Free tour nel cervello di una svarionata (e lo so che "dull" non vuole la esse…)

follia canora

Persa in parole non dette

“Love You ‘Till The End”

I just want to see you
When you’re all alone
I just want to catch you if I can
I just want to be there
When the morning light explodes
On your face it radiates
I can’t escape
I love you ‘till the end

I just want to tell you nothing
You don’t want to hear
All I want is for you to say
Why don’t you just take me
Where I’ve never been before
I know you want to hear me
Catch my breath
I love you ‘till the end

I just want to be there
When we’re caught in the rain
I just want to see you laugh not cry
I just want to feel you
When the night puts on its cloak
I’m lost for words don’t tell me
All I can say
I love you ‘till the end

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Take easy and go slow

Il caso mi concede un po’ di più tempo di quello preventivato e sfruttarlo al meglio anzichè mettermi, come al solito, nel mezzo della spirale e farmi sballottare mi è parsa la soluzione migliore.
Da qualche giorno lavoro su me stessa, apro le porte alla parola e rendo tangibili i pensieri con la mia voce.  SimoSimo mi ha “sgridato” giusto qualche giorno fa dicendomi che dovrei parlarne di più, non tenere i sentimenti, qualunque essi siano, incatenati a me, imbavagliati se non sono ricambiati, se mi sembrano banali. I sentimenti non lo sono mai: ogni espressione del sentire è degna e di valore e ad essa devo imparare a tributare l’onore che merita.
Così parlo, mi lascio scorrere, prendo confidenza con l’ascoltare me stessa, non solo gli altri, permettendo alla voce di compiere il viaggio, di costruire il cerchio,
dalle labbra
all’aria
alle orecchie
al cervello
al cuore
ai polmoni
al respiro
alla gola
e di nuovo alle labbra.
Nel frattempo sedimento, impacchetto la roba sporca e indossa una maglietta fresca di bucato. Mi prendo una serata per interrompere la sequenza di immagini di un unico soggetto maschile che la mente rimanda agli occhi e porre un altro viso, quello di un uomo che non so ancora se chiamare amico. Usciamo insieme, un appuntamento a mezza via, in tutti i sensi,  a cui vado senza impegno, senza aspettative e, pertanto, senza possibilità di delusione. Lascio fare al destino, che venga come deve venire, nel bene, nel male e in ogni modo possibile.

Non dire che sai come va a finire.
Non dire che te lo senti.

Ok, sto zitta e la sentenza al post serata. Alla fine non mi importa come potrebbe andare: ho fin troppo da tenere a bada e a cui pensare. Mi prendo la sorpresa e scopro a poco quel che c’è in serbo per me. In fin dei conti non vado a senso unico, stavolta.

Concentrandomi su altri lidi, l’elemento musica pare trovarsi particolarmente in sintonia con me negli ultimi tempi: dopo Il Violoncellista, allievo di un gran pezzo di musicista internazionale, che a tempo perso suona con Zublin Mehta, oggi ho scoperto di avere un altro amico ganzissimo, il TastiFonico che frequenta Ludovico Einaudi. Frequenta… lo conosce bene il suo capo, compositore di rilievo nel suo campo, e gliel’ha presentato. Cioè io rincorro Einaudi per mari e monti e questo gli ha stretto la mano.

Sgrunt!
Supersgrunt!

Mi torna in mente in prima media, quando avevo fatto richiesta di entrare nella classe di musica per studiare pianoforte: colloquio passato egregiamente, mille speranze in corpo e poi sdong! la mazzata del piano da prendere in affitto. Giustamente se volevo imparare lo dovevo avere in casa, dettaglio sfortunatamente trascurato all’atto della richiesta. Niente piano ma in compenso mi avevano concesso di passare con il gruppo di chitarra: quella si poteva pure acquistare, che poi torna buona alle feste, in spiaggia, agli angoli della strada quando sei povera in canna e non becchi un lavoro umano manco a morire… No grazie, nella classe di chitarra c’era la mia vicina, con la quale ho litigato qualcosa come una settimana prima dell’inizio della scuola e che tuttora mi porta rancore. Dalla classe di pianoforte a quella normale, a studiare piffero con risultati tanto terrificanti da spaventare ancora oggi la mia insegnante di musica.
Avessi rotto le scatole a nonna per farmi sganciare la pecunia per prendere il piano ora
– sarei una pianista;
– avrei fatto il conservatorio con Davide, il clarinettista, dal quale mi aspetto, a breve un’epifania con corredo di dichiarazioni musicali di sostanza (che ne so, che conosce Renzo Arbore per dire o frequenta la reincarnazione di Chet Baker);
– sarei andata a tutti quei ritrovi fiQui tra musicisti in giro per il mondo;
– avrei suonato tanti tanti tanti concerti prendendo tutte tutte tutte le note senza cannarne neanche una;
– avrei scritto km di pentagrammi capendo dove vanno le crome e le semicrome senza dovermi scrivere accanto che nota è;
ma soprattutto
– mi sarei fatta rimproverare pesantemente da Mehta (di botto sei andata al ritrovo con Il Violoncellista!);
– avrei avuto una sincope al primo contatto con la mano sacra di Einaudi.

