Free tour nel cervello di una svarionata (e lo so che "dull" non vuole la esse…)

Archivio per maggio, 2012

The Night and Me

Mi son fatta un’oretta al buio in solitario, mp3 d’ordinanza e pensieri a briglia sciolta. Finestra aperta, l’aria che mi avvolgeva e onestà al massimo. Curativo e rilassante. Mi ci voleva per forza oggi che stavo lì lì per esplodere dopo una giornata da zombie capitata tra capo e collo. Dovevo passare questo mercoledì al lavoro, lontano da qui, all’archivio regionale. Mi ero preparata per una sessione di tante ore con la testa tenuta di forza su altri concetti, sulla ricerca, sull’analisi. Di documenti, non di me stessa. E invece è andato tutto alla malora ed io con esso.
Stasera era tempo di sfogo. O lacrime o respiri profondi. Il naso mi è pizzicato almeno un paio di volte ma pianto zero, massimo un po’ di umidore vagamente percettibile, nulla più.

Sono stata un respiro profondissimo e la notte mi ha donato il suo.

Non ho decriptato tutto andazzo in cui sto in mezzo ma chiarezza sì. Ostinata, necessaria, cruda chiarezza.
Ora però viene il difficile. Mantenerla, questa limpidezza di visione e di intenti. Perchè mi sento esattamente come dopo essermi tracannata una 750 di Barolo: so che esisto perchè gira tutto ed è nebbiosetto, so che sono ciucca ma mi diverto troppo ad esserlo, a non capire niente. Tuttavia mi devo richiamare all’ordine, testa e soprattutto cuore, quando passo il limite.

Il limite lo passerò e nessuna strigliata partirà da nessun luogo.

Santa paletta! Credo veramente di esser stata plasmata sballata…
Però… però, se procede come spero che vadano le cose, qualcosa cambierà e il vortice invertirà la sua spirale.
Non vedo l’ora di affrontare il futuro.


Parata del 2 giugno? No grazie

Senza tanti preamboli e parole (che già ne scrivo troppe), per favore partecipate.

Io FIRMO

Annulliamo la parata del 2 giugno  

Son fior di milioni di euro impiegati per una parata di cui possiamo anche fare a meno.
Quei soldi servono ai terremotati.


Rimuginamenti

Si può accettare un imbroglio per rubare un po’ di felicità?

Me lo chiedo da ieri e la risposta ondeggia, come le due luci che penzolano sopra il bancone della mia cucina, ma rimane sempre quella.
Sì.
L’idea, solo a formularla, mi turba. E’ un furto di sentimenti, non di oggetti senza anima: se rubo una penna, quella non mi guarda poi, non mi si sballonzola dentro facendo risuonare mille campanelli, non mi stringe a sé né mi scalda le vene. Resta lì, sbattendosene altamente di essere su una scrivania, in una borsa o in terra, figurarsi se gliene frega di essere con me o con il legittimo proprietario. La puoi calpestare, smontare, spezzare, bruciare o semplice usare consumandola a poco a poco. Prova a farlo con un’emozione: si scatena una serie di conseguenze, più o meno prevedibili e gestibili.  Si scatenano su di te.

Ho troppi cataclismi che mi fanno cerchio attorno in questo momento…

Però continuo a pensare, a riflettere sulla gestione della mia vita.
Sono ciclica, perfetta incarnazione vichiana: in momenti precisi devo farmi male se qualcunobarraqualcosa non lo sto già facendo. L’anno scorso la mia dose di pena l’avevo, una cosa sui generis, ma c’era; non mi manca chi la provocava, benché spesso pensi a lui per curiosità di sapere come sta, che fa. Lui sta bene lì, io qui e nessuno si fa male, deve spiegare, giustificare, definire. Non ne sento l’assenza nei miei giorni ma mi resta, come sempre, il desiderio di chiarire completamente ogni aspetto rimasto offuscato dal fastidio della rottura, dalla stanchezza per l’arrivo al capolinea. Desiderio che avrò in eterno per lui, che è arrivato fino all’uscio del mio vero cuore, e in quantità drammaticamente moltiplicata per i tre pilastri della mia vita sentimentale persi in un passato che li accomuna.

