Free tour nel cervello di una svarionata (e lo so che "dull" non vuole la esse…)

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Con dentro il sole più grande che c’è

Sono un cuore di pessima categoria, di quelli che sembrano dimenticare con il tempo (tanto tempo) gli sguardi, i pensieri, le voci ma che di fatto cementano negli angoletti bui ogni grammo di quei ricordi che han saputo essere più persistenti degli altri. Non so fare mai a meno di cercare le tracce sparse di chi è stato dentro me, sono e rimango per mia propria volontà un’assassina che torna sempre sul luogo del delitto.

Di Fabio ho ormai perso ogni collegamento che avevo: non vive più dove stava al tempo che ci frequentavamo, non so dove lavori ora, probabilmente è sposato ed è meglio non andare a smuovere nulla per non creargli problemi. E non farmi partire la brocca se dovessi risentire la voce di cui mi ero innamorata…
Mao l’ho cercato questa primavera, più volte; tempo fa sono passata da dove lavorava e mi sono mancati un paio di battiti al ritmo cardiaco. Lui sì che è svanito ma ho ancora il suo numero nel cellulare. Grandissima tentazione…
Quanto a Lui, eh…

Lui è stato male per un lungo periodo, non so di cosa, ma bene non stava. Non potendo chiedere agli amici comuni per il rischio che venga a sapere che mi interesso e mi si accanisca nuovamente contro, l’ho seguito da lontano, in disparte. Il che fa tanto romanzo rosa, con lei che, pentita, sta spiritualmente vicino all’uomo che ha amato e che non riesce a togliersi dalla testa anche se ora è diventato un solido osso del suo corpo. Però è questo che ho fatto in questi anni, specie negli ultimi cinque.

Seguirlo da lontano. Di nascosto.

E l’altra sera, tra le foto del suo profilo facebook, finalmente sorride come quando l’ho conosciuto. Negli occhi ha di nuovo quell’esplosione di luce, di violenta voglia di vivere che era scomparsa da tanto tempo. Non importa se non sento più la sua voce, se non mi accarezza il pensiero di lui che immagina il mio viso mentre siamo al telefono o il suo modo di dirmi che non devo preoccuparmi, che si sistema tutto: in quelle foto ho ritrovato l’uomo che mi è stato accanto un secolo e sono felice. Felice di portarlo ancora nel cuore.

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Troppo…

Giornata furiofastidiosa quella di ieri, difficile da metabolizzare per la troppa rabbia accumulata.
Al di fuori della dimensione naturale due sono le cose che mi fanno imbufalire a bestia: la mancanza di rispetto e l’Orso Bruno. Il caso vuole che i due fattori si siano sommati in un momento di sfasamento da calura misto a mezzo abbiocco. Volevo rilassarmi, farmelo passare senza doverci lottare contro; erano le due e mezza, pace piena dei sensi dopo una mattinata a visionare divani per il soggiorno, non ho certo in animo di andar a fare la guerra in giro. Ed infatti non l’ho fatta. Subito.
Nel senso che l’Orso Bruno ha insinuato e offeso e stabilito, tutto in autonomia, secondo punti di vista meramente suoi, non condivisibili né accettabili e a me sono letteralmente saltati i nervi in un crescendo di incazzatura che invece di svuotarmi del livore mi ha portato una contrattura gastrica ingestibile pure con i farmaci. Una specie di ariete medieval style scagliato a tutta birra da Marte verso il centro del mio torace.

Fottuto stomaco.

Qualcosa di simile, quella sorta di stritolata, l’ho provata qualche mese fa, all’inizio delle trattative per la mia nuova vita (ci sto lavorando con calma, prima o poi ogni cosa sarà chiara) ma così, esattamente come ora, saranno oltre dieci anni che non mi succede. Eppure me lo ricordo bene, quelle sensazioni le ho catalogate per bene a suo tempo, un po’ come un biologo con un nuovo virus.
Allora ricorrevo ai medicinali, due pastiglie e via che passa tutto: peccato che, invece che rilassare la muscolatura gastrica, me la irrigidiva e io ebete credevo di essere in peggioramento e proseguivo ancora con la terapia. Ero scema, sicura di me e troppo presa a far quadrare tutto per bene. L’ho capito poi che il corpo suonava a distesa le campane dello stomaco per dirmi di inchiodare e cambiare modo di fare.
Oggi niente compresse. Mollo le briglie e lascio andare. Inspiro a fondo, chiudo gli occhi e sto nel mio, augurandomi che nessuno, in primis l’Orso Bruno, venga a gironzolare nei dintorni mentre sto così. Mi ci vorranno giorni di impacchi di silenzio, indifferenza, una serie non definita di flebo di sorrisi inattesi da chi sorrisi me ne offre a tradimento, un po’ di sciroppo di sguardi. Di quest’ultimi penso non ne avrò, non da chi li attendo, ma tant’è, ci sono abituata.

