Free tour nel cervello di una svarionata (e lo so che "dull" non vuole la esse…)

Rimuginamenti

Si può accettare un imbroglio per rubare un po’ di felicità?

Me lo chiedo da ieri e la risposta ondeggia, come le due luci che penzolano sopra il bancone della mia cucina, ma rimane sempre quella.
Sì.
L’idea, solo a formularla, mi turba. E’ un furto di sentimenti, non di oggetti senza anima: se rubo una penna, quella non mi guarda poi, non mi si sballonzola dentro facendo risuonare mille campanelli, non mi stringe a sé né mi scalda le vene. Resta lì, sbattendosene altamente di essere su una scrivania, in una borsa o in terra, figurarsi se gliene frega di essere con me o con il legittimo proprietario. La puoi calpestare, smontare, spezzare, bruciare o semplice usare consumandola a poco a poco. Prova a farlo con un’emozione: si scatena una serie di conseguenze, più o meno prevedibili e gestibili.  Si scatenano su di te.

Ho troppi cataclismi che mi fanno cerchio attorno in questo momento…

Però continuo a pensare, a riflettere sulla gestione della mia vita.
Sono ciclica, perfetta incarnazione vichiana: in momenti precisi devo farmi male se qualcunobarraqualcosa non lo sto già facendo. L’anno scorso la mia dose di pena l’avevo, una cosa sui generis, ma c’era; non mi manca chi la provocava, benché spesso pensi a lui per curiosità di sapere come sta, che fa. Lui sta bene lì, io qui e nessuno si fa male, deve spiegare, giustificare, definire. Non ne sento l’assenza nei miei giorni ma mi resta, come sempre, il desiderio di chiarire completamente ogni aspetto rimasto offuscato dal fastidio della rottura, dalla stanchezza per l’arrivo al capolinea. Desiderio che avrò in eterno per lui, che è arrivato fino all’uscio del mio vero cuore, e in quantità drammaticamente moltiplicata per i tre pilastri della mia vita sentimentale persi in un passato che li accomuna.

Sarò sempre un’inconclusa conclusa per necessità.

Prima di questo ultimo passaggio di sofferenza mi ero messa a riposo, sentimentalmente parlando, e stavo bene. Lo son stata anche dopo, sollevata da quello che vedevo, fin da principio, come un problema che avevo inaspettatamente risolto.
Ora, complici gli ostacoli da superare e il momento che mi trova all’anticamera dello stremo delle forze, mi si deve esser piegato un ginocchio, l’equilibrio è andato e mi ritrovo obliqua a farmi scorrere la vita addosso così, mezza storta. Questione di pochi attimi e mi si è sbilanciata l’anima. E mettici che Davide è rimasto a lungo assente quando avevo bisogno di lui e ora torna a singhiozzo, sempre alla sua maniera; che il Pat ha le paturnie post lauream e di sostegno non ne offre manco morto, preso com’è a tentare di arrabattarsi nei suoi eterni casini; che SimoSimo ha i suoi problemi e a caricarlo dei miei non ci penso proprio, mi trovo nella schifosa sensazione di avere il thoin nell’acqua. C’ho provato a parlarne con la MezzaSorella: mi ha detto di andare a fare autodifesa. Saretta ha i suoi nodi da sciogliere. Ad altri non aprirei le porte del sentire neanche sotto imposizione coatta: a stento le apro per me stessa e la mia anima è fin troppo affollata per i miei gusti…

Quando hai il didentro inclinato e l’anima incasinata, qualcosa sicuro ti si incricca.

Non stavo così dai tempi dell’università, dopo Mao. Non sono ancora a quei livelli di vuotezza ma li vivo in sprazzi improvvisi che mi scuotono non appena passano. Me le ricordo bene le sere che non riuscivo ad addormentarmi e scrivevo fiumane di parole, il rischio di ipotermia sul terrazzino per scrutare la luna, le ore al cellulare con uno a caso ad accendere un lumino nel mio buio corroso, lo stomaco che si inchiodava e la nausea e sempre Pat, che veniva a bussare, per abitudine, al momento sbagliato. Andato via lui, arrivava Sara, a spronarmi, a rimproverarmi l’inversione di marcia da Medicina a Lettere, e Ila, a portarmi una tazza di the quando morivo per l’infezione all’anima di cui soffro ancora oggi. Infezione palesemente virale, e recidiva, per giunta. Poi la notte e ogni cosa a svaporarmi tra le mani, a disperdersi in uno spazio per me troppo grande, troppo scevro di mobili e di vita. E nel vuoto ancora il cellulare, il vecchio Siemens con l’etichetta personalizzata sul display: avevo scelto un clown che si rendeva visibile solo in controluce. Un clown.  Pat passava più tempo a giocarci che a parlare seriamente con me.

Parlare. Per spezzare il silenzio di un cuore scombinato per nascita.
Non saprò mai che vuol dire amore e serenità insieme.

Ci mettevo ore a farmi una doccia, giorni per asciugarmi i capelli, la tv perennemente accesa. Qualsiasi cosa per dimenticare che ero un Due tornato Uno. Il lasso di tempo tra Mao e C. è stato il più duro della mia vita, è stato eterno. Pur in mezzo ad un’orda di amici sempre lì, ero chiusa dentro me a doppia mandata. Due righe sul Moleskine, due lacrime, cellulare. Questo il procedimento usuale. E il display non si illuminava più del suo nome. Alle 22 il mondo si spegneva e in me PUFF! una candela si accendeva fortissima per puro dispetto.

Sei mai stata tanto sola da cercare consolazione nella voce di una risponderia automatica?

Ma quella voce non era quella di Mao e l’idiozia di chiamare il customer care del mio operatore per offrire compagnia e distrazione al mio pensiero mi feriva due volte.
Ora non chiamo più lì: tra gli amici cerco altre voci, raccattando attenzione e stimolo a rialzarmi dalla situazione in cui sto, tacendo le difficoltà per nutrirmi delle loro risate, delle cazzate, delle gioie. Mi attacco maggiormente alle più simili a quella di C., perchè alla fin fine, anche se è passato tempo, lui è stato l’ultimo che ho amato davvero. Una terapia che funziona bene, genera impulsi positivi ma sino ad un certo punto: perchè se ci penso mi faccio schifo e il buono si annulla per il biasimo che mi porto. Eppure, in qualche modo, mi rende un po’ felice.

Un po’ felice.

Il punto di domanda, pertanto, rimane. Si può rubare felicità con un simile imbroglio? Ma poi, è un imbroglio questo?

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