Free tour nel cervello di una svarionata (e lo so che "dull" non vuole la esse…)

Archivio per marzo, 2012

Dream a little dream of me

Ho sognato chi non dovrei sognare.
Stamattina, verso le sei e un quarto, mi son svegliata a fare plin plin e togliere lo yogurt dal frigo (il mio stomaco è freddo già di suo; incrementare la temperatura verso il basso non è tra i miei obiettivi, per ora). Ho guardato l’ora, mi son detta che un altro giro di sonno ci stava e mi son tuffata sotto le coperte.

Quando sono entrata in dormiveglia, poco prima di alzarmi, ho sognato di esser finita in un locale, più o meno nel pedemonte, dove sapevo lavorare un uomo che conosco. Di fatto lui non ci lavora ma, a livello onirico, unendo il fatto che era estate, che era più giovane di quanto non sia ora e che vive più a nord di me, devo aver mescolato le cose e aver creato una situazione ideale in cui figurarmi di passare di lì e di aver l’improvviso desiderio di fargli un salutino. Una cosa tipo Già che son da queste parti…
Stavo con tutta la ciurma al seguito, glieli ho presentati, sorrisi di circostanza e lui che mi abbraccia. Strettissimo. Saldo. E fin qui tutto bene se non fosse che l’illusione delle sue braccia l’ho percepita chiaramente e nessuno mi stava stringendo nel reale, nemmeno il mio braccio che  di solito non so mai dove mettere quando dormo. Turbamento di un attimo, io che lo guardo, gli dico Ammappa che stritolata!, lui che sorride e me ne assesta un’altra e il sogno prosegue. L’idea di fare un po’ di foto per burla, in posizioni da fidanzatini americani al ballo della scuola, giusto per sganasciarci poi con gli amici quando ci si vede: foto in piedi, foto seduti, foto distesi. E io odio farmi fotografare ma me ne fregavo pur non essendo bella e gnocca manco in sogno.
Al che, finito lo shooting casalingo, mi tira un po’ più al riparo della stube nella sala da pranzo accanto alla quale facevamo gli scemi sino ad un momento prima e VIA COL LISCIO dopo un’occhiatona che stenderebbe un cavallo.

Sullo sconvoltino andante, ho aperto gli occhi poco dopo, ho guardato la sveglia e mi son detta che il tempo per le baggianate era scaduto da almeno venti minuti buoni. Non è stato quello che ho fatto né quello che ho visto a lasciarmi scossa quanto la persona con cui ho fatto e che ho visto. Perchè con lui no, nun se pole, non ci si deve manco pensare. Eh ma io ci penso pure quando dico che non lo faccio. E lo dico a me stessa, non solo a chi mi sta accanto. Io no che non ci penso ma per pensare che non ci penso, ci penso eccome! Poi arriva l’amico di turno e mi chiede se l’ho sentito… Ma vaffanthoin va’!
Odio la primavera, pure se ci son nata. Odio il risveglio dal letargo! Odio i miei ormoni!


In carrozza!

Mi ci son voluti giorni, ore su ore, pazienza su sangue freddo e l’uso contemporaneo di diciotto paia di occhi per tenere sotto controllo tutto ma ce l’ho fatta!

THE PARENTS’ TRIP (che non è un tipo di viaggio da allucinogeni di ultima generazione) IS READY!

Ho programmato ogni cosa, definito ogni momento e scritto tutto, pure quando fare plin plin. Se si perdono, finiscono in Birmania e noleggiano un triciclo, io non c’entro!
‘Namo a riposa’ un pochetto va’…


Musica che nutre, musica che uccide

Sto organizzando un breve viaggio ai miei, una cosina tranquilla per staccare dalla vita quotidiana e respirare aria diversa, quella che servirebbe a me, che ormai annaspo anche in me stessa. Scorrazzo tra i siti, tanti siti, valuto, considero, controllo ma la mia testa lavora a mezzo servizio per aver modo di sbraitare con il cuore che quel che sto facendo non va bene.

E ci risiamo…

Davide, sempre Davide. Questo nome tenta di rubare il posto all’altro nome storico che mi ossessiona, Fabio. E a pensarci anche bene, potrebbe anche, dal momento che è comparso prima nella vita.
Davide il mio vicino, una specie di amicizia, in virtù del fatto che le nostre case confinano, andata alla malora per una stupidaggine di nessun conto: lui che una sera bacia di nascosto Mea, la mia migliore amica delle estati fatte a casa, lei che me lo racconta, lui che va in paranoia. Lei smette di venire a passare le vacanze dai nonni, lui interrompe ogni rapporto con me. Poi, al liceo, in classe insieme e il suo fastidio che diventa odio ingiustificato che continua tuttora. Non ha senso ma c’è e nonostante abbia provato a chiarire, le cose sono peggiorate.
Davide l’Ameba, quello che mi è accanto ora, tra alti e bassi, che sta con me e sta con lei (più con lei che con me, uno schifo insomma) e vive un’amore che non è amicizia e un’amicizia che non è amore. Come un bacile d’acqua che ogni tanto subisce qualche scossone e tracima. Ma poi torna nei ranghi, veloce come un giaguaro. La sensazione è la stessa che vagare nel deserto: Ehi! C’è un villaggio lì! Corri! Andiamo!… Ah no… era solo una duna fatta strana…

