Free tour nel cervello di una svarionata (e lo so che "dull" non vuole la esse…)

Si fa presto a dire “Rialzati”

Ci vuole qualche giorno, a volte una settimana, per prendere la botta e farsela passare.
Oggi ho deciso che si velocizza. Due giorni sono più che sufficienti: uno per deprimersi, l’altro per metabolizzare, il terzo ci si mette ai remi e si riprende a vogare. Cinico? Duro? Insensibile? Sì, può essere. Ma a piangersi addosso non si va avanti: si affonda.

Tanto per non farsi mancare nulla alla tristezza di questo ante-weekend, ieri hanno seppellito la maestra di mia madre, che è stata un po’ anche la mia maestra d’infanzia, anche se non mi ha insegnato nulla, a livello formale. Da bimba ero spessissimo a casa sua con la mia migliore amica (la migliore di tutta la mia vita): lei scappava con la scusa che sua madre la chiamava, io restavo, le facevo le pulizie nel corridoio in cui sistemava la bici. Pulivo solo per lei, a casa mia invece facevo una marea di disordine senza mai riporre nulla. Teneva la dentiera spazzolata di fresco sul canovaccio della cucina, mettendola ad asciugare con le stoviglie. Vedeva non so che programma, una specie di Radio Maria alla tele, un apparecchio dell’età del bronzo in bianco e nero. Mi suonava sempre il pianoforte verticale, lo faceva con una gioia che mi fa esplodere il cuore di orgoglio anche ora che ci penso; suonava solo per me, il piano del tinello, quello buono; le ultime volte cannava le note e si arrabbiava con i tasti, poi mi guarda, sorrideva e mi diceva di portare pazienza, che era tanto che non suonava quella musica. Non c’era volta che non ricordasse quanto somigliassi a mia madre, quanto fossi cara come lei, solo un po’ più vivace. Adoravo casa sua: aveva la scala di servizio con le finestre che davano sul retro, sul grande campo coltivato dove scorreva il ruscello che alimentava il mulino dell’edificio accanto. Era una scala semplicissima, di legno lucido, fatta nuova rispetto alla casa; ci teneva di tutto, la usava come un ripostiglio aperto su più livelli; c’erano piante che cercavano la luce, perchè lì ce n’era tanta, pile di giornali, vasi vuoti. Con la mia amica ho rubato le albicocche dal suo campo. C’era un unico albero isolato piantato in quel nulla: ho fatto salire la mia amica sulle spalle e l’ho spinta su mentre si lagnava come sempre perchè  non voleva, temeva venissimo beccate a mangiare a scrocco. Le finestre della scala di servizio davano proprio su di noi ma eravamo troppo distanti. Non so se ci abbia viste, ero mezza orba anche a quell’età: ho creduto di averla vista passare ma non ne sono sicura. Da allora mi chiedo se sia stata la mia immaginazione o se davvero era lì che ci guardava.
Sua nipote era una delle mie più care amiche: mi ha insegnato a giocare a pallavolo, ad essere una ragazzina diligente, a sopportare i maschi quando sono delle piaghe umane; adoravo suo fratello anche se aveva la fissa per le moto, come suo padre. Anche lui è morto, il padre intendo, qualche anno fa. Se n’è andato un pezzetto di infanzia con lui; un altro mi ha lasciato ieri.
Non sono andata al funerale, né dell’uno, né dell’altra. Febbraio ha già il suo funerale, quello di mio nonno. Lunedì sono sei anni, sette? Non riesco a tenere a mente l’anno in cui mi ha mollato definitvamente ma ricordo perfettamente che era lunedì anche quella volta. E fa ancora male.

Male al male e il risultato è il galleggiare sulla pece.

Anche per questo domani me ne vado un po’ via per conto mio. Vado a trovare SimoSimo e Sara. Stacco il cervello per una giornata, accendo lo stereo e mi faccio guidare dalla Dixie. E’ lei che guida me, non io lei. Almeno non domani.
Ho un torcicollo pazzesco, già che ci sono. Come farò a guidare, solo il cielo lo sa.
Comunque ho deciso: prossima tappa, Lourdes. Magari ci vado già domani…

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