Free tour nel cervello di una svarionata (e lo so che "dull" non vuole la esse…)

Archivio per febbraio, 2012

The Black Page

27 febbraio: compleanno del Giulietto e anniversario della scomparsa del mio adoratissimo nonno. Una nascita che lenisce una morte. Una folata di gelido vento e una avvampata improvvisa.
Ogni anno sono punto e a capo. Non sto bene, non sto male. Mi sento solo uno schifo per non riuscire a tenere in equilibrio le due cose perchè non sento né l’una né l’altra.

Per oggi il blog è in pausa. Ed è meglio così.

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Oroscopo dal 24 febbraio al 1 marzo

Ariete (21 marzo – 19 aprile)

Ti invito a individuare tutte le cose della tua vita di cui non hai più bisogno: gadget ormai superati, vestiti che non ti stanno più bene, musica che non ti piace più, libri e opere d’arte che hanno perso significato. E non fermarti qui. Individua anche le persone che ti hanno deluso, i luoghi che ti deprimono e le attività che ti annoiano. Infine, Ariete, cerca di capire quali sono le tradizioni che non ti commuovono più e i pensieri compulsivi che hanno assunto una vita propria. Quando avrai trovato tutte queste cose, cerca di buttarne via qualcuna.

Chiedermi di buttar via i rimasugli del passato è come dirmi di dar fuoco ad una parte di me. Sono una collezionista, di qualsiasi cosa, a partire dai fallimenti, dalle lacrime, dalle cavolate dette e fatte e delle risate.
Ma riguardo alle persone, lo sto facendo, prendendo di petto la faccenda. Niente di radicale, per ora, ma la strada è tracciata da tempo e quel che è sterile o lo è diventato deve essere eliminato per far spazio a ciò che dà frutto e permette la sussistenza. A mangiar sempre radici alla lunga ci si stanca.
Quanto al resto, è bizzarro come mi si chieda di liberarmi di cose che sono già state rimosse. Internazional Oroscoparo, arrivi tardi bello mio!

 


Meraviglie domenicali

Che giornata! Son cotta ma ne valeva la pena. Perdersi per una città che non conosco alla ricerca di un buco dove sistemare la mia Dixie e scoprire che stai a trecento metri o poco più dal punto in cui devi arrivare. Stare fino a sera con due amici che ti fanno scordare l’uso dell’orologio, mangiare la pasta alla zuccca più buona del mondo,
ridere
ridere
ridere
e tornare a casa con il torrone più leccornioso di tutti i tempi.
Le cose belle non durano poco. Durano quanto basta a renderle indimenticabili.


Si fa presto a dire “Rialzati”

Ci vuole qualche giorno, a volte una settimana, per prendere la botta e farsela passare.
Oggi ho deciso che si velocizza. Due giorni sono più che sufficienti: uno per deprimersi, l’altro per metabolizzare, il terzo ci si mette ai remi e si riprende a vogare. Cinico? Duro? Insensibile? Sì, può essere. Ma a piangersi addosso non si va avanti: si affonda.

Tanto per non farsi mancare nulla alla tristezza di questo ante-weekend, ieri hanno seppellito la maestra di mia madre, che è stata un po’ anche la mia maestra d’infanzia, anche se non mi ha insegnato nulla, a livello formale. Da bimba ero spessissimo a casa sua con la mia migliore amica (la migliore di tutta la mia vita): lei scappava con la scusa che sua madre la chiamava, io restavo, le facevo le pulizie nel corridoio in cui sistemava la bici. Pulivo solo per lei, a casa mia invece facevo una marea di disordine senza mai riporre nulla. Teneva la dentiera spazzolata di fresco sul canovaccio della cucina, mettendola ad asciugare con le stoviglie. Vedeva non so che programma, una specie di Radio Maria alla tele, un apparecchio dell’età del bronzo in bianco e nero. Mi suonava sempre il pianoforte verticale, lo faceva con una gioia che mi fa esplodere il cuore di orgoglio anche ora che ci penso; suonava solo per me, il piano del tinello, quello buono; le ultime volte cannava le note e si arrabbiava con i tasti, poi mi guarda, sorrideva e mi diceva di portare pazienza, che era tanto che non suonava quella musica. Non c’era volta che non ricordasse quanto somigliassi a mia madre, quanto fossi cara come lei, solo un po’ più vivace. Adoravo casa sua: aveva la scala di servizio con le finestre che davano sul retro, sul grande campo coltivato dove scorreva il ruscello che alimentava il mulino dell’edificio accanto. Era una scala semplicissima, di legno lucido, fatta nuova rispetto alla casa; ci teneva di tutto, la usava come un ripostiglio aperto su più livelli; c’erano piante che cercavano la luce, perchè lì ce n’era tanta, pile di giornali, vasi vuoti. Con la mia amica ho rubato le albicocche dal suo campo. C’era un unico albero isolato piantato in quel nulla: ho fatto salire la mia amica sulle spalle e l’ho spinta su mentre si lagnava come sempre perchè  non voleva, temeva venissimo beccate a mangiare a scrocco. Le finestre della scala di servizio davano proprio su di noi ma eravamo troppo distanti. Non so se ci abbia viste, ero mezza orba anche a quell’età: ho creduto di averla vista passare ma non ne sono sicura. Da allora mi chiedo se sia stata la mia immaginazione o se davvero era lì che ci guardava.
Sua nipote era una delle mie più care amiche: mi ha insegnato a giocare a pallavolo, ad essere una ragazzina diligente, a sopportare i maschi quando sono delle piaghe umane; adoravo suo fratello anche se aveva la fissa per le moto, come suo padre. Anche lui è morto, il padre intendo, qualche anno fa. Se n’è andato un pezzetto di infanzia con lui; un altro mi ha lasciato ieri.
Non sono andata al funerale, né dell’uno, né dell’altra. Febbraio ha già il suo funerale, quello di mio nonno. Lunedì sono sei anni, sette? Non riesco a tenere a mente l’anno in cui mi ha mollato definitvamente ma ricordo perfettamente che era lunedì anche quella volta. E fa ancora male.

