Free tour nel cervello di una svarionata (e lo so che "dull" non vuole la esse…)

Archivio per giugno, 2012

Procede malino raga…

Più le cose peggiorano e si complicano, più sento ovunque in me il bisogno di sentirlo, di vederlo, di fondermi, anche solo a parole, con lui.
Sto come in una grande stanza, ad una qualche festa strapiena di gente, di amici, di sconosciuti. Poca luce, tanta musica, c’è pure la strobosfera, fumo di sigaretta e forse anche di qualche canna. Tipico festino primi anni ’90, solo che ci sono adulti e non adolescenti scatenati alla prima uscita in piena libertà. Una bolgia di persone e io nel mezzo, un mezzo sui generis, al centro di una parte della stanza: di punto in bianco, quando sono in fase Vorreitantoandarviachequellicheconoscolihogiàsalutatiehofinitoleargomentazioni mescolata a Checavolocifaccioquidasolaquandosontuttiaccoppiati, la marea di gente si apre meglio che Mosè con le acque, in perfetto stile film, e compare lui, la mia Ansia, la mia Follia.

Se stessi ad una festa immaginaria con la strobosfera…

Ma non ci sto e nessun varco si crea, né di persone, né di pensieri. Mi aggomitolo con il filo lanoso e intricato della riflessione da giorni, meditando sul da farsi. E non c’è nulla “da farsi”, in verità; c’è tanto “da non farsi”, tanto “da non dirsi” e quantità spropositate “da non pensarci nemmeno”. Un accumulo, un tripudio di negatività imperante, parafrasando il buon Enzo Miccio che tanto vorrei alle mie nozze che non ci saranno mai, di questo passo.

Venerdì sera, alla festa di laurea, a guardare Marco che ad ottobre si sposa, m’è venuta una tristezza…
Gwenna ci va con Il Nano Biondo, che per lui è come un fratello. Io eviterò: probabile non mi inviti, ci conosciamo appena, ma anche se lo facesse, l’idea mi inquieta. No, niente MatriMarco.
Ero a fare bagordi, venerdì (ciucca no: due radler non fanno una sbronza e la mia patente è nuovamente salva), e pensavo a lui, da quando sono scesa dalla Dixie a quando mi sono addormentata, sfatta, rauca e ardente di caldo per essermi agitata troppo al karaoke (e anche prima, schifoso Gioca Jouer!). Un pensiero costante e così consistente da poter tranquillamente dire che lui era lì con me, che avrei potuto toccarlo, che mi avrebbe aiutato ad accendere la lanterna da lasciar viaggiare in cielo, che mi avrebbe cinto i fianchi ridendo dentro e contro la mia risata mentre al Nano Biondo facevano la messa in piega con la panna montata e il brodo.

Ma non c’era.

Meglio così. O peggio così. Non fa differenza. Lui è ovunque e in nessun luogo e sta con me anche quando non ci sono.
Per questo sono combattuta, per questo suo essermi nella fibra più profonda, nelle vene, come una malattia.

“Se il mio amore è una patologia
Saprò come estirparla via”

Questo mi ripeto ogni qualvolta mi rendo conto di quel che ho addosso ma non funziona, nemmeno se è Manuel a strillarmelo nelle orecchie. Sono parole sue, non mie, ma non è una giustificazione sufficiente per non provare a strappare le parti già lesionate dal suo esistere in me.
Eppure dovrei divellere ogni grammo di questo amore che è nato per farmi male. Ancora.


Riportiamo in auge il Questionario Proust – seconda parte

Succede sempre così, che vedo una cosa, mi seduce, ne voglio sapere di più e mi va in loop il cervello. Che poi sia un caldo pazzesco e mi sia fusa la lucidità è un grazioso surplus alla follia che fa pendant con il mio essere di oggi.
Ecco un’altra versione del celebre questionario, questa volta estratto da un sito di psicologia.
Il secondo round di apertura sul Fedelm-pensiero che forse sarebbe stato meglio omettere (ma quando mi parte la rotella, mi parte…)


Che cosa è la perfetta felicità?
Smettere di chiedersi “Cosa mi manca?” 