E invece ti sei messa a sputacchiare nel piffero…

Vabeh… ad ognuno i suoi drammi. Però potrei sempre diventare un’autorità nelle percussioni: le padelle si suonano, giusto? Tanto, che me ne faccio di scatoloni su scatoloni di batterie da cucina se sono una schiappa colossale ai fornelli? XD


Mutare, andare avanti

Provare a cambiare è quanto di più difficile possa fare un essere umano.
Diventare diverso da sé.
Essere altro restando se stesso.

Non sono mai stata brava a farlo, forse non ne sarò mai capace. Rimane il fatto che la mutazione, talvolta, è necessaria. Se non la vita, sei tu a cambiarti.
Devo imparare, devo sforzarmi. Non riuscirò, probabilmente, ma voglio mettermi in gioco per l’ennesima volta e assaporare la sconfitta con la coscienza a posto, sapendo di averci messo l’anima per farcela.

Ci si scava dentro e fuori per accogliere il cambiamento.
Forza Fed, riprendi la zappa in mano…


Procede malino raga…

Più le cose peggiorano e si complicano, più sento ovunque in me il bisogno di sentirlo, di vederlo, di fondermi, anche solo a parole, con lui.
Sto come in una grande stanza, ad una qualche festa strapiena di gente, di amici, di sconosciuti. Poca luce, tanta musica, c’è pure la strobosfera, fumo di sigaretta e forse anche di qualche canna. Tipico festino primi anni ’90, solo che ci sono adulti e non adolescenti scatenati alla prima uscita in piena libertà. Una bolgia di persone e io nel mezzo, un mezzo sui generis, al centro di una parte della stanza: di punto in bianco, quando sono in fase Vorreitantoandarviachequellicheconoscolihogiàsalutatiehofinitoleargomentazioni mescolata a Checavolocifaccioquidasolaquandosontuttiaccoppiati, la marea di gente si apre meglio che Mosè con le acque, in perfetto stile film, e compare lui, la mia Ansia, la mia Follia.

Se stessi ad una festa immaginaria con la strobosfera…

Ma non ci sto e nessun varco si crea, né di persone, né di pensieri. Mi aggomitolo con il filo lanoso e intricato della riflessione da giorni, meditando sul da farsi. E non c’è nulla “da farsi”, in verità; c’è tanto “da non farsi”, tanto “da non dirsi” e quantità spropositate “da non pensarci nemmeno”. Un accumulo, un tripudio di negatività imperante, parafrasando il buon Enzo Miccio che tanto vorrei alle mie nozze che non ci saranno mai, di questo passo.

Venerdì sera, alla festa di laurea, a guardare Marco che ad ottobre si sposa, m’è venuta una tristezza…
Gwenna ci va con Il Nano Biondo, che per lui è come un fratello. Io eviterò: probabile non mi inviti, ci conosciamo appena, ma anche se lo facesse, l’idea mi inquieta. No, niente MatriMarco.
Ero a fare bagordi, venerdì (ciucca no: due radler non fanno una sbronza e la mia patente è nuovamente salva), e pensavo a lui, da quando sono scesa dalla Dixie a quando mi sono addormentata, sfatta, rauca e ardente di caldo per essermi agitata troppo al karaoke (e anche prima, schifoso Gioca Jouer!). Un pensiero costante e così consistente da poter tranquillamente dire che lui era lì con me, che avrei potuto toccarlo, che mi avrebbe aiutato ad accendere la lanterna da lasciar viaggiare in cielo, che mi avrebbe cinto i fianchi ridendo dentro e contro la mia risata mentre al Nano Biondo facevano la messa in piega con la panna montata e il brodo.