Male al male e il risultato è il galleggiare sulla pece.

Anche per questo domani me ne vado un po’ via per conto mio. Vado a trovare SimoSimo e Sara. Stacco il cervello per una giornata, accendo lo stereo e mi faccio guidare dalla Dixie. E’ lei che guida me, non io lei. Almeno non domani.
Ho un torcicollo pazzesco, già che ci sono. Come farò a guidare, solo il cielo lo sa.
Comunque ho deciso: prossima tappa, Lourdes. Magari ci vado già domani…


Sssssh….

A volte anche i libri hanno pagine bianche nel mezzo
La narrazione non si ferma e avanza
Nel bianco stanno le parole più intense
Dove l’occhio non vede
L’anima può farsi chiara

E’ stato un tardo pomeriggio schifosissimo. Non ho voglia di parlare.
Per stanotte voglio starmene accoccolata in me stessa a smaltire l’amaro che sbriciola la lingua.


Pensieri pesanti, nel cuore, nella testa

Questo pomeriggio appuntamento dal BloodDoc per capire che cos’è che non va nella sottoscritta. Spero di aver interpretato male le analisi con le mie conoscenze balenghe di medicina e che non sia nulla. Talvolta vorrei non sapere, non capire le astrusità in medichese, non fare collegamenti tra una faccenda e l’altra e creare il reticolo delle informazioni: ne so troppo per non essere il dottore che non sono diventata, troppo poco per diventarlo. Poi mi dico che, se non ne capissi nulla, arrivare lì e prendere l’eventuale mazzata sui denti a secco, senza aver meditato per conto mio, senza averla metabolizzata, sarebbe peggio. Se ti avvertono che la strada che farai è un po’ accidentata ti prepari. Ma la strada mi piacerebbe fosse senza buche e curve a gomito, ogni tanto.

Tutto sommato, però, la mia vita è fatta di ua specie rara di BottediThoin: le cose le scopro per caso, non cercandole; mi vengono incontro da sole, prendendo direzioni tali che non te l’aspetti di trovarle lì. Sarà che, in quel poco di buono che ho, sono meticolosa e mi tengo d’occhio. Sarà che sono fortunata e non me ne rendo conto. E la mia fortuna mi tiene ancora qui, tra i vivi, mi salva costantemente dal disastro.

E così oggi si va a “farsi leggere le carte”. Dall’ematologo, non dal cartomante, anche se mi manca non farmi fare più i tarocchi, ora che ci penso.
Vado con il pensiero che il mio sangue è fatto giusto giusto per non avere figli e la speranza di aver frainteso, di uscire con la consapevolezza che di figli ne potrò avere centoventuno, volendo imbarcarsi nell’impresona titanica.
Vado.
Torno.
Come non lo so.


Tecniche di approccio

Il gioco delle parti mi diverte sempre da matti.
Partendo dal presupposto che il numero di cell non lo si smolla mai con troppa facilità, le tattiche per ottenerlo sono sempre molteplici. Tipo quella messa in atto ieri sera da  XXX, che ho iniziato a conoscere meglio di recente:

XXX: Scusami se ti ho trascurato stasera.
       Devo farmi perdonare.

E mi sgancia il numero di cell.
In pratica un Chiama tu quando vuoi, se vuoi, come vuoi che poi ho il tuo numero. Se non lo copro, dico io.

 

Ps. Per la cronaca, non l’ho chiamato. Ancora. XD