Quale è la tua più grande paura?
Essere perfettamente felice.

Con quale personaggio storico ti identifichi di più?
Nessuno. Chiunque sarebbe troppo e troppo poco per me.

Quale personaggio vivente ammiri di più?
Tiziano Terzani. Lui vive ancora.

Che cosa ti piace di meno di te?
I muscoli. Dove la vita ha colpito troppo rigidi, altrove troppo teneri.

Quale è la massima stravaganza della tua vita?
Essere felice in my own way alla facciaccia di tutti.

In che occasione dici bugie?
Quando ho paura di non essere all’altezza. 

Che cosa ti piace di meno del tuo aspetto?
Oltre alla succitata parte inferiore del corpo, le mani.

Quale è la persona che meno ti piace?
Chi mi imbroglia.

Quale è il grande amore della tua vita?
Scrivere.

Quando e dove sei stato più felice?
Bretagna, 2006 se non vado errato.

Di quale virtù ti piacerebbe disporre?
Perseveranza.

Quali sono i tuoi punti di forza?
Disponibilità, pazienza, testardaggine, adattabilità, sopportazione e fede incrollabile in quel che faccio.

Quale è il tuo attuale stato d’animo?
Lo stesso che ha un gomito dopo aver preso la scossa contro uno spigolo.

Quale è la cosa più preziosa che possiedi?
La mia famiglia.

Cosa è il peggio che ti possa capitare?
Perdere definitivamente chi amo in senso lato, non solo con la morte.

Dove vorresti vivere?
Roma per l’Italia. New York per l’estero.

Quale è la tua occupazione preferita?
Stare bene con gli amici.

Chi è il tuo eroe vivente?
Non pervenuto. Gli eroi sono necessariamente morti.

Chi sono i tuoi scrittori preferiti?
Le sorelle Brontë, Tolkien, Dostoevskij.

Come vorresti morire?
Se avessi una seconda possibilità in questa vita (ma spero tanto di no), vorrei morire di troppo amore.

Quale è il tuo motto?
In alternanza al già dichiarato, “Mi freghi una volta sola”.

E ora speriamo che sia l’ultimo questionario che posto, almeno per la giornata…


Riportiamo in auge il Questionario Proust!

Direttamente da uno dei blog che seguo con maggior interesse

IL QUESTIONARIO PROUST

Vale a dire la perfetta mescolanza tra la mia personale smania di psicanalizzarmi con test e prove psicologiche e lo spauracchio eterno che associo al nome dello scrittore francese (imbarcarsi a leggere “À la recherche du temps perdu” è stata una follia di cui ancora risento…). Vediamo che ne esce.

Il tratto principale del suo carattere?
L’ipersensibilità.

La qualità che preferisce in un uomo?
Per fare un uomo ci vorrebbero molte qualità ma dovendo restringere il campo la decisione.

E in una donna?
Il coraggio.

Il suo principale difetto?
L’incostanza.

Il suo sogno di felicità?
Una grande famiglia in reciproco accordo, unita e forte, che sappia affrontare le eventuali difficoltà a testa alta, senza abbattersi.

Il suo rimpianto?
Aver vissuto credendo che la vita sarebbe stata più accondiscente con me dopo quello che ho passato.

L’ultima volta che ha pianto?
Giovedì notte. Un pianto senza grandi eccessi che mi ha pulita.

L’incontro che le ha cambiato la vita?
Una donna anziana, di cui non ricordo il nome di battesimo. Stava peggio, molto peggio di me ma aveva il doppio della mia voglia di vivere.

Sogno ricorrente?
Prima della patente, guidare in ciabatte. Ora uscire con un gran bel vestito e  i calzettoni di pelo… (sì lo so, è scemo)

Il giorno più felice della sua vita?
Un mercoledì del gennaio 1991.

E il più infelice?
Quando è morto nonno.

La persona scomparsa che richiamerebbe in vita?
Nonno. Anche solo per restar lì a guardarlo sorridermi.

Quale sarebbe la disgrazia più grande?
Scoprire di essere pedine di un gioco in cui tutto era prestabilito al dettaglio fin da principio.

