Free tour nel cervello di una svarionata (e lo so che "dull" non vuole la esse…)

Musica che nutre, musica che uccide

Sto organizzando un breve viaggio ai miei, una cosina tranquilla per staccare dalla vita quotidiana e respirare aria diversa, quella che servirebbe a me, che ormai annaspo anche in me stessa. Scorrazzo tra i siti, tanti siti, valuto, considero, controllo ma la mia testa lavora a mezzo servizio per aver modo di sbraitare con il cuore che quel che sto facendo non va bene.

E ci risiamo…

Davide, sempre Davide. Questo nome tenta di rubare il posto all’altro nome storico che mi ossessiona, Fabio. E a pensarci anche bene, potrebbe anche, dal momento che è comparso prima nella vita.
Davide il mio vicino, una specie di amicizia, in virtù del fatto che le nostre case confinano, andata alla malora per una stupidaggine di nessun conto: lui che una sera bacia di nascosto Mea, la mia migliore amica delle estati fatte a casa, lei che me lo racconta, lui che va in paranoia. Lei smette di venire a passare le vacanze dai nonni, lui interrompe ogni rapporto con me. Poi, al liceo, in classe insieme e il suo fastidio che diventa odio ingiustificato che continua tuttora. Non ha senso ma c’è e nonostante abbia provato a chiarire, le cose sono peggiorate.
Davide l’Ameba, quello che mi è accanto ora, tra alti e bassi, che sta con me e sta con lei (più con lei che con me, uno schifo insomma) e vive un’amore che non è amicizia e un’amicizia che non è amore. Come un bacile d’acqua che ogni tanto subisce qualche scossone e tracima. Ma poi torna nei ranghi, veloce come un giaguaro. La sensazione è la stessa che vagare nel deserto: Ehi! C’è un villaggio lì! Corri! Andiamo!… Ah no… era solo una duna fatta strana…

Poi c’è Davide, Davide con la D cubitale, quel Davide.
Vivi la tua vita come sempre poi, un bel momento, qualcosa o qualcuno mentre cammini ti proietta inconsapevolmente una parte di te davanti, roba che hai scordato da quanto? Cinque anni? Dieci? Ma è nitidissima, cristallina, vibrante. L’immagine in formaldeide che hai catalogato in memoria si affianca e si sovrappone all’ultima occhiata che hai dato a quella certa persona, una sorta di morphing mentale atto al fantasticare su come possa essere oggi, quella persona. Quindi tiri il freno a mano della vita, metti in folle (ad una pazza come me dire di mettere in folle è chiederle di entrare nel suo stato psicologico ideale…) e prendi un respiro: ti passa il film dei momenti trascorsi insieme, le espressioni, le smorfie, la voce, le parole, il modo di fare, quel che era, quel che è stato, quel che è. Di riflesso vedi pure una figurina sfuocata, un batterio bacato troppo capellone, troppo caciarone, troppo individualista e spavaldo; uno di quelli che ti dici sfonderà nella vita, avrà sedici milioni di amanti, non sarà mai infelice e otterrà il meglio dalla vita. Non diventerà nulla di tutto questo. Diventerà la donna che è oggi, con le sue complicanze, le sue insoddisfazioni e cento oceani di speranze e sogni che, a dispetto di tutto, non vengono mai meno. Diventerà quella che, una sera parlando con un amico, apre la Scatola della Dimenticanza e ne estrae un Davide…

Ho scoperto che, dopo il Conservatorio, ha fatto strada (e d’altronde, come non avrebbe potuto?), incide, insegna, lavora per diventare unico. Lo chiamano Maestro, come io l’ho chiamato Amore con gli occhi e il pensiero, con la voce no, se non per scherzo: troppo irreale vederci insieme. Ha insegnato nel mio liceo, forse ci lavora ancora ma non figura negli elenchi dei docenti. Non vive più qui: lui se n’è andato, io no. Io sono l’ancora che si incaglia e trattiene la nave mentre il porto si svuota.
Ho trovato delle tracce di un lavoro che ha registrato, ieri sera. Il suo clarinetto, che conosco a memoria, limpidissimo, malinconico, suona attorno a me da almeno due ore. Sempre la stessa traccia in loop, quaranta secondi che, per pura bizzaria, non hanno stacco tra inizio e fine tanto che non mi accorgo nemmeno che il brano si conclude e ricomincia. Sembra olio tiepido che scivola sulla pelle calda di sole, lento, sinuoso, carezzevole.

E io muoio…

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