Impari a fare da te quel che non trovi già pronto. Come un vassoio traboccante di sushi in un paesino di montagna.

Se non trovi una garza, strappi un pezzo di maglia e ti ci fasci con quella. Ecco quello che penso. Ecco come sono. Una che se la cava in ogni occasione. La cariola rotta che va sempre avanti. Ma non importa. Le mie ruote girano ancora. Gireranno sempre.

Ps. Ho preso in biblioteca (tocca economizzare anche sulle passioni purtroppo) il libro di Grossman. Paola, la mia bibliotecaria di fiducia, mi ha guardato come se avessi asserito di voler leggere tutto Proust al contrario.

F: Ma l’hai letto te, questo?
P: Io…? O_O
     Guarda… la letteratura ebraica mi sta… mi sta… <gesticola mimando qualcosa di pesante tra le mani>
F: Troppo complessa?
P: Mi sta… eh, sì! Troppo… <gesticola allo stesso modo di prima>
F: Ti è pesante da digerire.
P: Ecco appunto. Io e la letteratura ebraica…
F: La letteratura ebraica ti sta sulle palle.
P: <si illumina>
F: <rido>
P: Ma poi dimmi com’è, ok? Magari lo…
F: Sì, magari lo leggi.
P: <sorride sollevata>

Ne ho letto qualche brano, a casaccio, seguendo i tratti a matita lasciati da chi l’ha letto prima di me. Mi somiglia tanto quel che ho scorso con gli occhi. Mi somiglia fin troppo.
Sapesse Paola che pure la pseudoletteratura nostrana tenta di scrivere pesantezze in modalità Grossman, forse non mi darebbe più nessun libro in prestito…


Pensieri pesanti, nel cuore, nella testa

Questo pomeriggio appuntamento dal BloodDoc per capire che cos’è che non va nella sottoscritta. Spero di aver interpretato male le analisi con le mie conoscenze balenghe di medicina e che non sia nulla. Talvolta vorrei non sapere, non capire le astrusità in medichese, non fare collegamenti tra una faccenda e l’altra e creare il reticolo delle informazioni: ne so troppo per non essere il dottore che non sono diventata, troppo poco per diventarlo. Poi mi dico che, se non ne capissi nulla, arrivare lì e prendere l’eventuale mazzata sui denti a secco, senza aver meditato per conto mio, senza averla metabolizzata, sarebbe peggio. Se ti avvertono che la strada che farai è un po’ accidentata ti prepari. Ma la strada mi piacerebbe fosse senza buche e curve a gomito, ogni tanto.

Tutto sommato, però, la mia vita è fatta di ua specie rara di BottediThoin: le cose le scopro per caso, non cercandole; mi vengono incontro da sole, prendendo direzioni tali che non te l’aspetti di trovarle lì. Sarà che, in quel poco di buono che ho, sono meticolosa e mi tengo d’occhio. Sarà che sono fortunata e non me ne rendo conto. E la mia fortuna mi tiene ancora qui, tra i vivi, mi salva costantemente dal disastro.

E così oggi si va a “farsi leggere le carte”. Dall’ematologo, non dal cartomante, anche se mi manca non farmi fare più i tarocchi, ora che ci penso.
Vado con il pensiero che il mio sangue è fatto giusto giusto per non avere figli e la speranza di aver frainteso, di uscire con la consapevolezza che di figli ne potrò avere centoventuno, volendo imbarcarsi nell’impresona titanica.
Vado.
Torno.
Come non lo so.


ABC – Amici, Balengherie e Chiamate

A quanto ho capito, LuBo, da quando ci siamo rivisti giorni fa, ha iniziato a tendermi gli agguati. Si presenta pacato pacato dove di solito vedo Davide e aspetta. Guarda in giro. Finge di fare le sue cose. Testa bassa e ostentato disinteresse per quel che gli accade intorno. Menefreghismo mutante il suo, da quel che vedo, dal momento che non ho manco il tempo di entrare che me lo trovo davanti, più o meno casualmente (se se…), con il broncio.

