Free tour nel cervello di una svarionata (e lo so che "dull" non vuole la esse…)

Archivio per settembre, 2012

Ci vediamo presto. Tra cinque anni.

Inizio di settembre anomalo per l’intensità e le coincidenze bizzarre che vanno creandosi. Giusto qualche giorno fa pensavo a Davide, il mio amico musicista, la scuffietta delle medie  quando ancora pensavo a Simone il piastrellista ma era lui la mia aspirazione; rivalutando col senno di poi le cose credo che già al tempo lo avevo scelto per me ma l’amicizia aveva avuto più peso e le marachelle, le sciocchezze fatte insieme a 13 anni erano più cariche di adrenalina di una pomiciata impacciata tra adolescenti. Che poi magari lui ci sapeva pure fare e a me non è che mi fosse mancato l’esercizio preparatorio ma vabeh, altri tempi…
Comunque sia pensavo a lui una decina di giorni fa, così, per un lampo che ha acceso una luce sui miei ricordi della scuola, saettando attraverso il passato, dalle medie all’università. L’ultima volta che l’ho visto ero in piena sessione, estiva se non mi si confonde la memoria: di ritorno da un appello con l’Orso Bruno che mi ci aveva accompagnato, ci siamo incrociati fuori dalla stazione dopo cinque anni dall’ultima volta. Imbarazzo, sorrisi ebeti, un abbraccio caloroso forse un po’ troppo, forse troppo poco. Poche parole che mi son sembrate durare secoli e un’iniezione di pazza beatitudine che mi ha tolto la ragione per quei minuti condivisi: convinta di rivederlo ancora in stazione, visto che pure lui faceva su e giù, anche se su un’altra tratta, non ho chiesto alcun contatto. Niente FB, non si usava; niente mail, odio scriverle, niente cellulare, tanto lo rivedo.

E invece non l’ho più visto.

Ho cominciato dopo un paio di mesi a mangiarmi i gomiti per esser stata tanto scema da non avergli chiesto uno straccio di riferimento, fosse stato anche solo chiederli se ancora vive dove stava da ragazzo. Per qualche giorno avevo anche pensato di mettermi a fare la posta al Conservatorio dove studiava ma l’università mi impegnava al massimo, non avevo una macchina e andare fin in treno no, proprio no, non mi andava per niente.

Schifosa pigrizia!

A distanza di forse un anno ho visto in giro, non ricordo dove, l’annuncio del suo diploma (laurea? Come si chiama il titolo finale dopo dieci anni di Conservatorio???). Ho sorriso, di quel sorriso che ti piglia quando la tenerezza degli anni passati insieme ti viene a stringere le braccia come un vecchio maglione, mi sono lasciata condurre nella danza del piacere al pensarlo, perfetto e potente, con quel suo sguardo appena socchiuso, di un azzurro scurito dall’ombra delle ciglia, con quel ghignetto di celata soddisfazione che ha quando è sereno. E poi è morta lì. Me ne sono andata con l’anima appena un po’ brilla di contentezza e basta. Qualche pensiero sporadico i giorni seguenti e la luce, sull’espressione di Davide, che nel frattempo era diventato un gran bel pezzo d’uomo (era bonazzo pure da tredicenne eh), s’è spenta per riaccendersi ad inizio di questo mese. Che poi, a dirsela tutta, c’ho pensato così, senza impegno, parlandone con mia madre en passant. Non ho concentrato nessuna energia su di lui.

Eppure è comparso.

Fuori dal centro commerciale, mercoledì mattina. Stavo con mia madre, giretto non preventivato, deciso alla mattina per uscire un po’ insieme, distrarci in reciproca compagnia. Si era deciso di andare a vedere le stoffe per i cuscini del divano nuovo, pagare un paio di bollette, magari un aperitivo prima di pranzo.
Dai che sei carina col taglio nuovo! perché ho tagliato i capelli, corti, considerando che mi arrivano a metà schiena; ne è uscito una cosa alquanto ganza, che mi gratta via quei tre-quattro anni di difficoltà e delusioni che mi porto addosso. Ho messo su una canotta, jeans e tacchi. Tredici centimetri. Non li porto mai perché mi sembra che mi abbiano invertito la gamba destra con quella sinistra quando cammino ma la scelta era funzionale al sentirsi supergnocca, dato la nuova mise capellosa.
Me ne stavo andando alla macchina, giusto quattro o cinque passettini avanti mia madre per riuscire ad arrivare allo sportello in un tempo umano, visto i trampoli che avevo. Al che me lo trovo davanti, fulminato dalla sottoscritta alta quasi quanto lui che ancheggia (in verità mi stavo ammazzando…), che a sua volta aveva avuto un colpo di emozione all’anima.

E la scena, altri cinque anni dopo, si ripete…

Quattro chiacchiere, sorrisi ebeti, balbetti, miei e suoi, Cosa fai? Dove sei? Ma no, dai! il tutto gesticolando, lui con gli occhiali da sole, io con il cellulare, che poteva pure essere il più letale dei coleotteri nordasiatici e non me ne sarebbe fregato di meno. E infatti, pur avendo il telefonino in mano, mi son scordata, per la seconda volta di chiedergli il numero…

Ebete deficiente, cretina intergalattica, imbecille stratosferica! Hai il cellulare in mano e non gli chiedi il numero???

