Free tour nel cervello di una svarionata (e lo so che "dull" non vuole la esse…)

Ultima

Io, giuro, non lo faccio apposta!

Sono in uno strano stato di eccitazione fisica e mentale che imputarla alla primavera mi par una presa in giro. Anche perchè di primavera, fatto salve il mese di marzo in cui si schiattava dal caldo,  se n’è vista pochina. Robe da girare vestiti di misto lana a fine maggio; non che sia una novità, l’ho già visto, come ho visto la neve a bassa quota dopo la feste dei lavoratori, per carità, non mi scombino più di tanto ma il mio bioritmo comincia a scocciarsi…
Sarà forse per questo freddo non richiesto che mi si è scatenato un certo calorino dentro, fuori e tutt’attorno che tengo a redini tirate per il 75% del tempo.

Il problema è il 25% rimanente…

Quattro ammaliati in un mese inizia ad essere un numero consistente, senza contare un amico di vecchia data (di cui ometto il nome per evidente fuga di notizie su questo blog [io i nomi li posto criptati ma mi sgamano cmq...]).

Vabeh, finchè ti limiti ad affascinarli…

Sì. Affascinati.
Vogliamo parlare di uno dei quattro che mi ha smollato il cellulare giusto stamattina con la scusa che viaggia, che ci si vedrà poco nei prossimi giorni/settimane, che potrebbe sentire la mia mancanza, che qui, che lì…? Numero preso ovviamente, mica son fessa, ma che non userò: i maschi sono tanto simpatici, tanto teneri ma di un provolone che salvati!
Il succitato sgancianumerodicellulare, ufficialmente disperso tra i monti del Borneo, è ricomparso diosolosacome nel pomeriggio: MIRACOLO!
Si attendono sviluppi nei prossimi giorni, durante i quali lui chiederà se gli faccio uno squillo al numero che mi ha cortesemente allungato con felina nonchalance con la scusa che non trova più il cellulare perso in casa…

Tenere duro

Prima di cena riparto per la Valle del Destino, dove mi attende il mio futuro.
Anche stavolta viaggetto in notturna ma con partenza anticipata di 4 ore nella speranza di non dover correre a 180 km/h fissi per recuperare il tempo speso per i lavori in corso in autostrada. Questo è l’ultimo atto poi potrò rilassarmi un po’, distendere i nervi, respirare senza pesi sui polmoni. Ne arriveranno altri col tempo, di pesi, ma non questi; devo ripigliarmi alla svelta per poterli affrontare in forze. Ormai mi frigge il cervello al solo bisbigliare delle farfalle…

Informazione di servisssio – 1

Dal momento che Word(e)press(o) non mi fa caricare rimandi ai video di TuTubo per qualche misteriosa motivazione a me ignota, si procede in alternativa maniera.

Della serie Gabbiamo il sistema :)

Può capitare che qualche immagine nasconda il link a video del Tubo, offrendo così la colonna sonora ai miei pensieri così come mi si sono creati in testa. Tanti pensieri e tanta musica. Quasi non scrivo senza musica. Diciamo pure che la musica sta a me come l’ossigeno ai miei polmoni.
Quindi cursore (oddei come sono vecchia a chiamarlo così… :S) sulle picts e meraviglia nelle orecchie. Più cursore (aridaje Fed!) che meraviglia: ormai sto diventando prevedibile.

A maggio del ricordo resta solo un raggio

Di solito maggio lo vivo malino, con l’allergia che mi toglie anni di vita ad ogni starnuto e il sonno che non è mai abbastanza ma più ancora per gli Anniversari, chiamiamoli così per includerli tutti, che mi turbano più o meno felicemente.

Anniversario di matrimonio dei miei.
Compleanno della zia preferita.
Anniversario dell’incidente dei nonni (in seguito al quale nonno è morto, pochi mesi dopo).
Anniversario di matrimonio di zio.
Compleanno di mia “sorella”.

Ma il fulcro dei problemi sta nel 7 e nell’11 maggio, rispettivamente compleanno e onomastico del primo che mi ha scombussolato per bene.

Fabio M.