La materia scolastica preferita?
Letteratura.

Città preferita?
In Italia, Roma. All’estero, Vienna.

Il colore preferito?
Il rosso.

Il fiore preferito?
La fresia.

Bevanda preferita?
Un buon Cartizze.

Il piatto preferito?
American boy.

Il suo primo ricordo?
La mia amica Daiana.

Libro preferito di sempre?
Non ti muovere di Margaret Mazzantini (opinabile).

Libro preferito degli ultimi anni?
Le nebbie di Avalon di Marion Zimmer Bradley (molto opinabile).

Autori preferiti in prosa?
Hardy, Austen, Hemingway.

Poeti preferiti?
Neruda, Thomas, Montale, Luzi.

Cantante preferito?
Freddie Mercury.

Il suo eroe o la sua eroina?
Elisabeth von Wittelsbach.

I suoi pittori preferiti?
Gustav Klimt, Giovanni Boldrini, Pierre-August Renoir, Caravaggio.

La trasmissione televisiva più amata?
Quelle di Fiorello (almeno rido un po’).

Film cult?
“Umberto D.”

Attore preferito?
Attualmente Michael Fassbender ma di tutti i tempi penso Laurence Olivier.

Attrice preferita?
Kate Winslet.

La canzone che fischia più spesso sotto la doccia?
Sapessi fischiare…

Se dovesse cambiare qualcosa nel suo fisico, che cosa cambierebbe?
La parte inferiore: più magra, più tornita, più lunga, piedi più piccoli magari. Consegna in giornata possibilmente, grazie.

Personaggio storico più ammirato?
Elisabeth von Wittelsbach (eh, quella mi piace U_U)

Personaggio politico più detestato?
Adolf Hitler.

I nomi preferiti?
Quelli strani, che non si sentono in giro.

Quel che detesta di più?
La saccenza.

Se potesse rinascere in chi o in che cosa si reincarnerebbe?
In me stessa. Non c’è nulla di più gioioso e crudele che riprovare ad essere se stessi.

Se non avesse fatto il mestiere che fa?
Il medico. C’ho provato pure ma il mio destino era diverso dalle mie scelte.

Il dono di natura che vorrebbe avere?
Saper scrivere bene senza che mi si inceppino le meningi.

Il regalo più bello che abbia mai ricevuto?
Una nascita.

Come vorrebbe morire?
Cantando.

Stato d’animo attuale?
Incerto.

Le colpe che le ispirano maggiore indulgenza?
Gola e pigrizia.

Il suo motto?
Credere sempre, abbattersi mai.


Questioni di ordinaria follia

Smaltire. Questo il verbo di questa settimana.
Smaltire un cazzotto nello stomaco, un’informazione non richiesta, una dichiarazione improvvisa, la rabbia di un momento e la confusione di tre giorni. Venerdì avrò da smaltire anche un bel po’ di alcol e risate, o almeno spero vista la festa di laurea alla quale sono stata caldamente invitata…

Alcune faccende non si vorrebbero mai affrontare ma te le trovi davanti a tradimento e per quanto ci sbatti contro, o le risolvi e passi avanti o restano lì, perennemente, a farti muro. Ho scelto di prendere quanto più posso con filosofia, almeno a livello di cuore: non posso risolvere e allora andiamo di muro di gomma; c’è ma perlomeno non mi ci faccio male. Spero.

LuBo se n’è uscito con la centesima trovata del mese: marpioneggia pesantemente. Una cosa tipo Prima o poi ti innamorerai di me invece di quel Carciofazzo! ma non ha inteso che è senza speranza, da qui all’eternità. Eppure mi fa gli occhioni da triglia, mi massacra di messaggini, grugnisce con fare più sensuale e si è pure messo a disposizione per soddisfare qualsiasi scemenza mi salti in mente.

Noneeee! Striglizzati che sei un caso perso!