Poi c’è Davide, Davide con la D cubitale, quel Davide.
Vivi la tua vita come sempre poi, un bel momento, qualcosa o qualcuno mentre cammini ti proietta inconsapevolmente una parte di te davanti, roba che hai scordato da quanto? Cinque anni? Dieci? Ma è nitidissima, cristallina, vibrante. L’immagine in formaldeide che hai catalogato in memoria si affianca e si sovrappone all’ultima occhiata che hai dato a quella certa persona, una sorta di morphing mentale atto al fantasticare su come possa essere oggi, quella persona. Quindi tiri il freno a mano della vita, metti in folle (ad una pazza come me dire di mettere in folle è chiederle di entrare nel suo stato psicologico ideale…) e prendi un respiro: ti passa il film dei momenti trascorsi insieme, le espressioni, le smorfie, la voce, le parole, il modo di fare, quel che era, quel che è stato, quel che è. Di riflesso vedi pure una figurina sfuocata, un batterio bacato troppo capellone, troppo caciarone, troppo individualista e spavaldo; uno di quelli che ti dici sfonderà nella vita, avrà sedici milioni di amanti, non sarà mai infelice e otterrà il meglio dalla vita. Non diventerà nulla di tutto questo. Diventerà la donna che è oggi, con le sue complicanze, le sue insoddisfazioni e cento oceani di speranze e sogni che, a dispetto di tutto, non vengono mai meno. Diventerà quella che, una sera parlando con un amico, apre la Scatola della Dimenticanza e ne estrae un Davide…

Ho scoperto che, dopo il Conservatorio, ha fatto strada (e d’altronde, come non avrebbe potuto?), incide, insegna, lavora per diventare unico. Lo chiamano Maestro, come io l’ho chiamato Amore con gli occhi e il pensiero, con la voce no, se non per scherzo: troppo irreale vederci insieme. Ha insegnato nel mio liceo, forse ci lavora ancora ma non figura negli elenchi dei docenti. Non vive più qui: lui se n’è andato, io no. Io sono l’ancora che si incaglia e trattiene la nave mentre il porto si svuota.
Ho trovato delle tracce di un lavoro che ha registrato, ieri sera. Il suo clarinetto, che conosco a memoria, limpidissimo, malinconico, suona attorno a me da almeno due ore. Sempre la stessa traccia in loop, quaranta secondi che, per pura bizzaria, non hanno stacco tra inizio e fine tanto che non mi accorgo nemmeno che il brano si conclude e ricomincia. Sembra olio tiepido che scivola sulla pelle calda di sole, lento, sinuoso, carezzevole.

E io muoio…


Oroscopo dal 15 al 23 marzo

Ariete (21 marzo – 19 aprile)

Questa settimana potresti scoprire il vero motivo per cui la tartaruga batte la lepre nella gara di corsa, perché due dei tre topolini bianchi della fiaba non sono veramente ciechi e verrai a conoscenza della sconvolgente verità sui rapporti tra la fata di Cenerentola e il principe. Le leggende cambieranno, Ariete. Le filastrocche per bambini si confonderanno e le fiabe si mescoleranno. Il dio del tuono Thor potrebbe fare un’offerta irresistibile a Biancaneve. Forse scoprirai che il salto della mucca oltre la Luna è stato tutta un’invenzione della Cia. Un brutto anatroccolo deporrà un uovo che secondo Chicken Little sarà la prova inconfutabile che i maya avevano ragione quando dicevano che nel 2012 il mondo finirà. Credo che ti divertirai come un matto.

 

Oddei! La Fata di Cenerentola se la fa con il Principe! Pora disgraziata: era meglio se continuava a sniffare cenere…
Ma poi, a me che mi frega se le leggende cambiano? Io manco me le ricordo le leggende! Con la memoria che c’ho… :S
Più che Thor, visto che non amo le saghe nordiche eccetto la Nibelungenlied, preferirei Dagda, Lugh… che ne so? Un dio celta a caso va bene ma Il Martellato (no, non era un carabiniere Thor U_U) giammai!
Ad ogni modo, mi sa tanto che questa settimana l’Internazional Oroscoparo non sapeva che cippa inventarsi sul fantasmagorico Ariete. Spara meno boiate, Bro’!


