per un pelo non mi invita a casa: invito declinato con un bel passettone indietro, ruota sui talloni e via a missile. Il tentennamento è letale in questo caso: quello ti acchiappa, rumoreggia contrariato ad occhi assottigliati e a stento si trattiene da legarti alla sedia.

No grazie.

Stasera voleva andare a ballare e inutile spiegargli che di lunedì manco la balera sta aperta. Poi s’è ricordato della palestra e me la sono svignata con lui una mezza dozzina di passi indietro che blaterava che la poteva rimandare, che dovevo aspettare…
Ma la perla è stata quando mi ha detto che se sparisco di nuovo per mesi mi viene a pigliare a casa.

“Ora che sei qui non ti lascio più.”

Sembra la dichiarazione di un naufrago ad uno scoglio in mezzo al mare alto. Stavolta mi lega davvero al rimorchio della sua Ford…


Terremoto: quando a far tremare i muri non è solo la crosta terrestre…

Mattinata tragicomica ma più comica che tragica.
Prima il terremoto: appena terminato di riempirmi il bicchierone di semenze varie (sì, faccio colazione come una gallina: con i semi U_U), stavo riannodando il sacchettino dell’uva passa quando inizia a tremare il trespolo su cui siedo. Sulle prime credo sia uno scarico di tensione delle mie cosciotte da prosciuttara in attesa del riconoscimento del DOP, poi alzo gli occhi alle luci che ondeggiano, sposto lo sguardo ai pensili che tremolano e chiamo il Giulietto per esser pronta ad evacuare (dalla casa, non dal mio corpo U_U) in caso di pericolo. E lì si ferma tutto.
Se mi toccava di uscire come stavo in quel momento era un problema: con addosso una delle seicento vecchie T-shirt della manifestazione (non si logorano maaaaaaiiiii!!! Ormai è diventata la mia divisa estiva =_=) e i pantaloni del pigiama più grande di almeno tre taglie, se finivo in strada mi pigliavano per un clown mandato dal Comune per distogliere la cittadinanza…
Tempo di acciuffare il telefono, chiamo Nonna per vedere se sta bene: cardiopatica, un filino ipocondriaca e ansiosa, ovvio che mi preoccupo.

F: L’hai sentito?
N: Chi?
F: Il terremoto U_U
N: Quando?
F: Vabeh lasciare stare. C’è appena stata una scossa e bla bla bla…

Cioè io vado in panico per l’ottuagenaria e lei non ha sentito nulla. Poi mi dice che sìsìsì, c’è il lampadario che dondola. E ben svegliata nonni’!

Dopo un giro di chiamate tra parenti stretti e amici per assicurarmi che stiano tutti bene, in piedi e respiranti, mi metto al lavoro seriamente. Nel frattempo mia madre si dà alle pulizie di primavera (aka Prima Vera Pulizia [dell’anno]): ha già messo a soqquadro mezza casa, lavato anche le tende che non ci sono, lustrato pile di servizi che non abbiamo mai usato, bicchieri che non hanno mai conosciuto acqua o vino e fatto il restyling al frigo. Oggi tocca alla pareti.
Armata di pennello da rifinitura (ma un pennello normale no??? Vabeh…) è lì che pittura il muro dello studio dove lavoro con sottofondo di musica dal pc e, stando sulla scala, inizia a canticchiare.

M: Ma ti piacciono veramente ‘ste canzoni o le metti perchè ci sono io?
F: No, Ma’. Mi piacciono. Mi ci sto facendo un’endovenosa da quasi una settimana. Ma che non mi senti che le canto ogni tanto?
M: <non mi sente, canta>
F: Ma’?
M: Belle, belle… <espressione sognante> Ma io non le posso sentire se vado di là, giusto?
F: Eh no. Ma posso farti un cd al volo?
M: Sì??? <occhietti a cuore>
F: Dammi cinque minuti e te lo fo.
M: <se ne va saltellando>

C’ho messo un po’ più di cinque minuti. Scegliere musica per lei non è semplice: ti dice che le va bene tutto ma poi critica questo e quello, che Sìsì bello a parte X, Y, W, Z… Mi è piaciuto tanto tranne quella che… quindi si va con cautela e si fa la cernita serrata.
Eppure mi restavano otto disgraziatissimi minuti e diciotto secondi che non sapevo come impegnare.