Eh… certi giorni la mia scemenza raggiunge limiti che voi umani non avete mai immaginato…
E infatti l’ho salutato, satura di emozione più che di lui, e me ne sono andata, per giunta con le guance alla Heidi per averlo beccato a rimirarmi il lato B quando mi son voltata. E che faccio? Torno indietro tutta bella paonazza a chiedergli il cell???

Ma tanto è su FB. L’ho avvertito che lo contatto.

Felice come due Pasque quando sono rientrata, alla faccia dell’essere femmina e del fare la preziosa, connessione attiva e login su FB. A quel paese l’aspettare! Dovevo chiedergli l’amicizia subito. Solo che lui su FB non c’è più. Sparito. Cancellato. Inesistente.
E lì mi è partita un’imprecazione contro Zuckerberg che poraccio non c’entra nulla accompagnata da una travasata infinita di disperazione e delusione che avrebbe abbattuto un bisonte. Sono stata uno zombie depresso per tutto mercoledì, il benessere di averlo rivisto annullato con azione retroattiva sino al giorno in cui l’ho conosciuto. Pomeriggio a scandagliare ogni più minuscola informazione che lo riguarda in rete, tutte notizie datate, progetti abbandonati. Ho trovato il nome del gruppo con cui suona, dove ha lavorato; qualche numero, qualche riferimento c’era ma mi aveva detto che erano tutte cose concluse o non andate a buon fine. Poi l’illuminazione.

Lo cerco alla scuola dove lavorava.
In fondo scrivo per un giornale, posso fingere di volerlo intervistare.

Quando mi vengono queste idee balzane è un guaio serio perché faccio danni, sparo cazzate a nastro, sono incontenibile e più vedo che le balle vengono credute più le gonfio. Sono delirante, pazza e il problema è che me ne rendo conto eppure vado avanti. Cioè non è che mi fermo e pace. Noooo! Continuo! O_O
Così ho chiamato e via con la manfrina di Saaalve, sono la Strega Comanda Colori del Giornale dei Ragazzi, cercavo il professor Davide MicioMiao… Sono drammaticamente convincente al telefono, riuscirei a mettermi in contatto con il Papa passandomi per Vladimir Putin e per l’appunto mi hanno messo in attesa dell’addetta al personale che s’è presa il mio numero, non potendo rendere noti i dati personali dei professori, assicurandomi che avrebbe contattato Davide appena possibile. Ma a me non bastava.
Avendo il numero dell’associazione dove aveva suonato con il suo gruppo ho chiamato pure lì perché aspettare non è il mio forte e volevo un cellulare, lo volevo subito. Dopo un giro di chiamate, sempre con la balla dell’intervista (che non è una balla perché ci scrivo davvero per quella schifezza di giornale!), ho recuperato la sua mail perché la tipa aveva il numero di tutti gli altri diciottomila componenti ma non il suo.
Che soddisfazione! Già mi vedevo come ora, alla tastiera, a litigare con le frasi per scriverne di belle e piacevoli da leggere, a replicare la simpatia che suscito di solito nelle persone ma in forma scritta. Una drogata di compiacimento, ecco che ero mentre componevo per la terza volta il numero della scuola (ho chiamato tre volte sì U_U) per avvertire che non serviva più rompere le scatole a Davide via telefono, che mi sarei arrangiata via mail.

E invece quella l’aveva già chiamato…

Lì ho avuto mezzo mancamento a sentirla dire che l’aveva raggiunto in Provvidetorato, dove stava aspettando la nomina per quest’anno, e che mi avrebbe cercata lui appena possibile. Non era così che volevo che andasse: era meglio se lo chiamavo io, quando ero in condizioni di rilassamento, magari dopo un tris di camomille ristrette o in piena sbornia da sonno, appena sveglia, quando il cervello ancora non se ne esce con le mie consuete perle di saggezza.
Mi ha chiamato a distanza di un’ora, con una voce timida, incerta e profondamente delusa al sentirmi dire che ero solo io, l’amica di infanzia e che l’intervista non si faceva, che era un aggancio di pro forma. Credo di non aver mai tartagliato così tanto con lui in tanti anni che ci conosciamo: due minuti di chiamata con più Occheivabene che respiri. Impacciata io, impacciato lui.

Però ho il suo numero.

Se ci penso mi sento un’insensibile arrivista che andrebbe bastonata di prima mattina per come mi sono comportata. Eppure, in giro per la mia ragione, c’è un cartello lampeggiante che mi sostiene e mi rasserena un po’. Alla fine sì, sono fondamentalmente stronzetta, ma ora ho una corda al polso che va verso il suo, ora non lo perdo più e non importa se non nasce nessun grande amore, se non diventeremo inseparabili. Nel cuore avevo smarrito un tassello che oggi sta nella mia mano e questo conta più di immensi risultati, travolgenti sensazioni. L’emozione che porta il suo nome riprende ad avere un appoggio stabile e per ora questo mi basta. Cosa ne esca poi lo sa il destino.

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