Forse è noioso ricordarlo ogni anno ma non riesco a dimenticare e nemmeno voglio farlo. Riportare momenti simili alla memoria è un modo per tenerli con me mentre vivo ma più ancora concedere altra vita a qualcosa che non esiste più da tempo. E così continuo, anno dopo anno, a parlare di lui, della sua voce che ancora sento nelle orecchie, degli sguardi rubati, della tachicardia che, sotto quintali di cuore, ancora scatta al suo pensiero.
Mi ha insegnato ad amare con tante parole che la mia mente traditrice non ha saputo mettere al sicuro dalla dimenticanza. Vorrei aver avuto quei fogli su cui ha scritto tante frasi per me, averli tra le mani con il suo respiro attaccato su, il soffio d’aria che lasciava le sue labbra quando me le leggeva al telefono.
Mi ha insegnato ad essere amata al di là della fisicità, solo perchè ero io, perchè ero espressione di sentimento, anima vibrante. Sono stata così malaccorta, così crudele con lui, affettuosamente ipocrita e stilettamente appassionata. Di lui ho lasciato tracce in tutti i luoghi che sono stata in quegl’anni, anche dove trascorrevo le vacanze: è una meritata cucchiata di fiele che ingoio in silenzio quando mi capita di passare di lì. Me la ricordo ancora la panchina nel giardinetto dietro il palazzo vescovile da cui gli ho scritto la cartolina: non devo entrare dentro quel piccolo parco, so ad occhi chiusi dov’è. E ricordo anche il fugone fatto per sfuggire a nonno (sì, nonno, il mio nonnino dolcissimo che amo immensamente ancora) per correre al telefono pubblico e chiamarlo. Rari sono i giorni in cui ho mancato di farlo.

Fabio. La mia droga. Il mio pusher.

Già, sono un’ex tossicodipendente da sostanze fabiane. Che ridere! Anche il padre missionario si chiama così. Fabiano. Molto più che un caso del destino incrociare un Fabiano nel mese di Fabio dopo anni che non esiste nessuno con questo nome a correre nei sentieri che attorniano la mia collina.

Quest’anno, però, un po’ come l’anno scorso, ogni cosa è trascorsa tranquilla, placida, e il timore che si affaccia al pensiero è lo stesso di 12 mesi fa: Sto dimenticando? Mettendo in soffitta una parte di me? O piuttosto rinunciando a sentire quel pizzico di sale che le mie ferite custodiscono ancora intatto dentro di loro? Il guaio è che la mia vita è cambiata, ho altre responsabilità, tensioni, preoccupazioni, e il passato va sfumando in se stesso. Non voglio questo, non voglio abbandonare al vapore dei giorni che scorrono troppo in fretta l’intensità vissuta, quel cammino che mi ha reso la donna di oggi.
Eppure il ricordo scolora, lo sento dentro e non riesco a fermarlo. Se la sofferenza di allora si fa un mezzo sorriso triste al ritorno di maggio allora mi sto perdendo. Perdo me stessa senza acquistare nulla. Sono terra fertile che muta in zolla arida nella siccità di me stessa.

Now comes the night…

Fed in versione scialla stasera dopo una domenica trascorsa a fare l’ameba al pc.

Un grammo di ispirazione.
Un grammo di noia.
Un grammo di relax.
Un grammo di stanchezza.
Frullare bene e amalgare con olio di nausea a filo. Occhio a non far impazzire il composto.

Ma la parte migliore viene sempre dopo il tramonto, con l’aria fresca e le luci basse, la quiete che avvolge le cose e le trasport in un’altra dimensione, la mia dimensione, quella notturna. Non esiste nulla come il giorno che chiude gli occhi alla luna e dimentica se stesso per confondersi alla notte che lo abbraccia e lo culla sino a mattina.
E per coloro che credono che la notte sia buio, materia nascosta e difficoltà sappiate che noi anime di tenebra siamo diversi. I Figli della Notte sono figli della Madre Caotica nella cui oscurità nasce il Tutto.

Ed io vorrei essere Notte per vestirmi finalmente di me stessa…

Non ci son santi né madonne che tengano!

