Free tour nel cervello di una svarionata (e lo so che "dull" non vuole la esse…)

A maggio del ricordo resta solo un raggio

Di solito maggio lo vivo malino, con l’allergia che mi toglie anni di vita ad ogni starnuto e il sonno che non è mai abbastanza ma più ancora per gli Anniversari, chiamiamoli così per includerli tutti, che mi turbano più o meno felicemente.

Anniversario di matrimonio dei miei.
Compleanno della zia preferita.
Anniversario dell’incidente dei nonni (in seguito al quale nonno è morto, pochi mesi dopo).
Anniversario di matrimonio di zio.
Compleanno di mia “sorella”.

Ma il fulcro dei problemi sta nel 7 e nell’11 maggio, rispettivamente compleanno e onomastico del primo che mi ha scombussolato per bene.

Fabio M.

Forse è noioso ricordarlo ogni anno ma non riesco a dimenticare e nemmeno voglio farlo. Riportare momenti simili alla memoria è un modo per tenerli con me mentre vivo ma più ancora concedere altra vita a qualcosa che non esiste più da tempo. E così continuo, anno dopo anno, a parlare di lui, della sua voce che ancora sento nelle orecchie, degli sguardi rubati, della tachicardia che, sotto quintali di cuore, ancora scatta al suo pensiero.
Mi ha insegnato ad amare con tante parole che la mia mente traditrice non ha saputo mettere al sicuro dalla dimenticanza. Vorrei aver avuto quei fogli su cui ha scritto tante frasi per me, averli tra le mani con il suo respiro attaccato su, il soffio d’aria che lasciava le sue labbra quando me le leggeva al telefono.
Mi ha insegnato ad essere amata al di là della fisicità, solo perchè ero io, perchè ero espressione di sentimento, anima vibrante. Sono stata così malaccorta, così crudele con lui, affettuosamente ipocrita e stilettamente appassionata. Di lui ho lasciato tracce in tutti i luoghi che sono stata in quegl’anni, anche dove trascorrevo le vacanze: è una meritata cucchiata di fiele che ingoio in silenzio quando mi capita di passare di lì. Me la ricordo ancora la panchina nel giardinetto dietro il palazzo vescovile da cui gli ho scritto la cartolina: non devo entrare dentro quel piccolo parco, so ad occhi chiusi dov’è. E ricordo anche il fugone fatto per sfuggire a nonno (sì, nonno, il mio nonnino dolcissimo che amo immensamente ancora) per correre al telefono pubblico e chiamarlo. Rari sono i giorni in cui ho mancato di farlo.

Fabio. La mia droga. Il mio pusher.

Già, sono un’ex tossicodipendente da sostanze fabiane. Che ridere! Anche il padre missionario si chiama così. Fabiano. Molto più che un caso del destino incrociare un Fabiano nel mese di Fabio dopo anni che non esiste nessuno con questo nome a correre nei sentieri che attorniano la mia collina.

Quest’anno, però, un po’ come l’anno scorso, ogni cosa è trascorsa tranquilla, placida, e il timore che si affaccia al pensiero è lo stesso di 12 mesi fa: Sto dimenticando? Mettendo in soffitta una parte di me? O piuttosto rinunciando a sentire quel pizzico di sale che le mie ferite custodiscono ancora intatto dentro di loro? Il guaio è che la mia vita è cambiata, ho altre responsabilità, tensioni, preoccupazioni, e il passato va sfumando in se stesso. Non voglio questo, non voglio abbandonare al vapore dei giorni che scorrono troppo in fretta l’intensità vissuta, quel cammino che mi ha reso la donna di oggi.
Eppure il ricordo scolora, lo sento dentro e non riesco a fermarlo. Se la sofferenza di allora si fa un mezzo sorriso triste al ritorno di maggio allora mi sto perdendo. Perdo me stessa senza acquistare nulla. Sono terra fertile che muta in zolla arida nella siccità di me stessa.

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