Ma non c’era.

Meglio così. O peggio così. Non fa differenza. Lui è ovunque e in nessun luogo e sta con me anche quando non ci sono.
Per questo sono combattuta, per questo suo essermi nella fibra più profonda, nelle vene, come una malattia.

“Se il mio amore è una patologia
Saprò come estirparla via”

Questo mi ripeto ogni qualvolta mi rendo conto di quel che ho addosso ma non funziona, nemmeno se è Manuel a strillarmelo nelle orecchie. Sono parole sue, non mie, ma non è una giustificazione sufficiente per non provare a strappare le parti già lesionate dal suo esistere in me.
Eppure dovrei divellere ogni grammo di questo amore che è nato per farmi male. Ancora.


Una martellata in testa (fin da principio) sarebbe stata molto meglio

Dormirci su non è stata una buona idea.
Dormire sarebbe stato il massimo, magari addormentarsi subito, crollare a muscoli esausti sul cuscino e disattivare il cervello. Tutto bene sino al momento in cui ho poggiato il capo sul guanciale ma già allo svolgere il filo delle auricolari collegate all’mp3 le dita hanno cominciato ad avere la smania nervosa dell’affanno.

Metti un pezzo italiano!
Metti roba nella tua lingua così non fingi di aver stracapito!
Metti una chitarra melodica, un piano triste: metti il tuo umore e lascialo scorrere…

Ho incastrato le cuffiette nelle orecchie come se piantassi carote da metro in un terreno arido e acceso il lettore con il respiro pesante, frammentato.

Venditti, Venditti!… no, Venditti no.
Baglioni… no.

Con uno spasmo d’ansia ho fatto zapping velocementissimo, con gli occhi sbarrati ai titoli che scorrevano in successione sino a Raf. Di solito lo tengo buono per ispirarmi tristezza quando scrivo; stanotte non ho avuto bisogno di stimoli allo scoramento, ne ero già piena. Ho preso a ragionare, valutare, misurare le parole e i modi di pronunciarle mentre la musica andava, cambiando brano, e con essa crescevano i dubbi, le domande, le speranze di sbagliarmi, di aver esagerato con l’immaginazione.
Mi son sentita un’ondona di fiato denso salirmi dai polmoni alla gola, bruma notturna che ti scioglie e ti rende liquido che si allarga su uno spazio immenso e si dilata ad ogni respiro profondo. Stavo come senza barriere dalla gola in giù, stesa su un fianco come unico contatto con la realtà; dalla giugulare a salire una progressiva strozzatura sino ad una pressa che mi stritolava le tempie, senza dolore, solo per spremermi le lacrime agli occhi. Lì, nel buio, con il piumino dell’Ikea che mi copriva solo una gamba, a piangere come una deficiente per un deficiente, con il fiumiciattolo che mi scorreva dall’occhio sinistro (il più vicino al cuscino) a rigarmi la guancia e a finire alla base del lobo, bagnandomi di quel liquidino appena un po’ vischioso che tanto mi infastidisce quando son vittima dei Cento Sbadigli prima di dormire.

Ho bisogno di te almeno un’ora
Per dirti che ti odio ancora
[…]
E vivrò, sì vivrò tutto il giorno per vederti andar via
Tra i ricordi e questa strana pazzia

Credo sia proprio questo quello che faccio: dall’istante esatto in cui lo vedo inizio a chiedermi quando se ne andrà. Perdo attimi distraendomi a pensare perchè e per come, subissandomi di domande se è giusto o sbagliato, se parla sul serio o sta scherzando, riacquisendo attenzione solo quando mi parla agli occhi, mi prende una mano e si socchiude in piccole confessioni a bassa voce. Parole che sono costantemente la mia rovina, che fan cedere le difese, di una semplicità e purezza che, santo cielo! se sono vere lastricano la strada di un amore ma se son fasulle distruggono un rapporto.
Questo essenzialmente mi spaventa: la verità, che temo non sia chiara nemmeno a lui, specie quando scherza e sorride lasciando andare l’espressione di un pensiero che per un uomo riempie esclusivamente lo spazio di quelle parole ma che per una donna racchiude mille fattori.
Al che mi sono fermata, ho risucchiato le lacrime e ripreso a ragionare con la mente il più sgombra possibile per quel frangente.