Negli ultimi dieci giorni è sorto un problemino a livello sentimentale…
Il caso vuole che stia lavorando in team ad una pubblicazione sulla storia di un certo gruppo di persone (dettagli più sotto) e che mi trovassi a dover incontrare il Capo Supremo locale, tizio sui 40-45 (ma potrebbe essere anche meno, non ne ho idea), persona squisita, solare, pacata, tranquilla e insospettabilmente dotato di una delicata caparbia. Mi ha trattato con i guanti, mi ha messo a mio agio, è stato gentilissimo. E fin qui tutto bene…

Parliamo di come lavorare, di cosa vuole, mettiamo sul tavolo un po’ di idee e visioniamo il materiale sinora raccolto. Mi chiede se il mio nome figurerà sul volume e io, che di solito lavoro nell’ombra in stile ghostwriter, dico che non lo so. Al che lui, con tutta la dolcezza possibile, pretende che compaia sulla pubblicazione. Mi scappa un sorriso, annuisco e pace, si pubblica anche con il mio nome. Convenenvoli e congedi multipli e la piccola riunione termina lì.

Non più tardi di un paio di giorni dopo inizia la tiritera con lui che chiama il mio responsabile, si informa prima su di me e poi sul lavoro che stiamo facendo, prosegue chiedendo che la sottoscritta (e solo la sottoscritta) si occupi di questo e quello e che il mio nome venga inserito (e siamo a due volte) tra gli autori.
Il giorno dopo si vede con il mio responsabile e aridanghete tutta la pappa: io devo scrivere, io devo lavorare, io devo pubblicare (e siamo a tre), io devo andare a portargli gli aggiornamenti sullo stato dell’opera.

Stai allegra Fed che hai trovato senza faticare un uomo che ti casca ai piedi!

Allegra un par di ciufole! L’uomo in questione è il giovane Superiore di un ordine missionario, un ecclesiastico… E S’E’ PRESO UNA SCUFFIA PER IO ME O_O
Io dico, ok, in seconda media ero andata in palla per il mio insegnante di religione, prete di un paesino più tra le montagne di dove sto io, lo trovavo bellissimo anche se era un bellino normale, lo adoravo e spasimavo per lui ma un sacerdote che s’impalla per la sottoscritta… eccheccavolo! E pure cardiopatico e diabetico, se lo maltratto per farlo schiodare rischio di mandarlo in rianimazione…
Perchè tutte a me?????

PS. Mi ha già opzionata per non so che festa territoriale che si farà a giugno-luglio: in chiesa (credo), seduta davanti, accanto al Boss dell’ordine, arrivato per l’occasione, per la presentazione alla cittadinanza e alle autorità del volume. Mi sto per sentire male…

Night trip

Ci sono giorni troppo densi per esser raccontati. Momenti troppo voraci di forze per aver l’energia necessaria per scrivere.
Più probabilmente sono io, che vado spegnendomi di potenza, scaricando le batterie, verso il fondo delle mie possibilità per poter darmi la spinta, spiccare il balzo e tornare sulla cima.

Donna scalatrice, dannatamente testona.

L’arrampicata è pane quotidiano, sono abituata a sforzarmi molto di più, a prepararmi per risalire gli strati dell’atmosfera. Ci vuole dedizione anche nell’incostanza.
Parto stanotte, vado a raggiungere un obiettivo. La notte, come sempre, si dimostra il punto di partenza della mia vita, fisica, psichica, sentimentale e morale.

Aiutati che il ciel t’aiuta

Su una cosa sono intransigente: la fede. Poca o tanta ne devi avere perchè nella vita se non credi sei aria fritta, nulla che sembra materia.
Credere a qualcuno può dar i nervi, provocare scherno, delusione. E non parlo di religione.
Aver fede in se stessi, in un ideale, in un progetto. Per quanto assurdo sia, credere due volte, tre se è impossibile.

Ho bisogno di credere.