A me fa pure tenerezza ma più di quello…
Il massimo è quando vede Davide: se non fossi invischiata da ‘sta cosa atroce ne riderei da restarci secca. Davide non lo calcola di striscio e LuBo gliene dice di ogni, sempre quando lui non c’è (sia mai che lo smentisce XD). Insulti in differita insomma.
Ieri per un pelo non mi invita a casa: invito declinato con un bel passettone indietro, ruota sui talloni e via a missile. Il tentennamento è letale in questo caso: quello ti acchiappa, rumoreggia contrariato ad occhi assottigliati e a stento si trattiene da legarti alla sedia.

No grazie.

Stasera voleva andare a ballare e inutile spiegargli che di lunedì manco la balera sta aperta. Poi s’è ricordato della palestra e me la sono svignata con lui una mezza dozzina di passi indietro che blaterava che la poteva rimandare, che dovevo aspettare…
Ma la perla è stata quando mi ha detto che se sparisco di nuovo per mesi mi viene a pigliare a casa.

“Ora che sei qui non ti lascio più.”

Sembra la dichiarazione di un naufrago ad uno scoglio in mezzo al mare alto. Stavolta mi lega davvero al rimorchio della sua Ford…


Una martellata in testa (fin da principio) sarebbe stata molto meglio

Dormirci su non è stata una buona idea.
Dormire sarebbe stato il massimo, magari addormentarsi subito, crollare a muscoli esausti sul cuscino e disattivare il cervello. Tutto bene sino al momento in cui ho poggiato il capo sul guanciale ma già allo svolgere il filo delle auricolari collegate all’mp3 le dita hanno cominciato ad avere la smania nervosa dell’affanno.

Metti un pezzo italiano!
Metti roba nella tua lingua così non fingi di aver stracapito!
Metti una chitarra melodica, un piano triste: metti il tuo umore e lascialo scorrere…

Ho incastrato le cuffiette nelle orecchie come se piantassi carote da metro in un terreno arido e acceso il lettore con il respiro pesante, frammentato.

Venditti, Venditti!… no, Venditti no.
Baglioni… no.

Con uno spasmo d’ansia ho fatto zapping velocementissimo, con gli occhi sbarrati ai titoli che scorrevano in successione sino a Raf. Di solito lo tengo buono per ispirarmi tristezza quando scrivo; stanotte non ho avuto bisogno di stimoli allo scoramento, ne ero già piena. Ho preso a ragionare, valutare, misurare le parole e i modi di pronunciarle mentre la musica andava, cambiando brano, e con essa crescevano i dubbi, le domande, le speranze di sbagliarmi, di aver esagerato con l’immaginazione.
Mi son sentita un’ondona di fiato denso salirmi dai polmoni alla gola, bruma notturna che ti scioglie e ti rende liquido che si allarga su uno spazio immenso e si dilata ad ogni respiro profondo. Stavo come senza barriere dalla gola in giù, stesa su un fianco come unico contatto con la realtà; dalla giugulare a salire una progressiva strozzatura sino ad una pressa che mi stritolava le tempie, senza dolore, solo per spremermi le lacrime agli occhi. Lì, nel buio, con il piumino dell’Ikea che mi copriva solo una gamba, a piangere come una deficiente per un deficiente, con il fiumiciattolo che mi scorreva dall’occhio sinistro (il più vicino al cuscino) a rigarmi la guancia e a finire alla base del lobo, bagnandomi di quel liquidino appena un po’ vischioso che tanto mi infastidisce quando son vittima dei Cento Sbadigli prima di dormire.

Ho bisogno di te almeno un’ora
Per dirti che ti odio ancora
[…]
E vivrò, sì vivrò tutto il giorno per vederti andar via
Tra i ricordi e questa strana pazzia

Credo sia proprio questo quello che faccio: dall’istante esatto in cui lo vedo inizio a chiedermi quando se ne andrà. Perdo attimi distraendomi a pensare perchè e per come, subissandomi di domande se è giusto o sbagliato, se parla sul serio o sta scherzando, riacquisendo attenzione solo quando mi parla agli occhi, mi prende una mano e si socchiude in piccole confessioni a bassa voce. Parole che sono costantemente la mia rovina, che fan cedere le difese, di una semplicità e purezza che, santo cielo! se sono vere lastricano la strada di un amore ma se son fasulle distruggono un rapporto.
Questo essenzialmente mi spaventa: la verità, che temo non sia chiara nemmeno a lui, specie quando scherza e sorride lasciando andare l’espressione di un pensiero che per un uomo riempie esclusivamente lo spazio di quelle parole ma che per una donna racchiude mille fattori.
Al che mi sono fermata, ho risucchiato le lacrime e ripreso a ragionare con la mente il più sgombra possibile per quel frangente.

