Free tour nel cervello di una svarionata (e lo so che "dull" non vuole la esse…)

Take easy and go slow

Il caso mi concede un po’ di più tempo di quello preventivato e sfruttarlo al meglio anzichè mettermi, come al solito, nel mezzo della spirale e farmi sballottare mi è parsa la soluzione migliore.
Da qualche giorno lavoro su me stessa, apro le porte alla parola e rendo tangibili i pensieri con la mia voce.  SimoSimo mi ha “sgridato” giusto qualche giorno fa dicendomi che dovrei parlarne di più, non tenere i sentimenti, qualunque essi siano, incatenati a me, imbavagliati se non sono ricambiati, se mi sembrano banali. I sentimenti non lo sono mai: ogni espressione del sentire è degna e di valore e ad essa devo imparare a tributare l’onore che merita.
Così parlo, mi lascio scorrere, prendo confidenza con l’ascoltare me stessa, non solo gli altri, permettendo alla voce di compiere il viaggio, di costruire il cerchio,
dalle labbra
all’aria
alle orecchie
al cervello
al cuore
ai polmoni
al respiro
alla gola
e di nuovo alle labbra.
Nel frattempo sedimento, impacchetto la roba sporca e indossa una maglietta fresca di bucato. Mi prendo una serata per interrompere la sequenza di immagini di un unico soggetto maschile che la mente rimanda agli occhi e porre un altro viso, quello di un uomo che non so ancora se chiamare amico. Usciamo insieme, un appuntamento a mezza via, in tutti i sensi,  a cui vado senza impegno, senza aspettative e, pertanto, senza possibilità di delusione. Lascio fare al destino, che venga come deve venire, nel bene, nel male e in ogni modo possibile.

Non dire che sai come va a finire.
Non dire che te lo senti.

Ok, sto zitta e la sentenza al post serata. Alla fine non mi importa come potrebbe andare: ho fin troppo da tenere a bada e a cui pensare. Mi prendo la sorpresa e scopro a poco quel che c’è in serbo per me. In fin dei conti non vado a senso unico, stavolta.

Concentrandomi su altri lidi, l’elemento musica pare trovarsi particolarmente in sintonia con me negli ultimi tempi: dopo Il Violoncellista, allievo di un gran pezzo di musicista internazionale, che a tempo perso suona con Zublin Mehta, oggi ho scoperto di avere un altro amico ganzissimo, il TastiFonico che frequenta Ludovico Einaudi. Frequenta… lo conosce bene il suo capo, compositore di rilievo nel suo campo, e gliel’ha presentato. Cioè io rincorro Einaudi per mari e monti e questo gli ha stretto la mano.

Sgrunt!
Supersgrunt!

Mi torna in mente in prima media, quando avevo fatto richiesta di entrare nella classe di musica per studiare pianoforte: colloquio passato egregiamente, mille speranze in corpo e poi sdong! la mazzata del piano da prendere in affitto. Giustamente se volevo imparare lo dovevo avere in casa, dettaglio sfortunatamente trascurato all’atto della richiesta. Niente piano ma in compenso mi avevano concesso di passare con il gruppo di chitarra: quella si poteva pure acquistare, che poi torna buona alle feste, in spiaggia, agli angoli della strada quando sei povera in canna e non becchi un lavoro umano manco a morire… No grazie, nella classe di chitarra c’era la mia vicina, con la quale ho litigato qualcosa come una settimana prima dell’inizio della scuola e che tuttora mi porta rancore. Dalla classe di pianoforte a quella normale, a studiare piffero con risultati tanto terrificanti da spaventare ancora oggi la mia insegnante di musica.
Avessi rotto le scatole a nonna per farmi sganciare la pecunia per prendere il piano ora
– sarei una pianista;
– avrei fatto il conservatorio con Davide, il clarinettista, dal quale mi aspetto, a breve un’epifania con corredo di dichiarazioni musicali di sostanza (che ne so, che conosce Renzo Arbore per dire o frequenta la reincarnazione di Chet Baker);
– sarei andata a tutti quei ritrovi fiQui tra musicisti in giro per il mondo;
– avrei suonato tanti tanti tanti concerti prendendo tutte tutte tutte le note senza cannarne neanche una;
– avrei scritto km di pentagrammi capendo dove vanno le crome e le semicrome senza dovermi scrivere accanto che nota è;
ma soprattutto
– mi sarei fatta rimproverare pesantemente da Mehta (di botto sei andata al ritrovo con Il Violoncellista!);
– avrei avuto una sincope al primo contatto con la mano sacra di Einaudi.

E invece ti sei messa a sputacchiare nel piffero…

Vabeh… ad ognuno i suoi drammi. Però potrei sempre diventare un’autorità nelle percussioni: le padelle si suonano, giusto? Tanto, che me ne faccio di scatoloni su scatoloni di batterie da cucina se sono una schiappa colossale ai fornelli? XD

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