L: Mi stai trascurando.
F: ?
L: Ti aspetto da un bel po’.
F: Ci dovevamo vedere e mi son dimenticata?
L: No. Ti aspettavo solo.

E allora che vuoi, figlio mio? Che passi di qui per incontrarti anche se non era preventivato? Io c’ho una vita, sfasata quanto vuoi, ma indipendente dai tuoi appuntamenti. Capitasse una volta, capirei, ma queste comparsate da immusonito stanno facendosi frequenti. Comunque sia, poi il broncio gli è passato. Potere curativo della sottoscritta, che fa ridere tutti tranne che se stessa.

Ma la scoperta del giorno è un’altra.
Da diversi giorni mia madre vuole che chiami il Polliambulatorio (Polli sì, perchè, con tutte le cose che faremo nel prossimo futuro, ci spenneranno come polle) per prendere appuntamento. Così mi sono armata di agenda, penna e fogli con il numero e la prescrizione di visita e diretta al cordless per effettuare la telefonata. Prediligo la linea fissa per le chiamate di servizio, io son sempre al verde sul cell, ma il cordless non c’è. Stamattina me ne ero accorta ma credevo fosse in giro per casa e ho evitato di cercarlo.
Pigio il pulsatino sulla base del senzafili per attivare la suoneria del cordless e andare alla ricerca seguendo la musichetta: succede tante volte che finisce sotto i cuscini del divano, magari è lì. Ma nella mia mente bacata si forma netta un’idea che aleggiava già dalla prima occhiata alla base sguarnita del telefono…
Non si sente nessun suono. CVD.

F: Ce l’ha in tasca l’Orso Bruno.
Mamma: O_O
F: Toh, guarda <ripigio il tastino. Silenzio>
Mamma: Te pareva… ora lo chiamo.

Mamma: Per caso… hai il telefono di casa in tasca?
OB: Ah sìsì.
Mamma: Ah bravo.
OB: Dopo te lo dò.

E che è? Un ciuccio? Io devo chiamare!
Tutto d’un tratto la fretta non c’è più e il Polliambulatorio lo chiamiamo domani. Mesta, riporto agenda, penna e fogli al loro posto, brontolando (perchè io brontolo e borbotto come un’anzianotta, nel caso non fosse stato chiaro finora) e per distrarmi un momento dalla lagnanze dò un’occhiatina fuori. Dai vicini, un camion di attrezzature da refrigerazione sta scaricando un frigorifero, lo stesso che prima della mancata chiamata era sotto casa mia. Cercavano di smerciare il frigo al negozio di abbigliamento e non capivano perchè la titolare non lo voleva.
No dico, è l’aria che aleggia attorno al mio quartiere a renderci sbarellati e infettare anche i poveri autotrasportatori di frigo o progressivamente si sta ammattendo il mondo?


Questione di tesi (di laurea)

E dopo secoli e secoli di paziente martirio, anche il Padraig si laurea (deo gratias!). Più che Medicina e Chirurgia è sembrato Ostetricia: Viaggio al centro dell’Inferno. Un parto travagliato insomma. Di una gravidanza che almeno lui è riuscito a portare a termine (non come la sottoscritta che ha “abortito” alle prime nausee…vabeh lasciamo perdere).

L’ho sentito ieri (perchè ormai vedersi… più facile che crolli il Pirellone piuttosto che ci si riesca ad incontrare) e mi ha fatto un po’ strano nell’insieme dal momento che il nostro rapporto s’è logorato parecchio negli ultimi tempi: colpa mia, che dò troppo e pretendo altrettanto, che difendo il mio quando viene attaccato ed esigo dignità per le scelte che ho compiuto; colpa sua, che offre quello che gli avanza, pretende agevolazioni per l’abitudine di essere privilegiato e denigra chiunque non appartenga alla sua cerchia. Ciò nonostante, gli voglio bene e mando giù amaro spesso, chiudo gli occhi e mi dico che un giorno o l’altro i problemi che lo rendono acido dovranno pur finire e poi, magari, torna il Pad’ di sempre. Quello vero, che ho conosciuto undici anni fa.