Pensa, pensa, pensa.

Ho ripercorso a ritroso tutto il discorso, sezionato per settori, argomenti, sensazioni, e fatto ritorno, convincendomi che non tutto era perduto. Almeno sino al momento in cui mi tornata nelle orecchie la frase di dichiarazione, lui che mi dice che vede un’altra, che mi sa che mi sono innamorato e son scoppiata, definitivamente e completamente.
Piangendo mi son appisolata per una decina di minuti di notte fondissima, svegliandomi di soprassalto con in animo la colpa di aver ceduto al sonno prima di essermi svuotata di bene e male e di quel che sta in mezzo. Nel frattempo era scattato l’autospegnimento dell’mp3: priva della compassione complice della musica, dovevo affrontare anche il silenzio greve della notte. Ho avuto una gran voglia di accendere il cellulare e chiamarlo tra mille imprecazioni o anche solo di gridare quanto volessi esplodere ma tutto attorno a me sembrava urlare molto più forte di quanto avrei mai potuto fare io. Mi son sentita zittire di paura e incertezza e a queste ho chinato il capo e deposto la rabbia.
C’ho messo un bel po’ a riaddormentarmi e il sonno è stato solo un palliativo alla mancanza della sua voce.

Oggi ho il terrore di vederlo, di sentirlo. Sto in allerta, al centro di una piazza, continuando a ruotare sui talloni per anticipare un altro colpo, per esser pronta a incassarlo dall’attimo esatto in cui verrà sferrato e non farmi trovare impreparata.
Un pugno al cuore ti toglie il fiato. Due ti tramortiscono.
Ho paura di quello che può aspettarmi.


Confessionale psicoanalitico

Quali sono le domande da fare quando l’uomo che vorresti accanto ti arriva in crisi nera a dirti che s’invaghito di un’altra?

Ogni frase che mi esce dal testone sembra esser imbottita del sentimento che provo per lui e che, a questo punto, non ho più intenzione di rivelare. Ma lui vuole risposte a domande che non esprime e delle quali lascia a me l’onere di pronunciarle.

Sì ma quali sono le domande?

Eccedere troppo è scoprirsi. Trattenersi non è di aiuto. La virtù sta nel mezzo ma io le ho perse tutte, le virtù, a favore di un’overdose di confusione che fa sfarfallare il pensiero come un televisore che perde l’aggancio all’antenna.
Così si opta per il low profile e per l’ennesima volta dacché ci conosciamo vado avanti e tengo più salda che posso le redini della mia sanità mentale: deliberatamente o meno ha il potere di farmi ammattire, rinsavire e stimolarmi una gran voglia di scomparire da qualche parte, in qualche pieguzza della stanza in cui mi trovo quando accade. In certi momenti ha un tale candore nel manifestarsi, nel darsi a me che dubito della sua onestà, quasi che fosse artefatta.

Ma a che pro?