Se c’è qualcosa in cui non manco affatto è la cocciutaggine, che non c’entra una cippa con la costanza, perchè tra i sei miliardi che siano di certo sono la persona più discontinua che conosca, Orso Bruno compreso. E non per noia ma per mancanza di stimoli. Qualche difetto lo devo pur avere anch’io (col piffero però che li elenco! XP).
Così credo ed ho creduto, ho sofferto, ho consumato energie, salute mentale e una buona fetta di me stessa, preso a testate il muro, graffiato la roccia, ingoiato amaro, trasfuso pazienza al delirio, stretto i denti sino a scheggiarli, neniato che posso resistere un altro giorno

…domani, domani, domani…

Domani svegliarsi con i pugni chiusi e combattere ancora ma con il sole in faccia, l’ossigeno che riprende piano a scorrere e i brividi di stanchezza che rendono irta la pelle.

Sono un istrice che inizia a smussare i suoi aculei.

Ho tenuto duro e lo faccio tuttora ma non ho più le mani vuote ora.
Possiedo quel boccone di futuro che cercavo da tanto tanto tempo. Il futuro è sotto il mio comando. Non tutto, un po’. Quel po’ che basta. Quel che po’ che rende felici.
Dovevo credere e ho creduto. Il destino ha un disegno suo ma le matite colorate le ho io e lo coloro come mi pare.

Resumè compleannitizio

Le chiamano “Bizzarrie della Vita”: l’unico che vorresti vedere non lo incontri mai, l’unico che vorresti sentire non ti chiama, l’unico che vorresti avere con te non c’è.

L’unico che vorresti che si ricordasse del tuo compleanno l’ha scordato.

Guarda caso ci stai parlando da circa due ore ininterrotte e si discute di tutto ma quello manco a forza si capacita del valore di questo giorno.
Poi, con la mezzanotte che bussa, il lampeggiante del B-day consuma il suo neon e buonanotte ai suonatori. Però, in fondo in fondo, dove vive la te stessa scevra di ammennicoli e pare varie, la speranza che possa dirti Oh che scemo! Era il tuo compleanno!… dura ben oltre qualsiasi fine di giornata e foglio strappato al calendario.

B-day… again

Compleanno.
Lungi da me rivelare la mia età: chi la sa, la sa e chi non la sa, beh… si vede che è destino che non ne sia cosciente U_U

Mattinata lavorativa per La Manifestazione delle Manifestazioni.
Pomeriggio lavorativo per un altro pezzo.
Serata lavorativa per non farsi mancare un continuum coerente.

Il problema è che i miei guai son talmente tanti che neanche mi accorgo di invecchiare di un anno. Io invecchio costantemente al doppio della velocità da sempre. Io sono nata vecchia e la burla è che ne sono felice.
Che sarà mai invecchiare?

Vino, degustazioni e maschi

Mi scopro a pensarci troppo spesso, a parlarne anche di più, ad aspettare il momento in cui si crea il contatto. Mi sento l’unica onda in burrasca di un mare placido e questa mia diversità aggiunge sconvolgimento al marasma che già mi sta dentro.
Essere single al centro di stimoli molteplici è divertente, adrenalinico ma anche molto snervante. Piacevolissima e gradita la scelta multipla ma terribilmente sfiancante tener botta a tutto perché l’attrazione come il vino: ti ubriaca.  Bevi un sorso da un calice, uno da un altro, uno da un altro ancora ma di fatto non ne bevi nessuno e non apprezzi nulla per le caratteristiche peculiari di un vitigno o dell’altro. Una ciucca allegra che ti fai così, per scherzarci un po’ su, tanto che te frega? Mica c’hai la cirrosi.

Quella viene dopo…

E quando ti chiedono Allora? Quale prendi? che rispondi? Boh… fai te? Ma fai te cosa? Cicci, il portafogli, come la vita, è tuo. Tu paghi, tu assapori, tu bevi, tu vai in sbronza. Tu e basta. E che sbronza colossale poi…
Così sto qui, seduta al mio tavolo, tovaglietta con i tondini disegnati a semicerchio,  i nomi dei vini scritti in corrispondenza dei tondini, una sfilza di bicchieri sistemati davanti, la penna in mano e la bocca che pasteggia, che tenta di scandagliare sapori, tannini e polifenoli dividendoli dai solfiti.