Magari…

E che son figlia dell’Illusione Disillusa lo sanno anche i sassi ma le proprie origini non mutano anche se ti prendono a vangate sulle gengive. Sono affettuosamente sbagliata e il bello è che lo so e a dispetto di ciò mi amo comunque.
Ad ogni modo, è arrivato alle soglie della copisteria e dell’aula magna: si parla del periodo intorno all’8 marzo per la discussione, a cui difficilmente riuscirò a prendere parte. Pare debba essere la tesi del secolo: ha scelto il capo delle cure palliative e ci sta appresso seriamente da tipo settembre, forse prima; ha analizzato l’ira di Dio di casi, fatto la notte in archivio cartelle, ingaggiato tre trillioni di colleghi di corso e amici già laureati per fare la scrematura e la schedatura dei casi ed è stato strapazzato ad arte dal suo relatore per tutto il tempo, dal momento che è anche il suo Presidente di Commissione.

F: Ti ci viene una tesi con i controca**i, Pad’!
P: Eh… c’ho lavorato tanto su…
F: Lo so. Lo so. Tieni duro ancora un po’ che quest’estate tiri il fiato.

Poi la Domanda delle Domande.

P: Oh senti ma te… quante pagine hai fatto di tesi?
F: Cicci, io ho fatto Lettere, non Medicina. Non le puoi paragonare.
P: Sìsì, ho capito ma quante pagine era la tua tesi?
F: Un centinaio, esclusi indice, biblio e foto.
P: <silenzio>
F: Uè!
P: <confusissimo> Eh?
F: Quant’è la tua?
P: <silenzio>
F: Pa-ad’?
P: <deglutisce> 37…
F: Di dati e diagrammi?
P: Con quelli, l’indice e le foto arrivo forse a 50…

Cinquanta pagine per la tesi di laurea in Medicina e Chirurgia? Sulle prime credo mi abbia preso per il thoin ma poi mi risponde che la media è quella, intorno alle quaranta pagine di tesi nuda. Mi son forse sognata le tesi da due-trecento pagine, rilegate in similpelle solitamente blu o rossa, che l’Orso Bruno teneva sulla scrivania dello studio? Quella specie di mezzo Rocci che stavo tutte belline in fila nella libreria, traboccanti di citazioni, foto, schemi, ricerche, portate da sconvolti universitari dimagriti sotto il peso ingente della cultura? Evidentemente sì.
Il resto della chiamata è stata in trance per entrambi: per lui, entrato in crisi esistenziale al pensiero di una tesi formato slim; per me, che scopro di aver fatto una tesi da dottorato e doppio master tutta insieme. Ma, ripensandoci, una tesi come la mia era normale tra quelli che si sono laureati con me. Al che mi sorge un dubbio: vuoi vedere che la misura della tesi è inversamente proporzionale alla difficoltà della facoltà scelta?
Vado a meditare…


BronCh(olloqu)iTe

Mattinata dal Doc per ‘sta tosse infame che mi stressa da 8 giorni ininterrotti: una sciura sulla settantina in sala d’attesa con me, dopo avermi visto sputare anche i bronchioli, s’è impietosita del mio stato e mi ha offerto uno zucchero d’orzo che teneva nella borsetta, di quelle che hanno il cosino, come si chiamano?, l’apertura come i portamonete di una volta. Mi ha intenerita da morire… (e mi son vergognata come una ladra per il coff coff continuo che ha fatto scappare pure il tizio che mi sedeva accanto dopo avergli sfondato i timpani per quasi un’ora)
In ambulatorio, il Doc non ha dovuto smazzarsi un granchè a pensare alla terapia da darmi. Mi fa Ti sei già presa tutto quello che mi veniva in mente di darti… Cicci, io con il mal di gola et similia ci lotto da quando avevo il Pampers! Vabeh… comunque sia il responso è stato chiaro (e previsto, quasi come i vincitori degli Oscar):