Eeeeh… ce ne sarebbero di motivi. In questo preciso momento direi che dipende dal fatto che non sa afferrarmi nella mia interezza (ma quando mai l’ha saputo fare?): quanto più cerchi di raccogliermi in uno spazio, tanto più mi spando e la sua naturale perspicacia deve fare appello a piccoli stratagemmi, ingenui imbrogli al fine di provocare una reazione precedentemente calcolata. Tuttavia, difficilmente ciò non accade e lo sento, lo percepisco come un pizzico su un fianco: crolla, perde in forza, si lascia fiaccare, per indolenza o per noia arretra un passo e si ritrae. Capita che ritenti ma ormai sempre più di rado.
E lo capisco pure, pur standoci male. Io qui, lui lì e troppe montagne russe in mezzo a noi. C’ho provato, c’ho creduto, ci credo e ci provo ancora. Pur nella mia fisiologica instabile incostanza non trascuro giorno e ora che si sussegue senza pensare, parlare, cercare di lui. Sforzo senza utilità fin da principio a cui mi sottopongo animata dall’infantile aspettativa che domani qualcosa cambierà se mi impegno ancora e ancora, se ho fede in abbondanza. Non cambia nulla, manco una virgola, un passo avanti e due indietro, due avanti e uno indietro. Sempre lì stiamo ma son testona e finchè non si spacca qualcosa non mi ritiro dall’impresa.

Meglio forse non fare proprio domande. Lasciare che le cose vadano da sé.

Idea saggia. Saggissima. Prendo su il mio piccolo caos e ci dormo su. Domani sarà tutto più chiaro, più semplice. Domani sarà tutto passato, compreso questo mio aggrottare la fronte, arricciare le dita nervosamente, fissarlo negli occhi mentre mi ribadisce quanto mi ami e intanto blatera di un’altra femmina, rabbrividire al tocco delle sua labbra in un qualsiasi punto del mio corpo.

Non passa un bel niente, Fed!

E se  non passa, lo si fa passare.
Un’altra volta.
Repetita iuvant (sì, come no…)


Twist in my cruelty

Mi capita di rado di sentirmi caustica e aggressiva come ora. Aspra, quasi cattiva ma di una cattiveria non nociva. E’ un qualcosa che mi prende per qualche momento, qualche ora al massimo, a livello superficiale, senza danno alcuno. Come se avessi morso tutti i limoni della costiera sorrentina all’apice del loro essere aspri: la mia lingua è un muscolo acre, ne porto il gusto addosso ma è solo una patina che mi avvolge senza penetrarmi.
Cattiveria sì ma che funge da stimolo, che mi muove dalla stasi in cui, per natura, giaccio. Staticità meramente fisica, sia chiaro; mentalmente corro su razzi e saette che governare è un’impresa.

Così parto, animata da questi bizzarri impulsi di ardore pseudocrudele, e galoppo a velocità sfalsata tra i piedi, lenti anche se rapidi nel passo, e pensiero, fulmineo e senza direzione. Mi sento le dita contrarsi allo spasimo, le labbra scoprire i denti che digrigno, un ringhio che contorce la gola e un enorme buco nero vibrante di luce malefica al centro dell’addome.

Ed è stupendo.

Non faccio male a nessuno, a me faccio un gran bene perchè è un ottimo sfogo liberare la parte più oscura di se stessi, una porzione che dovrebbe essere indomita ma che personalmente tengo a freno costantemente. Sono potenza fluida che invade quel che mi circonda e lo persuade a riempirsi di me, a lasciarsi sedurre dal proibito che mi sento addosso.
La cosa migliore è che questo stato si manifesti mentre sono in auto, possibilmente con il buio. Ok, mi piace correre con la mia Dixie però non sono folle da esagerare. E’ solamente la dominazione della strada, della notte, dello spazio tra il reale e l’irreale celato dall’oscurità che illude di essere padroni del momento, del tempo concesso, delle proprie scelte, e ti fa andare dove normalmente dimentichi di poter esistere. E’ il volume dello stereo, il volume della tua voce interiore che urla e magari stecca anche, che canta se stessa, i suoi guai, le sue gioie, e sfreccia in avanti assorbendo quella sensazione di benessere data dall’attimo in cui cedi a come sei per diventare quello che sei.

In fondo non è cattiveria, non è aggressività né corrosione crudele. Sei tu che, in qualche modo, per qualche motivo, ti liberi delle maschere e ti lasci scorrere dall’energia che possiedi dentro. Proprio come quei limoni della costiera: acerbi, immangiabili, ti annullano il gusto sulla lingua eppure li mordi e ne bevi il succo asprissimo perchè i brividi che generano son fastidiosi ma anche sadicamente piacevoli.
Eccco la verità: più che malvagia sono sadica…