Free tour nel cervello di una svarionata (e lo so che "dull" non vuole la esse…)

Procede malino raga…

Più le cose peggiorano e si complicano, più sento ovunque in me il bisogno di sentirlo, di vederlo, di fondermi, anche solo a parole, con lui.
Sto come in una grande stanza, ad una qualche festa strapiena di gente, di amici, di sconosciuti. Poca luce, tanta musica, c’è pure la strobosfera, fumo di sigaretta e forse anche di qualche canna. Tipico festino primi anni ’90, solo che ci sono adulti e non adolescenti scatenati alla prima uscita in piena libertà. Una bolgia di persone e io nel mezzo, un mezzo sui generis, al centro di una parte della stanza: di punto in bianco, quando sono in fase Vorreitantoandarviachequellicheconoscolihogiàsalutatiehofinitoleargomentazioni mescolata a Checavolocifaccioquidasolaquandosontuttiaccoppiati, la marea di gente si apre meglio che Mosè con le acque, in perfetto stile film, e compare lui, la mia Ansia, la mia Follia.

Se stessi ad una festa immaginaria con la strobosfera…

Ma non ci sto e nessun varco si crea, né di persone, né di pensieri. Mi aggomitolo con il filo lanoso e intricato della riflessione da giorni, meditando sul da farsi. E non c’è nulla “da farsi”, in verità; c’è tanto “da non farsi”, tanto “da non dirsi” e quantità spropositate “da non pensarci nemmeno”. Un accumulo, un tripudio di negatività imperante, parafrasando il buon Enzo Miccio che tanto vorrei alle mie nozze che non ci saranno mai, di questo passo.

Venerdì sera, alla festa di laurea, a guardare Marco che ad ottobre si sposa, m’è venuta una tristezza…
Gwenna ci va con Il Nano Biondo, che per lui è come un fratello. Io eviterò: probabile non mi inviti, ci conosciamo appena, ma anche se lo facesse, l’idea mi inquieta. No, niente MatriMarco.
Ero a fare bagordi, venerdì (ciucca no: due radler non fanno una sbronza e la mia patente è nuovamente salva), e pensavo a lui, da quando sono scesa dalla Dixie a quando mi sono addormentata, sfatta, rauca e ardente di caldo per essermi agitata troppo al karaoke (e anche prima, schifoso Gioca Jouer!). Un pensiero costante e così consistente da poter tranquillamente dire che lui era lì con me, che avrei potuto toccarlo, che mi avrebbe aiutato ad accendere la lanterna da lasciar viaggiare in cielo, che mi avrebbe cinto i fianchi ridendo dentro e contro la mia risata mentre al Nano Biondo facevano la messa in piega con la panna montata e il brodo.

Ma non c’era.

Meglio così. O peggio così. Non fa differenza. Lui è ovunque e in nessun luogo e sta con me anche quando non ci sono.
Per questo sono combattuta, per questo suo essermi nella fibra più profonda, nelle vene, come una malattia.

“Se il mio amore è una patologia
Saprò come estirparla via”

Questo mi ripeto ogni qualvolta mi rendo conto di quel che ho addosso ma non funziona, nemmeno se è Manuel a strillarmelo nelle orecchie. Sono parole sue, non mie, ma non è una giustificazione sufficiente per non provare a strappare le parti già lesionate dal suo esistere in me.
Eppure dovrei divellere ogni grammo di questo amore che è nato per farmi male. Ancora.

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