Volevo essere una Carota (e lo sono)

Dicono che i cambiamenti facciano bene al cervello, che lo tengano in esercizio costringendolo a piccoli sforzi, una specie di pungoli anti-pigrizia, che alla lunga prolungano l’attività ottimale della materia grigia. Cose tipo invertire la mano usata, da destrimano a mancina e viceversa; cambiare la strada per andare al lavoro; sovvertire l’ordine con cui si fa qualcosa, dalle portate della cena al salire le scale al contrario alla scaletta lavorativa o di restyling di se stessi in bagno.

E allora cambiamo!

Peccato che esistano piiiiiccoli, minuuuuscoli dettagli che si oppongono alla mia mutazione pro elasticità mentale in età senile…
A lavorare di sinistra, benchè sia il mio sogno segreto da sempre, forse ben prima che vedessi Luca, il mio compagno di classe delle elementari, darsi alle acrobazie improponibili (e realizzarle perfettamente, sgrunt), non m’è mai riuscito.
La strada che seguo, per questioni in primis genetiche ma anche personali, non è mai, e dico mai, la stessa quindi dovrei più probabilmente adeguarmi a percorrere sempre quella di andata senza fare variazioni: la mutazione starebbe nel ripetere, nel mio caso.
Procedere per fasi regolari… uhm… cos’è la regolarità? Io non sono regolare in nulla tranne che nell’essere irregolare. Ma ammettiamo che nel marasma di fare le cose come vengono ci fosse una particolare tipologia di ordine, io che devo fare? Anche qui credo che l’ideale sarebbe fare le cose come devono essere fatte: anzichè mettermi le mutande sopra i pantaloni e vestirmi partendo dalle scarpe, forse dovrei darmi una riorganizzata radicale…
Quanto al cibo, mangio una sola pietanza (li mortacci della dieta!): potrei mangiarla stando in verticale su una mano!
A salire le scale al contrario non m’azzardo: una caviglia, un ginocchio e un femore in divenire, tutto gigio, bastano e avanzano senza metterci anche un gomito o una spalla.

Pertanto, essendo palesemente impossibilitata ad esibirmi nei cambiamenti succitati, il mutamento lo si fa sulla persona.
Fisicamente.

Detto fatto: nuovo parrucchiere, nuovo colore. Sembra che abbia subito un candeggio ma sono felice. Sono quello che volevo essere, più o meno. Prossima volta si incrementa l’intensità, si schiarisce ancora, si aumenta la nuance; il cambiamento radicale non rientra nelle mie capacità immediate ma per gradi (gradoni grossi come una delle pietre che compongono le piramidi, nello specifico) se po fa’.


Ipod Time – 5

UP PATRIOTS TO ARMS – SUBSONICA FT. FRANCO BATTIATO

La fantasia dei popoli che è giunta fino a noi non viene dalle stelle…
Alla riscossa stupidi che i fiumi sono in piena potete stare a galla.
E non è colpa mia se esistono carnefici
Se esiste l’imbecillità
Se le panchine sono piene di gente che sta male

Up patriots to arms
Engagez-Vous
La musica contemporanea, mi butta giù.

L’ayatollah Khomeini per molti è santità
Abbocchi sempre all’amo
Le barricate in piazza le fai per conto della borghesia
Che crea falsi miti di progresso
Chi vi credete che noi siam, per i capelli che portiam
Noi siamo delle lucciole che stanno nelle tenebre.

Up patriots to arms
Engagez-Vous
La musica contemporanea, mi butta giù.

L’Impero della musica è giunto fino a noi
Carico di menzogne
Mandiamoli in pensione
I direttori artistici gli addetti alla cultura…
E non è colpa mia
Se esistono spettacoli con fumi e raggi laser
Se le pedane sono piene di scemi che si muovono

Up patriots to arms
Engagez-Vous
La musica contemporanea, mi butta giù.


Desperately Seeking Su…per Hairdresser

Ho trovato il Parrucco della mia vita attuale (come fosse la prima volta che lo dico…)!
Mattinata in avanscoperta di un salone fiQuo, stiloso e truly trendy per una innocuissima messa in piega. A livello di umore stavo esattamente come sempre quando provo un parrucchiere nuovo: pura esaltazione controllata. Perchè ogni volta parto da casa e arrivo lì gasatissima pensando di uscire come Ziggy Stardust e invece arrivo alla cassa con la stessa pettinatura di Susan Boyle…

Ma forse stavolta forse la volta buona.

Son capitata da un tizio, tale Jonny (Johnny? Jhonny? Gionni? Jonni? Giovanni l’Ingles insomma) che sta alla quinta generazione di parrucchieri; teoricamente dovrebbe sapere quello che fa. Lavora con il padre, tra poco la sorella avvia un’attività di estetica al piano di sotto, sono in sei mila là dentro. Hai visto mai che son fortunata?
Ho appuntamento giovedì per un restyling completo di cambio colore, sopracciglia e consulenza make up (O_O). No dico, la fanno a me tutta ‘sta roba, alla donna più normale della Terra. Secondo me ho esagerato…