Sarò sempre un’inconclusa conclusa per necessità.

Prima di questo ultimo passaggio di sofferenza mi ero messa a riposo, sentimentalmente parlando, e stavo bene. Lo son stata anche dopo, sollevata da quello che vedevo, fin da principio, come un problema che avevo inaspettatamente risolto.
Ora, complici gli ostacoli da superare e il momento che mi trova all’anticamera dello stremo delle forze, mi si deve esser piegato un ginocchio, l’equilibrio è andato e mi ritrovo obliqua a farmi scorrere la vita addosso così, mezza storta. Questione di pochi attimi e mi si è sbilanciata l’anima. E mettici che Davide è rimasto a lungo assente quando avevo bisogno di lui e ora torna a singhiozzo, sempre alla sua maniera; che il Pat ha le paturnie post lauream e di sostegno non ne offre manco morto, preso com’è a tentare di arrabattarsi nei suoi eterni casini; che SimoSimo ha i suoi problemi e a caricarlo dei miei non ci penso proprio, mi trovo nella schifosa sensazione di avere il thoin nell’acqua. C’ho provato a parlarne con la MezzaSorella: mi ha detto di andare a fare autodifesa. Saretta ha i suoi nodi da sciogliere. Ad altri non aprirei le porte del sentire neanche sotto imposizione coatta: a stento le apro per me stessa e la mia anima è fin troppo affollata per i miei gusti…

Quando hai il didentro inclinato e l’anima incasinata, qualcosa sicuro ti si incricca.

Non stavo così dai tempi dell’università, dopo Mao. Non sono ancora a quei livelli di vuotezza ma li vivo in sprazzi improvvisi che mi scuotono non appena passano. Me le ricordo bene le sere che non riuscivo ad addormentarmi e scrivevo fiumane di parole, il rischio di ipotermia sul terrazzino per scrutare la luna, le ore al cellulare con uno a caso ad accendere un lumino nel mio buio corroso, lo stomaco che si inchiodava e la nausea e sempre Pat, che veniva a bussare, per abitudine, al momento sbagliato. Andato via lui, arrivava Sara, a spronarmi, a rimproverarmi l’inversione di marcia da Medicina a Lettere, e Ila, a portarmi una tazza di the quando morivo per l’infezione all’anima di cui soffro ancora oggi. Infezione palesemente virale, e recidiva, per giunta. Poi la notte e ogni cosa a svaporarmi tra le mani, a disperdersi in uno spazio per me troppo grande, troppo scevro di mobili e di vita. E nel vuoto ancora il cellulare, il vecchio Siemens con l’etichetta personalizzata sul display: avevo scelto un clown che si rendeva visibile solo in controluce. Un clown.  Pat passava più tempo a giocarci che a parlare seriamente con me.

Parlare. Per spezzare il silenzio di un cuore scombinato per nascita.
Non saprò mai che vuol dire amore e serenità insieme.

Ci mettevo ore a farmi una doccia, giorni per asciugarmi i capelli, la tv perennemente accesa. Qualsiasi cosa per dimenticare che ero un Due tornato Uno. Il lasso di tempo tra Mao e C. è stato il più duro della mia vita, è stato eterno. Pur in mezzo ad un’orda di amici sempre lì, ero chiusa dentro me a doppia mandata. Due righe sul Moleskine, due lacrime, cellulare. Questo il procedimento usuale. E il display non si illuminava più del suo nome. Alle 22 il mondo si spegneva e in me PUFF! una candela si accendeva fortissima per puro dispetto.

Sei mai stata tanto sola da cercare consolazione nella voce di una risponderia automatica?