F: Ma’? Ho otto minuti che non so che mettere…
M: Metti quella di quello che si sporca… quello che si pittura tutto quanto… (<- “Somebody that I used to know” di Gotye ft. Kimbra)
F: Ma è un cd di musica italiana!… Ce lo metto lo stesso?
M: Sì. E poi metti quella che mi avete messo come suoneria. Quella che fa Tumtumtumtum… (<- “We are young” dei Fun)

Questa è mia madre. E poi mi chiedo come mai son venuta fuori sballata…
Comunque, le faccio il cd, lo inserisco in filodiffusione e l’avverto. Mi sta pittando camera su due macchiettine che ho fatto ammazzando un paio di volatili ronzanti dopo aver subito senza autorizzazione le analisi del sangue e pomfo conseguente. Mugugna che ha capito, mi sorride e continua a dar la tinta.

Il guaio è stato dopo…

Non le avessi mai acceso lo stereo in camera: Gotye non fa nemmeno in tempo ad arrivare al refrain che l’ha messo ad una tacca dal massimo e ci canta su anche lei. Le pareti che rimbombano al punto che  sento nettamente le parole stando dall’altra parte della casa.

F: Uè! E’ un pelo altina…
M: ?
F: In oltre vent’anni che stiamo qui non ho mai messo la musica così alta. E io mi ci scasso i timpani. Vedi te…
M: <sfreccia ad abbassare di un quarto di tacca>
F: Sì vabbeh… Bonanotte!

Poi ha abbassato ancora ma sicuro Gotye lo sentivano sino in piazzetta. E poi credono che sia io…


Something I only (?) know

Perchè devo esser costretta a chiudere porte che vorrei tenere aperte per vedere entrare qualcuno?
Perchè cementare l’uscio del cuore per persuadere il destino ad armarsi di motopicco?
Ci sono cose nella vita che non comprendo, che non riuscirò mai ad interpretare ed accettare. Cose assurde, paradossi di tenerezza e durezza che si intrecciano così strettamente da confondere i propri limiti.

Ma le ferite più grandi sono altre.

Più che lesioni, graffi ripetuti da un rastrello appuntito impregnato di miele. Da masochista navigata, io amo quel rastrello.
E via ad ascoltare la più dolorosa canzone italiana, dagli anni ’60 a crescere, a raschiarmi la pelle con Mina (che normalmente detesto) e Battisti (che tollero solo in alcuni periodi). Ma che più brucia l’anima è sempre lui, che non ha più un corpo animato da respiro ma che mi ha donato quella sua sacra malinconia: Tenco accompagna i miei passi con poche canzoni, sempre quelle, e mi guida il pensiero. Non ho intenzione di ripeterne le azioni ma le sue parole le sento, eccome se le sento.

E’ forse una mazzata sufficiente? No.

Finito Tenco, il più amaro Ligabue, Raf che l’acido muriatico in confronto è curativo,  e la seconda scorta di tramvate, gli Afterhours.
Quando esce fuori Agnelli sicuro sicuro sono in fase emmenthal: con lo spirito a buchi, quelli che hanno lasciato C e Mao. Evito gli After come la peste e loro invece sono uno splendido rigurgito di memoria, sofferenza e complicanze.

Prendendola a ridere, potrei dire di essere una donna che soffre di RGE.

E nel reflusso vorrei scomparire. In questo momento preciso, per la cronaca.
Ma io non sparisco mai: è stato deciso che debba restare eternamente ad affrontare i miei demoni, vivere nel mio inferno privato col sorriso. Io sorrido sempre, in ogni caso. Sono sorriso che nasconde realtà spesso tetre. Questa è la mia fortuna: vivere la difficoltà con l’ostinazione della risata, con l’appiglio di una mente che sfreccia tra gli ostacoli. Sto a penzoloni sulla corda di un basso, rischio che si spezzi e questo stare in bilico, nel rischio, in qualche modo mi piace.
Ecco, sono strana, aliena alla normalità. E io lo so bene perchè…