Pensa, pensa, pensa.

Ho ripercorso a ritroso tutto il discorso, sezionato per settori, argomenti, sensazioni, e fatto ritorno, convincendomi che non tutto era perduto. Almeno sino al momento in cui mi tornata nelle orecchie la frase di dichiarazione, lui che mi dice che vede un’altra, che mi sa che mi sono innamorato e son scoppiata, definitivamente e completamente.
Piangendo mi son appisolata per una decina di minuti di notte fondissima, svegliandomi di soprassalto con in animo la colpa di aver ceduto al sonno prima di essermi svuotata di bene e male e di quel che sta in mezzo. Nel frattempo era scattato l’autospegnimento dell’mp3: priva della compassione complice della musica, dovevo affrontare anche il silenzio greve della notte. Ho avuto una gran voglia di accendere il cellulare e chiamarlo tra mille imprecazioni o anche solo di gridare quanto volessi esplodere ma tutto attorno a me sembrava urlare molto più forte di quanto avrei mai potuto fare io. Mi son sentita zittire di paura e incertezza e a queste ho chinato il capo e deposto la rabbia.
C’ho messo un bel po’ a riaddormentarmi e il sonno è stato solo un palliativo alla mancanza della sua voce.

Oggi ho il terrore di vederlo, di sentirlo. Sto in allerta, al centro di una piazza, continuando a ruotare sui talloni per anticipare un altro colpo, per esser pronta a incassarlo dall’attimo esatto in cui verrà sferrato e non farmi trovare impreparata.
Un pugno al cuore ti toglie il fiato. Due ti tramortiscono.
Ho paura di quello che può aspettarmi.


Twist in my cruelty

Mi capita di rado di sentirmi caustica e aggressiva come ora. Aspra, quasi cattiva ma di una cattiveria non nociva. E’ un qualcosa che mi prende per qualche momento, qualche ora al massimo, a livello superficiale, senza danno alcuno. Come se avessi morso tutti i limoni della costiera sorrentina all’apice del loro essere aspri: la mia lingua è un muscolo acre, ne porto il gusto addosso ma è solo una patina che mi avvolge senza penetrarmi.
Cattiveria sì ma che funge da stimolo, che mi muove dalla stasi in cui, per natura, giaccio. Staticità meramente fisica, sia chiaro; mentalmente corro su razzi e saette che governare è un’impresa.

Così parto, animata da questi bizzarri impulsi di ardore pseudocrudele, e galoppo a velocità sfalsata tra i piedi, lenti anche se rapidi nel passo, e pensiero, fulmineo e senza direzione. Mi sento le dita contrarsi allo spasimo, le labbra scoprire i denti che digrigno, un ringhio che contorce la gola e un enorme buco nero vibrante di luce malefica al centro dell’addome.

Ed è stupendo.

Non faccio male a nessuno, a me faccio un gran bene perchè è un ottimo sfogo liberare la parte più oscura di se stessi, una porzione che dovrebbe essere indomita ma che personalmente tengo a freno costantemente. Sono potenza fluida che invade quel che mi circonda e lo persuade a riempirsi di me, a lasciarsi sedurre dal proibito che mi sento addosso.
La cosa migliore è che questo stato si manifesti mentre sono in auto, possibilmente con il buio. Ok, mi piace correre con la mia Dixie però non sono folle da esagerare. E’ solamente la dominazione della strada, della notte, dello spazio tra il reale e l’irreale celato dall’oscurità che illude di essere padroni del momento, del tempo concesso, delle proprie scelte, e ti fa andare dove normalmente dimentichi di poter esistere. E’ il volume dello stereo, il volume della tua voce interiore che urla e magari stecca anche, che canta se stessa, i suoi guai, le sue gioie, e sfreccia in avanti assorbendo quella sensazione di benessere data dall’attimo in cui cedi a come sei per diventare quello che sei.