Ma quella voce non era quella di Mao e l’idiozia di chiamare il customer care del mio operatore per offrire compagnia e distrazione al mio pensiero mi feriva due volte.
Ora non chiamo più lì: tra gli amici cerco altre voci, raccattando attenzione e stimolo a rialzarmi dalla situazione in cui sto, tacendo le difficoltà per nutrirmi delle loro risate, delle cazzate, delle gioie. Mi attacco maggiormente alle più simili a quella di C., perchè alla fin fine, anche se è passato tempo, lui è stato l’ultimo che ho amato davvero. Una terapia che funziona bene, genera impulsi positivi ma sino ad un certo punto: perchè se ci penso mi faccio schifo e il buono si annulla per il biasimo che mi porto. Eppure, in qualche modo, mi rende un po’ felice.

Un po’ felice.

Il punto di domanda, pertanto, rimane. Si può rubare felicità con un simile imbroglio? Ma poi, è un imbroglio questo?


Terremoto: quando a far tremare i muri non è solo la crosta terrestre…

Mattinata tragicomica ma più comica che tragica.
Prima il terremoto: appena terminato di riempirmi il bicchierone di semenze varie (sì, faccio colazione come una gallina: con i semi U_U), stavo riannodando il sacchettino dell’uva passa quando inizia a tremare il trespolo su cui siedo. Sulle prime credo sia uno scarico di tensione delle mie cosciotte da prosciuttara in attesa del riconoscimento del DOP, poi alzo gli occhi alle luci che ondeggiano, sposto lo sguardo ai pensili che tremolano e chiamo il Giulietto per esser pronta ad evacuare (dalla casa, non dal mio corpo U_U) in caso di pericolo. E lì si ferma tutto.
Se mi toccava di uscire come stavo in quel momento era un problema: con addosso una delle seicento vecchie T-shirt della manifestazione (non si logorano maaaaaaiiiii!!! Ormai è diventata la mia divisa estiva =_=) e i pantaloni del pigiama più grande di almeno tre taglie, se finivo in strada mi pigliavano per un clown mandato dal Comune per distogliere la cittadinanza…
Tempo di acciuffare il telefono, chiamo Nonna per vedere se sta bene: cardiopatica, un filino ipocondriaca e ansiosa, ovvio che mi preoccupo.

F: L’hai sentito?
N: Chi?
F: Il terremoto U_U
N: Quando?
F: Vabeh lasciare stare. C’è appena stata una scossa e bla bla bla…

Cioè io vado in panico per l’ottuagenaria e lei non ha sentito nulla. Poi mi dice che sìsìsì, c’è il lampadario che dondola. E ben svegliata nonni’!

Dopo un giro di chiamate tra parenti stretti e amici per assicurarmi che stiano tutti bene, in piedi e respiranti, mi metto al lavoro seriamente. Nel frattempo mia madre si dà alle pulizie di primavera (aka Prima Vera Pulizia [dell’anno]): ha già messo a soqquadro mezza casa, lavato anche le tende che non ci sono, lustrato pile di servizi che non abbiamo mai usato, bicchieri che non hanno mai conosciuto acqua o vino e fatto il restyling al frigo. Oggi tocca alla pareti.
Armata di pennello da rifinitura (ma un pennello normale no??? Vabeh…) è lì che pittura il muro dello studio dove lavoro con sottofondo di musica dal pc e, stando sulla scala, inizia a canticchiare.

M: Ma ti piacciono veramente ‘ste canzoni o le metti perchè ci sono io?
F: No, Ma’. Mi piacciono. Mi ci sto facendo un’endovenosa da quasi una settimana. Ma che non mi senti che le canto ogni tanto?
M: <non mi sente, canta>
F: Ma’?
M: Belle, belle… <espressione sognante> Ma io non le posso sentire se vado di là, giusto?
F: Eh no. Ma posso farti un cd al volo?
M: Sì??? <occhietti a cuore>
F: Dammi cinque minuti e te lo fo.
M: <se ne va saltellando>

C’ho messo un po’ più di cinque minuti. Scegliere musica per lei non è semplice: ti dice che le va bene tutto ma poi critica questo e quello, che Sìsì bello a parte X, Y, W, Z… Mi è piaciuto tanto tranne quella che… quindi si va con cautela e si fa la cernita serrata.
Eppure mi restavano otto disgraziatissimi minuti e diciotto secondi che non sapevo come impegnare.

