Free tour nel cervello di una svarionata (e lo so che "dull" non vuole la esse…)

Archivio per dicembre, 2009

Amarezza – parte seconda

E’ incoraggiante vedere come si stanno evolvendo le cose, con la sottoscritta che cerca di far capire che le voci messe in giro sono vere e proprie malelingue e qualcuno altro che rincara la dose, appoggiandosi a discorsi fatti da altri che, in qualche modo, possono essere interpretati in base alla necessità dell’ora.

Ad incrementare la magnificenza dell’azione, si sputa pure addosso ad altri due amici miei, colpevoli di un non ben precisato qualcosa ma sicuramente da allontanare.

Bella gente che frequento!
E siamo appena all’inizio!

A breve il CEPANG, altrimenti conosciuto come Consiglio Europeo Per l’Allontanamento dei Non Graditi, legifererà riguardo la mia posizione, in primis, poi quella di altri. Mi aspetta (e questo lo so già senza che si scomodi il Divino CEPANG) il peggiore dei supplizi: mi si sdrumano l’esistenza nel gruppo e mi sbattono in un angolo.
Mi spiace tanto ma hanno sbagliato indirizzo! Non esistono angoli nello mio universo, tutto è Infinito e per quanto mi spingano lontano, non posso cozzare contro niente o esser presa in un canto. Quanto al tarparmi le ali, lo pensino pure e si illudano di farcela. L’uomo è un animale sociale ma se la società ti ammazza, l’uomo se ne tira fuori e salva la pellaccia!

Sul serio: da due mattine a questa parte mi sveglio e mi chiedo in che razza di compagnia mi sia inserita tanti anni fa…


Amarezza

La parte migliore dell’amicizia è poter contare sull’altro per un sostegno, per un aiuto nel momento del bisogno ma anche nel resto del tempo. Una presenza o, come lo chiamo io, un gancio in mezzo al cielo.

Righi dritto, fai le tue cose e se c’è bisogno, ci sei.
Il tuo cellulare ce l’hanno tutti, la mail anche.
Capita che con qualcuno della compagnia hai degli screzi, è normale. Tu stai bene con Tizio e Tizio sta bene con Caio ma tu e Caio, nella migliore delle ipotesi, vi tollerate. Nessun litigio, niente da ridire. Ognuno sta nelle proprie scarpe e non infastidisce l’altro. Ed è ok, non vivi nel mondo di Utopia, non si va a genio a tutti e a te qualcuno può non piacere.

Passa il tempo, la compagnia viaggia sul suo binario e tu, per un po’, ti allontani a risolvere i tuoi casini, pur mantenendo un varco aperto con gli altri.
Evidentemente non basta.
Quando torni, rafforzata delle tue certezze, pronta a dare il meglio, per te e la tua cerchia, vieni accusata di voler fare la prima donna, di far deliberatamente del male all’indifeso del gruppo, di pretendere ciò che non ti aspetta. Tu non vuoi nulla, solo recuperare il tempo perduto e metterti in coda agli altri, ad attendere che venga il tuo turno di riscuotere quel che hai seminato.
Ti fai un mazzo multiplo per riportarti in pari ma gli altri credono che sia una scappatoia per arrivare dove loro sono o, peggio, più avanti, un modo per rubare il ruolo a chi ha faticato i mesi che te ne stai per conto tuo.

Non batti ciglio. Non ti azzardi nemmeno a difenderti: la tua compagnia è così convinta che tu corra di più ora per non dover fare il lavoro che gli altri hanno già fatto che non è possibile pensare di contraddirli: peggioreresti la situazione. Così finisci per ingoiare il rospo e sperare che si accorgano che si sbagliano.
E invece passi da str***a e ti etichettano come "cosa da eliminare entro natale", spazzatura.

Prima pugnalata.

Qualcuno cerca di stemperare le acque, ma sia ben chiaro, non ti difende. Semplicemente si astiene.
Allora chi muove l’accusa dice che non sei proprio da buttare, solo non sa come gestirti.
Potrebbe venirti incontro, parlarti per capire che tipo di percorso stai facendo. Macchè! Lascia che chi l’ha ascoltata ci ricami su e ti debelli dalla faccia della Terra.

Seconda pugnalata.

Ma la parte più dolce in tutto questo è che ti ha ferito e ti espone ai colpi altrui sul campo di battaglia (perchè questo è! una radura senza alberi né alture dove trovare protezione) ti cerca, ti incontra e non ti avverte nemmeno che nella compagnia sei diventata un problema. Anzi! Ti tratta come nulla fosse e ti culla amorevolmente come se fossi la sua migliore amica.

Terza pugnalata.

So di aver trascurato la compagnia in questi ultimi tempi, so di non esser stata presente come avrei dovuto. Ho avvertito tutti che ci sarebbero stati degli ostacoli, ho assicurato che a fine novembre sarei tornata in pista. Nessuno ha proferito verbo, nessuno mi ha chiesto perchè. Silenzio completo che ho inteso come un modo per non farmi pesare ulteriormente l’allontanamento dalle amicizie.
Evidentemente ho capito male: era un silenzio che urlava "chi se ne fotte di te" e non l’ho capito.

Quarta pugnalata.

Ora, come mio solito, non metto nomi di persona e stavolta neanche soprannomi o nomignoli affettuosi.
Lascio parlare lo schifo di questo atteggiamento nei miei confronti, lascio che sia lui a dire chi e come.
Io, per oggi e per molte settimane a venire, ho già la mia buona dose di amaro in bocca per non parlare affatto di loro.
Mi piego ma non mi spezzo.
Vado avanti per la via che ho intrapreso e sinceramente li mando tutti alla malora, anche se sarebbe in ben altro luogo che li manderei se li avessi accanto ora, specie la persona che ha generato tutto questo astio nei miei confronti, che quando mi è vicina con una mano mi accarezza e con l’altra mi pianta il pugnale nella schiena.

Mi si accusa di pretese che non ho mai avanzato, di voler prendere il posto di altri, di far del male agli indfesi (o ai pupilli di qualcuno), di voler scavalcare chi ha più autorità nel gruppo.
Posso giurare su qualsiasi cosa mi si proponga di non aver mai agito per ottenere niente di tutto questo. Ma chi sono io per esser ascoltata quando c’è chi aizza tutto un clan di amici, passandomi per colpevole? Tanto non mi ascolta nessuno, conto meno di niente ora ma non è questo che mi fa male: è il tradimento, l’ipocrisia nei miei confronti, il volermi nuocere in maniera gratuita, la necessità di togliermi di mezzo.
Probabilmente anche il farsi da parte è diventato un modo per dar fastidio.


Da capo. Ancora

A chi il Destino non tappa la bocca tocca continuare a parlare finchè il suo dire non si conclude.
Nonostante cataclismi, difficoltà, sofferenze, cadute e sorrisi falsi sto ancora qui.
Parlo ancora, poco, ma non è ancora il mio turno di star zitta.
Al cielo piacendo, dispiacendo agli altri, sono ancora qui…