Ah i solfiti sono delle gran brutte bestie!

Te credi che il vino si conservi così, perché è vino? Che abbia quel aroma di suo? Ma lo sai che, alla faccia di quel che si dice in giro, i solfiti intaccano marginalmente il gusto del vino?
Così negli uomini: Uno è giovane, bello, due occhi che mi s’ingroppa lo stomaco a figurarmeli in mente, dolcissimo, sensuale il giusto, mi strapazza la ragione come fosse un frappè; Due è vecchio, discutibilmente carino, geneticamente idoneo a comporre un bimbo del mio fenotipo ideale, un po’ rude ma onesto, mi turba non poco; Tre… eh… questo lo evito come la peste seppur lui mi stia cercando di continuo, è il vino che guardo, annuso ma non bevo. In verità non bevo nessuno di loro: mi limito a pucciare la punta del dito e portarmela alla bocca.

Non voglio sbronze ora.
O forse sì.

Io non so più niente. Troppe cose per la testa, troppi progetti, troppi impulsi.
Voglio soltanto abbandonarmi al caso e lasciarmi vivere come facevo prima di tutto questo. Detesto quello che sono diventata, continuo a perdere giorni e anni nell’anima di un’altra. Forse è solo l’avvicinarsi del compleanno, forse è una crisi d’età, non lo so. C’ho di quelle giornate di vomito e ingozzo (sì, in questa sequenza esatta) e ogni tanto sbrocco. Forse ho solo bisogno di ferie. Forse non lo so…

Riflessioni della mezzanotte e mezza

Una cosa mi chiedo sempre quando mi interesso a qualcosa: è reale o è la mia proiezione di ideale che lo rende perfetto per me? E che sia un uomo o un luogo, un dvd o un concetto cambia poco.

Così capita che sto a ragionare con me, in pacifico relax (se così si può chiamare la tranquillità di un momento), e lampeggia di continuo la scritta “Buttati, è fatto per te” che mi rende tutto tranne che obiettiva.
Ci penso da giorni, la visione dell’(s)oggetto in questione non agevola le cose (e non perchè sia tragicamente bello o indescrivibilmente ottimale): semplicemente devia il pensiero sui dettagli e mi fa perdere il quadro generale della faccenda.

Io mi innamoro dei dettagli, del particolare, dell’unicità delle cose.

Ora dirmi innamorata, no. Più banalmente vibro e osservo con il sorriso.
So cosa ho davanti. Il mio delirio.
Basta film romantici e dvd a tema, Fed. Te stai ad ammazza’ bella mia!

E vediamo di crederci un po’!

Pasqua provvidenziale. Gli accordi da prendere in frettissima, che nonna tiene fermi come un’ancora la nave, vengono posticipati alla fine della settimana entrante, giusto giusto per aver il tempo materiale di smuovere la montagna che ho puntato e che potrebbe essere la soluzione a buona parte dei miei problemi.
Dai Fed! Dai che forse stavolta si cambia vita!

E tra sei giorni è pure il mio compleanno. Non vedo l’ora arrivi il prossimo weekend *_*

 

PS. Buona Pasqua a chi la festeggerà. Agli altri… Goduriosa strafogata nel cioccolato!

Impedimenti

Avrei trovato il mio futuro in una casetta lontano da qui. Molto lontano.
Potrei costruire qualcosa di mio, togliermi la polvere di dosso, scartavetrare una vita di croste, stucchi e calcare che mi porto addosso.
Ho un vassoio immenso di occasioni. Ho fame. Ho sete. Voglio nutrirmi della vera me stessa proiettandomi in avanti.
La porta è aperta…

La bizzaria (o la presa per il thoin che la si voglia chiamare) sta nel fatto che le gambe per varcare la soglia e i denti per cibarmi me li spappola regolarmente nonna. Il mio futuro, quello che creo per me, passa costantemente dalla sue mani. E sono bloccata qui, con l’avvenire e le sue valigie sul treno e nonna che ha il mio biglietto e non me lo dà.

Che vita di emme…

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