F: Ma’? Ho otto minuti che non so che mettere…
M: Metti quella di quello che si sporca… quello che si pittura tutto quanto… (<- “Somebody that I used to know” di Gotye ft. Kimbra)
F: Ma è un cd di musica italiana!… Ce lo metto lo stesso?
M: Sì. E poi metti quella che mi avete messo come suoneria. Quella che fa Tumtumtumtum… (<- “We are young” dei Fun)

Questa è mia madre. E poi mi chiedo come mai son venuta fuori sballata…
Comunque, le faccio il cd, lo inserisco in filodiffusione e l’avverto. Mi sta pittando camera su due macchiettine che ho fatto ammazzando un paio di volatili ronzanti dopo aver subito senza autorizzazione le analisi del sangue e pomfo conseguente. Mugugna che ha capito, mi sorride e continua a dar la tinta.

Il guaio è stato dopo…

Non le avessi mai acceso lo stereo in camera: Gotye non fa nemmeno in tempo ad arrivare al refrain che l’ha messo ad una tacca dal massimo e ci canta su anche lei. Le pareti che rimbombano al punto che  sento nettamente le parole stando dall’altra parte della casa.

F: Uè! E’ un pelo altina…
M: ?
F: In oltre vent’anni che stiamo qui non ho mai messo la musica così alta. E io mi ci scasso i timpani. Vedi te…
M: <sfreccia ad abbassare di un quarto di tacca>
F: Sì vabbeh… Bonanotte!

Poi ha abbassato ancora ma sicuro Gotye lo sentivano sino in piazzetta. E poi credono che sia io…


Riflessioni mattutin-notturne

Quest’oggi avrei bisogno di due pizze. C’ho pensato tutta notte (quando non dormivo) e stamattina mi si è acceso in lampeggio l’insegna al neon in mezzo alla Piazza della Ragione:

DAT-TI-U-NA-CAL-MA-TA!

Buttarsi sì, lasciarsi prendere ok ma cocca, tutto cum grano salis. Vivendo di istinto, impulso e irrequietezza perdere di vista  le cose è un attimo. Non posso passare tre giorni con una specie di mano che stritola la bocca dello stomaco così, di punto in bianco. Ho la testa altrove, ai problemi da smaltire, alla scalata verso la cima su cui devo arrivare che non vedo obiettivamente quel che mi accade attorno.
Dei tres amigos che mi girano attorno

  • Uno (quello giovane, che mi sbatacchia tipo straccetto) lo sento con il contagocce per evitare di combinargli un casino visto che sta mezzo impegnato.
  • Due (più vecchio di me di diversi anni, fenotipo ideale) ho troncato più o meno involontariamente i ponti dopo aver capito che i nostri figli sarebbero venuti fuori bellissimi ma probabilmente con il caratteraccio del padre….
  • Tre (non mi viene un riassunto esaustivo quindi si va via schietti: è Davide) lo evitavo e lo evito per salvaguardare la mia lucidità e soprattutto la mia pazienza, dal momento che l’idea di rapporto a due e mezzo non mi esalta.

Così ho fatto un po’ di analisi in dormiveglia (il momento migliore per ragionare nella confusione della morale ancora assonnata mescolata al possibilismo della speranza inconscia) e penso che forse dovrei fare un respiro profondo prima di agire: quello che sento è innegabile ma deve esistere un posto di blocco dentro di me, un punto in cui distinguo se è reale o una proiezione di quello che vorrei quello che percepisco. Fraintendere è un momento, l’ho visto bene con Davide che sul più bello che avvii un qualcosa ti stoppa. Di mio, fraintendo taaaanto e non perchè sono idiota (beh un po’ lo sono se arrivo a questi sproloqui da schizzata…) ma perchè son trasparente: non vado a dire a persone prese a caso che quando ci sono mi manca un pezzo, che ho temuto di averle perdute perchè non le ho viste per dieci giorni, che non so fare senza di loro, specie con l’espressione da Bambi tenerone e bacettino qui e bacettino lì.