In fondo non è cattiveria, non è aggressività né corrosione crudele. Sei tu che, in qualche modo, per qualche motivo, ti liberi delle maschere e ti lasci scorrere dall’energia che possiedi dentro. Proprio come quei limoni della costiera: acerbi, immangiabili, ti annullano il gusto sulla lingua eppure li mordi e ne bevi il succo asprissimo perchè i brividi che generano son fastidiosi ma anche sadicamente piacevoli.
Eccco la verità: più che malvagia sono sadica…


FedelQuote – 1

Ho su labbra, dita, fronte, occhi, stomaco e cuore troppe parole, un affollamento di sentimenti che voglio impetuosamente esprimere e cozza con la possibilità di venir compresi. Non posso scrivere, almeno non in questo preciso momento; risulterei fumosa, torbida, aleatoria. Non sono Joyce, non so manifestarmi nella mia immensità in declinazioni tanto perfette. Tutto è una mescolanza caotica, un confuso magma esplosivo, a stento riesco a riconoscere i frammenti di concetti che mi navigano in testa.

Forse scrivere quella sciagura di storia che sto componendo è la mia disgrazia: dar forma ad essa per dar forma a me stessa. Ma un’ameba non diventa un cerchio.
Forse sarebbe il caso di stopparsi, di smettere di dire e fare cazzate per voler seguire il proprio fiume nell’illusione di giungere a qualcosa. Fermarsi e maturare. Decidere che il tempo della libertà, del fluido sentire è finita. Diventare adulti mentalmente e sentimentalmente, non solo sulla carta.
Ma non ce la faccio. Non voglio una vita matura, non voglio liberarmi del sogno, dell’illusione, dell’ostinata malattia di farmi ferire e curare dagli eventi. Vivrò sempre in un mondo tutto mio, assurdo e astratto in qualche modo, lontano e diverso, forsanche sbagliato e insulso ma mio e quando finirà, quando metterò la testa a posto, così l’età adulta richiede, allora sarò una candela spenta, braci annacquate, mare senza onde. Sarò morta.

Fino ad allora, tuttavia, voglio sentire, voglio urlare e sussurrare con la mia voce, anche se distante miliardi di anni luce dal resto dell’universo. Voglio vivere la vita a modo mio, anche se fosse immersa nei rimpianti: nessuno di essi potrà essere tanto devastante quanto quello di non aver vissuto quel che provo.
E intanto seguito nel mio delirio, che mi annebbia la mente più spesso di quanto non mi ingarbuglia le dita sulla tastiera. Scrivo. E leggo. Poco, ultimamente: leggere sembra una delle cose più facili e immediate possibili. Niente di più falso. Devi avere il cervello collegato, altrimenti non leggi: scorri consonanti e vocali che (si spera) stiano bene insieme e non cannino la consecutio temporum.
Questa, di cui riporto alcune frasi (spaventosamente vicine a come mi sento ora), sarà la prossima lama con cui ho scelto di colpirmi e guarirmi: c’ho messo mesi a riprendermi da Questo amore di Roberto Cotroneo (che, tra l’altro, consiglia il libro di cui sotto), su questo calcolo almeno il doppio del tempo, data la condizione di scombinamento che sto vivendo.
Rischio lo sbarellamento multiplo ma darei un dito per una libreria aperta di domenica…

…..:oOOOo:…..

“Io mi rivelo solo al secondo sguardo, o al terzo, mai a quello che effettivamente mi osserva.”

“Sto parlando di cose che non hanno nome, cose che nel corso della vita si accumulano sul fondo dell’anima, sedimenti e strati di terriccio. Se mi chiedessi di descriverteli, non saprei da che parte cominciare, non avrei le parole adatte. Solo una stretta al cuore, un’ombra passeggera, un sospiro.”

“Vivo soprattutto in quello che non ho.”

“Bisognerebbe capire e chiarire una volta per tutte perché “un brutto momento” può andare avanti per mesi, mentre un momento di grazia dura sempre e soltanto un momento.”

“A volte tocchi contemporaneamente il punto dove provo dolore e piacere.”

“Per un po’ forse continuerò ad urlare il tuo nome a me stesso, nel cuore. Ma alla fine la ferita si cicatrizzerà.”

“Dopo aver fatto l’amore, dormiremo abbracciati. La tua schiena contro il mio ventre. E io stringerò le dita dei piedi attorno alle tue caviglie, come delle mollette, perché tu non possa volar via la notte. Saremo come un’immagine in un libro di scienze: un frutto tagliato a metà, tu la buccia e io il torsolo.”

Amore è il fatto che tu sei per me il coltello col quale frugo dentro me stesso.