BRONCHITE

Antibiotico e sedativo della tosse, oltre quello che già prendo. E ora son qui che tossisco il doppio del solito per il nervosismo…
Tensione giustificata, la mia, dal momento che tra un’ora ho un colloqui di lavoro. Non sono un bel vedere con la lingua morta in bocca mentre espettoro un pezzo di apparato respiratorio, gli occhi sbarrati e la classica curva vertebrale del tisico. Ho pure naso e sottonaso arrossato che se stavo fuori dall’aeroporto di Reykjavik per il weekend non potevo fare peggio: ecco, sono un incrocio tra un avvinazzato da Merlot e un disperso tra i ghiacci. Io ci dò di crema e burrocacao ma il raffreddore la partita 2 a 0…
Colloquio che, incrociamo i diti dei piedi, dovrebbe risolvermi la vita. Non so quanto sia realizzabile ma si prova e si vede: se va, YUPPI DOO; se non va, pace e bene e via a mandare di nuovo CV.
Se almeno mi passasse un po’ di tosse…


Sconvolgimenti e Riflessioni

Passa moscia la giornata di oggi, con la sottoscritta che starnutisce a spruzzo nonostante si pari davanti al Triangolo della Morte (Dr. Oz, I ❤ U) qualsiasi cosa trovi a tiro, oltre la propria manina.
Mia madre ed io, a tranzollare pacifiche a tavola sino ad orari poco tavoleschi in virtù del fatto che stavamo sole at home. S’è ammalata anche lei e, pure in questo caso, la colpa è della progenitrice bronchitica, incacchiata a bestia da quando mia madre le fa garbatamente fatto notare Se ti mettessi una mano davanti quando tossisci…

Mattina impiegata a tradurmi gli esami del sangue dal medichese stretto. Pare che, se dovessi decidermi a diventare produttrice di prole, ci potrebbe essere qualche ostacolino. Manco avevo iniziato a pensarci che già mi si para innanzi un autocingolato. Esaltante.
Problemi, problemi, sempre problemi. Che palle cosmiche vivere

MA

han mescolato bene quella volta che mi hanno impastato e la mente mi sa distrarre e trascinar via dalle faccende che fanno male, ubriacandomi di altri stimoli.
Così sono finita a leggere blog a destra e a manca in attesa che il mal di testa da starnuto-raffreddore-tosse si placasse con la giornaliera dose di paracetamolo (sì, sono drogata U_U) e quella (benedetta, eccezionale, provvidenziale) parte di me che “mi porta via dai pensieri” mi ha guidata verso la Galassia degli Scrittori Emergenti, ambiente che mi è caro forse più di quello della medicina perchè più accessibile sensorialmente e umanamente parlando.

Scrivere…

Da un anno e mezzo circa sto appresso ad un progetto nato con la folgorazione stessa che si prova ad assistere alla fine di una Supernova e per ora va. Pianino ma va. Tempi biblici i miei, osceni per la mia foga di espressione e la mia fame di realizzazione. Poi mi dico che meglio metterci un tempo lungo e chiudere l’ultima frase con il punto definitivo che sputar fuori tutto in fretta e fuori per sentirsi inaridire con nulla in mano. Ho solamente il terrore di scoprirmi spenta e vuota all’improvviso: la mia memoria lo è già da tanto tempo. Scordo le cose dall’Incidente, i ricordi si frantumano e si sparpagliano con dispetto in angoli reconditi della mia mente; non voglio dimenticare la mia Storia. Pretendo di scriverla, ci mettessi dieci anni, fosse un parto plurigemellare di cavolate messe ordinatamente nella memoria del pc. Non mi interessa. Solo per il fatto che sono mie, che appartengono al mio sentire, assumono un valore inestimabile.
Perciò io scrivo. Per me stessa. La scrittura come specchio, come forziere di emozioni. Devo, però, imparare a farlo al meglio.
Così, leggendo qui e là, ho trovato il blog di ColuiCheMiSalveràDallaMiaImprecisioneScrittoria, da oggi eletto a mio guru. Fare errori e non accorgersene è drammatico ad ogni livello; un po’ di sana autocritica (sperando di non fare a brandelli anche questo scritto…) e di individuazione delle pecche mi ci vuole. Che io di pecche… avoglia se ce n’ho! Mi strappa un sorriso aver riconosciuto nei suoi tratti fisionomici quelli di SimoSimo, uno dei miei più cari amici, e mi confonde un po’ accorgermi dalle foto che ha pubblicato che, negli anni, sorride meno. Probabilmente ha imparato a sorridersi da dentro e assumere un’espressione di placida saggezza che non nego di invidiargli.
Chissà che, a mia volta, diventi saggia, un giorno. Una saggia scrittrice, oltre che una pazza con il pensiero costantemente in corsa.