OOOOOOOOOOOOOOOOH! Son de fero ma non tutta quanta!

Odio gli uomini. Statemi lontani, almeno per oggi.


Giornata sì…. forse…. vediamo… non so…

C’è il sole, un bel sole, di quelli che la mattina, quando apri le imposte e lo vedi, pure se sei una concentrazione infinita di scazzi, musi e nervi cedi il nero al primo sguardo alla giornata. E, nonostante oggi io sia di un blu che tende allo scuro più denso, cedo anch’io alla forza della natura.
Mi abbandono dimenticando il mio peso, fisico e mentale, tuttavia lasciarsi cadere in avanti ad occhi chiusi è fidarsi a metà: quel che hai davanti l’hai già visto prima di chiudere gli occhi, sai quasi per certo dove e su cosa atterrerai. L’impavido, l’incoscente è lasciarsi andare all’indietro, nell’ignoto. Questo mi manca, da un bel po’ non lo faccio e un po’ mi spaventa, visto com’è andata l’ultima volta. Rimproveri teneri ma fermi da parte dell’amica che c’era ed ha assistito, biasimi ben più corrosivi dal mio didentro che sapeva di aver fatto una stupidaggine delle più grandi.

Ho perso fede in quel che può essere ma ci riprovo.

Un nuovo tentativo, un nuovo tuffo anche se la mia vita è piena di incertezze e di incompletezza in questo momento. Devo provare e ostinamente tento. Son una testona di prima qualità, venuta su a ficozzate sul muro per non voler accettare che le cose, per quanto belle e strane, hanno un loro corso che non sempre è condizionabile. Eppure la testa mica mi duole, è solo un po’ bitorzoluta, ammaccata. Io amo alla follia la mia testa, fosse anche solo perchè è mia.
Mi avventuro quindi nel dubbio, nello sconosciuto, nel palpito che nasce, con la speranza di riuscire ad addentrarmi abbastanza prima che il tamburo nel petto inizi a ritmare con violenza nelle orecchie. Perchè nel baccano mi vengono gli acufeni, non capisco più nulla e vado in giro senza senno con l’espressione ebbra di quel che respiro.

Ebbra.

La sbornia è il mio habitat naturale. Adoro essere sbronza di emozioni. Pertanto andiamo a fare ciucca e alla malora l’Alcolista Omonimi: tanto son già membro onorario…


AAA Botta di possibilità cercasi

Credo di essere in piena fase isterica-ormonale. Rido, mi commuovo, sono la donnina de fero, sono fatta di pandispagna, mi incacchio a bestia, scendo nel silenzio, sparo boiate, rompo le scatole, me ne sto per conto mio (e potrei continuare per un’altra mezzora…).

Cicci, un tavor e passa tutto.

Eh no! Non passa una cippa! Dovrei fare quello che mi sento, mandare all’aria le regole e mettermi in macchina per seguire l’istinto.
Prendo una tramvata? E chissefrega!
Non arrivo in meta? E allora!?
Devo affrontare la realtà? Ehm…
E’ proprio questo che mi ammazza. La realtà. Quello che voglio a confronto con quello che posso. E la bilancia non pende verso il volere…

Volere è potere.

Il prossimo che me lo ricorda gli estirpo la lingua.
Volere è uno stimolo. Potere è prerogativa di alcuni frangenti e alcune persone.
Quel che posso l’ho sempre fatto anche se non è sempre corrisposto alla mia volontà. Ma l’ho fatto.

Ecco, io ora vorrei…

Eeeeh. “Vorrei”…
la mia nuova dimensione, che per ora mi rimane lontana e provvisoria, pur essendoci;
la mia nuova ossessione, che spinge e si incunea con più forza di quello che può apparire;
la mia nuova ragione, che fonde le due cose e mi porta alla follia più pura.
Perchè dev’essere tutto così incasinato?